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5 settembre 2018

Leopardi: Le opere di genio e lo spettacolo della nullità che consola e ingrandisce l'anima

«Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le piú terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita o nelle piú acerbe e mortifere disgrazie [...], servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E cosí quello che veduto nella realtà delle cose accora e uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio [...], apre il cuore e ravviva. Tant’é, siccome l’autore che descriveva e sentiva cosí fortemente il vano delle illusioni, pur conservava un gran fondo d’illusione, e ne dava una gran prova col descrivere cosí studiosamente la loro vanità [...], nello stesso modo il lettore, quantunque disingannato e per se stesso e per la lettura, pur è tratto dall’autore in quello stesso inganno e illusione nascosta ne’ piú intimi recessi dell’animo ch’egli provava. E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio. E lo stesso spettacolo della nullità è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione (gran cosa e certa madre di piacere e di entusiasmo e magistrale effetto della poesia, quando giunge a fare che il lettore acquisti maggior concetto di se e delle sue disgrazie e del suo stesso abbattimento e annichilamento di spirito).»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri (#259/61, ottobre 1820)



Confrontare con Ligotti, qui:

«Questa, quindi, è l'estrema, cioè unica, consolazione: che qualcuno condivida parte del nostro sentire e da quello abbia realizzato un'opera d'arte, e che noi si possegga l'intuizione, la sensibilità e (che ci piaccia o no) quel peculiare insieme di esperienze per apprezzarla. Incredibile da dire, la consolazione dell'orrore nell'arte è che in realtà intensifica il nostro panico, lo amplifica sulla cassa di risonanza dei nostri cuori sventrati dall'orrore, porta il terrore al massimo volume, raggiungendo quella perfetta e assordante ampiezza che ci può far danzare al ritmo della bizzarra musica della nostra stessa sventura.»



O, per dirla con Nietzsche:

«L’arte come la redenzione di chi sa — di colui che vede il carattere terribile ed enigmatico dell’esistenza, di chi vuole vederlo, di chi conosce tragicamente.»

23 agosto 2018

Cioran: lo scettico coerente, ostinato, questo morto-vivente

«Poiché il dubbio si rivela incompatibile con la vita, lo scettico coerente, ostinato, questo morto-vivente, termina la sua carriera con una disfatta che non ha equivalenti in nessun’altra avventura intellettuale. Furente per aver cercato la singolarità e per esservisi compiaciuto, egli aspirerà all’ombra, all’anonimato: e tutto questo, paradosso dei più sconcertanti, proprio nel momento in cui non sente più alcuna affinità con niente e nessuno. Modellarsi sulla massa è tutto ciò che auspica a questo punto del suo tracollo in cui riduca la saggezza al conformismo e la salvezza all’illusione consapevole, all’illusione postulata, in altre parole all’accettazione delle apparenze in quanto tali. Ma egli scorda che le apparenze non sono una risorsa se non quando si è tanto obnubilati da equipararle a delle realtà, quando si beneficia dell’illusione ingenua, dell’illusione che ignora se stessa, di quella appunto che è appannaggio degli altri e di cui lui è il solo a non possedere il segreto. Invece di rassegnarsi, si metterà – proprio lui, il nemico dell’impostura in filosofia – a barare nella vita, persuaso che a forza di dissimulazioni e di frodi riuscirà a non distinguersi dal resto dei mortali, che cercherà inutilmente di imitare, visto che ogni atto esige da lui una lotta contro i mille motivi che ha per non compierlo. Il suo gesto più infimo sarà preparato, sarà il risultato di una tensione e di una strategia, come se dovesse prendere d’assalto ciascun istante, non potendo calarvisi naturalmente. [...] Distaccato dalle proprie imprese e dai propri misfatti, è arrivato alla liberazione, ma a una liberazione senza salvezza, preludio all’esperienza integrale della vacuità, a cui è molto vicino quando, dopo aver dubitato dei propri dubbi, finisce col dubitare di sé, con lo sminuirsi e con l’odiarsi, col non credere più nella propria missione di distruttore. Una volta reciso l’ultimo legame, quello che lo teneva attaccato a se stesso, e senza il quale perfino l’autodistruzione è impossibile, egli cercherà rifugio nel vuoto primordiale, nel più profondo delle origini, prima di quella contesa fra la materia e il germe che si prolunga attraverso la serie degli esseri, dall’insetto al più tribolato dei mammiferi.»

– E.M. Cioran, La caduta nel tempo (tr. it. di T. Turolla, Adelphi, 1995, pp.53-55)

14 dicembre 2017

Cioran: Una mescolanza di terrore e di incantamento alla quale si cede

«Schopenhauer ha ragione di sostenere che la vita è soltanto un sogno. Ma dà prova di grave incoerenza quando, invece di incoraggiare le illusioni, le smaschera facendo credere che al di là di esse ci sia qualcosa.
Chi potrebbe sopportare la vita, se fosse reale? Sogno, essa è una mescolanza di terrore e di incantamento alla quale si cede.»

– E.M. Cioran, Lacrime e santi (tr. it. di D. Grange Fiori, Adelphi, p.79)

11 dicembre 2017

Lorenzo de' Medici: O brievi e chiare notti, o lunghi e negri giorni

O brievi e chiare notti, o lunghi e negri
giorni, o ombre lucenti, o luce obscura,
luce che lume agli occhi aperti fura,
ombra che i chiusi di chiar lume allegri!
O sonno obscur, che e pensier' ciechi et egri
converti in vision di luce pura,
o imagin del morir, qual mentre dura
veggo, odo e sento, e’ miei disir’ ho integri!
O mia troppa dolcezza, di te stessa
mortal nimica, che al disio davanti
mio ben poni, e poi fuggi, onde io mi doglio!
O infelici sonni delli amanti,
dapoiché, quando ho più quel che più voglio,
lo perdo, e fugge allor che più s’appressa!

– Lorenzo de’ Medici, Canzoniere 159

16 ottobre 2017

Leopardi (Le ricordanze): Ma rapida passasti, e come un sogno fu la tua vita


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l'aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
[...] E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
questa mia vita dolorosa e nuda
volentier con la morte avrei cangiato.

[...] Ahi, ma qualvolta
a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo;
indi riguardo il viver mio sì vile
e sì dolente, e che la morte è quello
che di cotanta speme oggi m'avanza;
sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
sarammi allato, e sarà giunto il fine
della sventura mia; quando la terra
mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
fuggirà l'avvenir; di voi per certo
risovverrammi; e quell'imago ancora
sospirar mi farà, farammi acerbo
l'esser vissuto indarno, e la dolcezza
del dì fatal tempererà d'affanno. [...]


O Nerina! e di te forse non odo
questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
questa Terra natal: quella finestra,
ond'eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
è deserta. Ove sei, che più non odo
la tua voce sonar, siccome un giorno,
quando soleva ogni lontano accento
del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
il passar per la terra oggi è sortito,
e l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
fu la tua vita.

– Giacomo Leopardi, Le ricordanze, 1829

2 settembre 2017

Leopardi: l'immaginazione non può regnare senza una certa ignoranza

«L’immaginazione, come ho detto, è il primo fonte della felicità umana. Quanto piú questa regnerà nell’uomo, tanto piú l’uomo sarà felice. Lo vediamo nei fanciulli. Ma questa non può regnare senza l’ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi. La cognizione del vero, cioè dei limiti e definizioni delle cose, circoscrive l’immaginazione. E osservate che la facoltà immaginativa, essendo spesse volte piú grande negl’istruiti che negl’ignoranti, non lo è in atto come in potenza, e perciò operando molto piú negl’ignoranti, li fa piú felici di quelli che da natura avrebbero sortito una fonte piú copiosa di piaceri.
E notate in secondo luogo che la natura ha voluto che l’immaginazione non fosse considerata dall’uomo come tale, cioè non ha voluto che l’uomo la considerasse come facoltà ingannatrice, ma la confondesse colla facoltà conoscitrice, e perciò avesse i sogni dell’immaginazione per cose reali e quindi fosse animato dall’immaginario come dal vero, anzi piú, perché l’immaginario ha forze piú naturali e la natura è sempre superiore alla ragione. Ma ora le persone istruite, quando anche sieno fecondissime d’illusioni, le hanno per tali, e le seguono più per volontà che per persuasione, al contrario degli antichi, degl’ignoranti de’ fanciulli e dell’ordine della natura.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri #168, luglio 1820

15 agosto 2017

Leopardi: il mezzo filosofo combatte le illusioni, il vero filosofo le ama e predica

«Le illusioni non possono esser condannate, spregiate, perseguitate se non dagl’illusi e da coloro che credono che questo mondo sia o possa essere veramente qualcosa, e qualcosa di bello. Illusione capitalissima: e quindi il mezzo filosofo combatte le illusioni, perché appunto è illuso, il vero filosofo le ama e predica, perché non è illuso; e il combattere le illusioni in genere è il piú certo segno d’imperfettissimo e insufficientissimo sapere e di notabile illusione.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri (#1715, 16 settembre 1821)

29 luglio 2016

Nietzsche: Che la verità abbia maggior valore dell'apparenza è nulla più che un pregiudizio morale

«che la verità abbia maggior valore dell'apparenza, non è nulla più che un pregiudizio morale; è persino l'ammissione peggio dimostrata che ci sia al mondo. Si voglia dunque confessare a se stessi quanto segue: che non ci sarebbe assolutamente vita, se non sulla base di valutazioni e di illusioni prospettiche; e se si volesse [...] togliere completamente di mezzo il "mondo apparente", ebbene, posto che voi possiate far questo, - anche della vostra "verità", almeno in questo caso, non resterebbe più nulla! Sì, che cosa ci costringe soprattutto ad ammettere che esista una sostanziale antitesi di "vero" e "falso"? Non basta forse riconoscere diversi gradi di illusorietà, nonché, per così dire, ombre e tonalità complessive, più chiare e più oscure, dell'apparenza [...]? Per quale ragione mai il mondo, che in qualche maniera ci concerne, - non potrebbe essere una finzione?»

– Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Af.34 (tr. it. di Ferruccio Masini)

13 maggio 2016

Il libero arbitrio come autoinganno del nostro cervello (rassegna)


Le Scienze: Libero arbitrio: cosa dicono le neuroscienze (di Adam Bear)

ancora sul fondamentale mito del libero arbitrio...


«Una possibilità più speculativa è che le nostre menti siano progettate per distorcere la nostra percezione delle scelte e che questa distorsione sia una caratteristica importante (e non semplicemente un "baco") del nostro apparato cognitivo. Per esempio, se l'esperienza della scelta è un tipo di inferenza causale, come suggeriscono Wegner e Wheatley, scambiare l'ordine di scelta e azione nella coscienza può aiutarci a comprendere che siamo esseri fisici che possono produrre effetti nel mondo. Più in generale, questa illusione può essere fondamentale per lo sviluppo di una fede nel libero arbitrio che, a sua volta, giustifica la punizione.»

8 luglio 2015

Lovecraft: Non riesco davvero a capire come un individuo sensibile possa essere realmente felice

«[...] Non riesco davvero a capire come un individuo sensibile possa essere realmente felice. Non esiste proprio nulla nell'universo per cui valga la pena di vivere: a meno che un uomo non riesca a eliminare il pensiero e la speculazione filosofica dalla sua mente, è destinato a rimanere oppresso dall'immensità del creato. Per far fronte alla realtà la soluzione migliore è senz'altro quella di trastullarsi con la religione, o con qualunque altro analogo palliativo di cui si disponga. [...]
Ci sono molti modi per alleviare il fardello dell'esistenza. Per l'individuo che privilegia la sfera corporea, c'è il piacere puro che nasce dal sentirsi vivo: la joie de vivre, come dicono i nostri amici gallici. Per chi è portato a credere, c'è la religione e i suoi sogni sul paradiso. Per il moralista, c'è la soddisfazione che si può trarre da una condotta virtuosa. Per lo scienziato, c'è il piacere che nasce dalla ricerca della verità, e che quasi annulla il senso di angoscia che la scoperta della verità provoca. Per l'individuo di gusti raffinati, ci sono le belle arti. Per chi ha senso dell'humour, c'è la beffarda gioia che nasce dall'osservazione della vanità e dell'incoerenza della vita. Per il poeta, c'è l'abilità e il dono di sapersi plasmare con la fantasia una piccola Arcadia, in cui trovare rifugio dallo squallore della realtà. In altre parole, il mondo è pieno di mere illusioni che possiamo chiamare "felicità", purché siamo capaci di coltivarle. Quindi la capacità di essere felici dipende soprattutto dalle caratteristiche individuali: varia a seconda delle persone, ed è connaturata alla specie, fino a quando la troppa istruzione o il progresso non la rimuovono.»

– H.P. Lovecraft, lettera al Kleicomolo dell'ottobre 1916, in: "L'orrore della realtà. La visione del mondo del rinnovatore della narrativa fantastica (Lettere 1915-1937)", a cura di G. De Turris e S. Fusco, trad. di M. Berruti, Ed. Mediterranee, 2007

27 settembre 2014

Dan Wegner: i prestigiatori della realtà (rassegna)

Il Sole 24ore Domenica: Daniel Merton Wegner (1948-2013) - Passione psic-illogica (di Elisabetta Sirgiovanni, 21 settembre 2014)

«Il lascito di Dan Wegner è che l’unico modo in cui possiamo vivere è quali abili prestigiatori della realtà, perfino con noi stessi. Per lui esisteva una vocazione tutta umana, cioè la scienza, che va coltivata e diffusa perché fornisce strategie che ci permettono di smascherarci.
Insomma, possiamo ingannarci, ma ciò può avere dei benefici. E al contempo possiamo affrancarci, anche se talvolta non completamente, dalle nostre costruzioni. Quel che rimane da capire è quindi: cosa fare di queste trappole immaginifiche in cui ci rinchiudiamo, una volta che ci rendiamo conto di essere solo dei prigionieri di noi stessi?»

«Wegner aveva inaugurato una stagione di studi e teorie oggi ricompresa anche nella neuroetica, quando si interroga su come la scoperta di possibili autoinganni del nostro “mondo mentale”, alla luce di quanto accade invece al livello dei nostri processi cerebrali che ne sono i reali determinanti inconsci, possa intaccare concezioni ritenute consolidate in occidente in ambito etico, giuridico o politico. Innanzitutto, l’idea che libero e responsabile è chi agisce sulla base di decisioni prese coscientemente, un’idea di senso comune che guida i nostri giudizi nelle relazioni quotidiane e perfino nei tribunali. Wegner ne è stato tra i più convinti oppositori, con il classico The illusion of conscious will (MIT Press, 2002). Dove ha fornito prove che la volontà cosciente è una fabbricazione, che deriva dal percepire, spesso erroneamente, un nesso di causalità tra pensieri e azioni.»

6 maggio 2014

Petrarca: Stamane era un fanciullo ed or son vecchio

«Segui' già le speranze e 'l van desio;
Or ho dinanzi agli occhi un chiaro specchio
Ov'io veggio me stesso e 'l fallir mio;
E quanto posso, al fine m'apparecchio,
Pensando 'l breve viver mio, nel quale
Stamane era un fanciullo ed or son vecchio.
Che più d'un giorno è la vita mortale,
Nubilo, breve, freddo e pien di noia;
Che può bella parer, ma nulla vale?
Qui l'umana speranza e qui la gioia;
Qu' i miseri mortali alzan la testa;
E nessun sa quanto si viva o moia.»

– Petrarca, Trionfo del Tempo, vv. 55-66

5 febbraio 2014

Nietzsche: La vita vuole inganno, essa vive di quello

«Ma ciò che mi è sempre stato estremamente necessario, per curarmi e ristabilirmi, era credere di non essere solo a tal punto, di non vedere da solo ‑ un incantevole sospetto di affinità e di uguaglianza nel vedere e nel desiderare, un acquietarmi nella fiducia di un’amicizia, una cecità a due senza sospetti e punti interrogativi, un godere dei primi piani, delle superfici, di quanto è vicino, vicinissimo, di tutto ciò che ha colore, pelle e appariscenza. Forse a tal riguardo si potrebbe accusarmi di artificiosità, di raffinata abilità a batter moneta falsa: ad esempio, che io abbia scientemente e volutamente chiuso gli occhi di fronte alla cieca volontà di morale di Schopenhauer, in un tempo in cui avevo già una visione abbastanza chiara della morale; e ancora, che mi sia ingannato sull’incurabile romanticismo di Richard Wagner, come se esso fosse un principio e non una fine; e così pure per i greci, e così per i tedeschi e il loro futuro ‑ e non ci sarebbe ancora un’intera lunga lista di questi "così pure?". Ma ammesso anche che tutto ciò sia vero e mi venga rinfacciato a buon motivo, che ne sapete voi, che cosa ne potete sapere, quanta astuzia dell’istinto di conservazione, quanta ragionevolezza e superiore precauzione siano contenuti in questo auto-inganno – e quanta falsità mi sia ancora 'necessaria' per poter continuare a permettermi il lusso della veridicità? Basta, io sono ancora vivo, e la vita non è un’invenzione della morale: essa vuole inganno, essa vive di quello...»

– Friedrich Nietzsche, prefazione a Umano, troppo umano, 1878 (tr. it. di M. Ulivieri)

11 dicembre 2013

Lorenzo de' Medici: Quanto sia vana ogni speranza nostra

Quanto sia vana ogni speranza nostra,
quanto fallace ciaschedun disegno,
quanto sia il mondo d’ignoranza pregno,
la maestra del tutto, Morte, il mostra.

Altri si vive in canti e in balli e in giostra,
altri a cosa gentil muove lo ingegno,
altri il mondo ha, e le sue cose, a sdegno,
altri quel che drento ha, fuor non dimostra.

Vane cure e pensier, diverse sorte
per la diversità che dà Natura,
si vede ciascun tempo al mondo errante.

Ogni cosa è fugace e poco dura,
tanto Fortuna al mondo è mal costante;
sola sta ferma e sempre dura Morte.

– Lorenzo de’ Medici

22 maggio 2013

Deussen e Hartmann contro l'eudemonologia di Schopenhauer (Giuseppe Invernizzi)

«Si tratta quindi di convincere la maggioranza delle persone a negare la propria volontà. Per raggiungere questo obiettivo, ogni persona deve diffondere la conoscenza della irrazionalità dell’esistenza, ovvero della negatività del bilancio fra piacere e dolore. Ci sono tre illusioni che impediscono una chiara comprensione del risultato di tale bilancio e compito fondamentale è dunque la distruzione di tali illusioni: la prima illusione vorrebbe far credere che la felicità sia raggiungibile durante la vita terrena; mostrarne specificamente la falsità è compito del citato Lust-Unlust-Bilanz. La seconda illusione vorrebbe invece far credere che una vita felice dopo la morte (la felicità nell'aldilà) renderà positivo il bilancio fra piacere e dolore. Secondo la terza illusione, la vita in una futura società riformata e avanzata dovrebbe garantire agli uomini un surplus di piacere. A parere di Hartmann, le prime due illusioni sono già state praticamente distrutte. Che la vita terrena offra agli uomini più dolore che piacere, è ormai riconosciuto quasi da tutti. La credenza nell'immortalità dell'anima - condizione della seconda illusione – di giorno in giorno è condivisa da un numero sempre più ridotto di persone. Resta solo la terza illusione, della cui vanità ci si potrà convincere solo quando la società del futuro che ne sta alla base sarà realizzata. In questa nuova società gli uomini potranno constatare che, anche in queste nuove condizioni, la felicità è impossibile. L’impossibilità di rendere positivo il bilancio piacere-dolore sarà allora chiara a tutti, e gli uomini potranno decidere di negare la volontà individuale, e quindi di annichilire il mondo.
Lo svelamento della terza illusione è quindi un compito pratico che si può realizzare solo attraverso la realizzazione di una società migliore.
[...]
Tuttavia egli è consapevole che la piena realizzazione di tale progresso è un obiettivo che potrà essere raggiunto solo in un lontano futuro. Conseguentemente altrettanto si deve dire dello scopo finale della negazione della volontà. Tale obiettivo anzi finisce per essere così lontano da trovarsi praticamente al di fuori del campo visivo dell’uomo: ciò che è all'ordine del giorno, è il dovere di promuovere il progresso per costruire la nuova società. Pertanto, Hartmann non si stanca mai di spronare gli uomini a contribuire con coraggio e abnegazione al progresso economico e sociale.
[...]
Le modifiche apportate alla filosofia morale di Schopenhauer conducono a risultati che in definitiva si avvicinano alle posizioni di Deussen: anche per Hartmann la negazione della volontà non è un evento straordinario che riguarda solo pochi santi e asceti, ma un fine cui tutta l'umanità può sperare di raggiungere. Poiché tuttavia la sua concreta realizzazione è spostato in un lontano futuro, anche la morale di Hartmann prescrive all’uomo di impegnarsi altruisticamente nella vita quotidiana come vuole quella di Deussen. Di nuovo Schopenhauer è "normalizzato".»

– Giuseppe Invernizzi, Nessun "accomodamento": Deussen e Hartmann contro l'eudemonologia di Schopenhauer

(www.revistavoluntas.com.br/uploads/1/8/1/8/18183055/v3-n12-4-giuseppe_invernizzi.pdf)

12 giugno 2012

Žižek: The pervert’s guide to cinema: Sul fragile equilibrio tra realtà e dimensione fantastica

Ho piuttosto apprezzato questa "guida" (2006, 142 min.) di Žižek al grande cinema, riletto in chiave filosofica e psicanalitica.
Eccone qualche passaggio tra i più incisivi, nella trascrizione dall’originale seguita dalla traduzione (presa dai sottotitoli italiani, con qualche mia modifica).



But the choice between the blue and the red pill is not really a choice between illusion and reality [...] If you take away from our reality the symbolic fictions that regulate it, you lose reality itself. I want a third pill. So what is the third pill? Definitely not some kind of transcendental pill which enables a fake, fast food religious experience, but a pill that would enable me to perceive not the reality behind the illusion but the reality in illusion itself.
Ma la scelta tra la pillola blu e la pillola rossa non è veramente una scelta tra illusione e realtà [...] Se si sottraggono alla nostra realtà le finzioni simboliche che la regolano, si perde la realtà stessa. Io voglio una terza pillola. Dunque qual è la terza pillola? Di certo non una pillola che offra un'esperienza trascendente, un'esperienza religiosa fasulla, ma una pillola che mi permetta di percepire non la realtà dietro l’illusione ma piuttosto la realtà nell’illusione stessa.
-
If I may be a little bit impertinent and relate to an unfortunate experience, probably known to most of us, how it happens that while one is engaged in sexual activity, all of a sudden one feels stupid. One loses contact with it. As if: "My god, what am I doing here, doing these stupid repetitive movements?". Nothing changes in reality, in these strange moments where I, as it were, disconnect. It's just that I lose the fantasmatic support. In sexuality, it's never only me and my partner [...]. It's always... There has to be always some fantasmatic element. There has to be some third imagined element which enables me, to engage in sexuality. [...] Why does our libido need the virtual universe of fantasies? Why can't we simply enjoy it directly, a sexual partner and so on? That's the fundamental question. Why do we need this virtual supplement? Our libido needs an illusion in order to sustain itself.
Passatemi un esempio impertinente, relativo a un'esperienza infelice, probabilmente capitata a chiunque: nel corso dell'atto sessuale improvvisamente ci si sente stupidi. Ci distacchiamo, pensiamo: "Ma che faccio? Cosa sono questi stupidi movimenti ripetitivi?". Nella realtà non cambia niente, in questi strani frangenti in cui, diciamo, mi disconnetto. Semplicemente, viene meno il supporto fantasmatico. Nella sfera sessuale non siamo mai solo noi e il nostro partner [...]. Ci dev'essere sempre un qualche elemento fantasmatico. Ci dev'essere un terzo elemento immaginario che mi permetta di compiere l'attività sessuale. [...] Perché la nostra libido ha bisogno dell'universo virtuale delle fantasie? Perché non possiamo godere direttamente, con un partner? Questa è la domanda fondamentale: perché ci serve un supporto virtuale? La nostra libido ha bisogno di un'illusione che la sostenga.
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When we see a face, it's basically always the half of it. A subject is a partial something, a face, something we see. Behind it, there is a void, a nothingness. And of course, we spontaneously tend to fill in that nothingness with our fantasies about the wealth of human personality, and so on. To see what is lacking in reality, to see it as that, there you see subjectivity. To confront subjectivity means to confront femininity. Woman is the subject. Masculinity is a fake. Masculinity is an escape from the most radical, nightmarish dimension of subjectivity.
Quando vediamo un volto, è fondamentalmente sempre una metà di esso. Un soggetto è un qualcosa di parziale, un volto, qualcosa che si vede. Dietro, c'è un vuoto, un nulla. E, istintivamente, tendiamo a colmare quel nulla, con fantasie sulla ricchezza della personalità umana, e altro. Solo vedendo quello che manca nella realtà, solo così si può scorgere la soggettività. Confrontarsi con la soggettività significa confrontarsi con la femminilità. La donna è il soggetto. La mascolinità è un falso. La mascolinità è una fuga dalla più radicale e spaventosa dimensione della soggettività.  
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The point is the fragile balance between reality and fantasy dimension in our sexual activity.
Il punto è il fragile equilibrio tra realtà e dimensione fantastica nella nostra attività sessuale.
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Our fundamental delusion today is not to believe in what is only a fiction, to take fictions too seriously. It's, on the contrary, not to take fictions seriously enough. You think it's just a game? It's reality. It's more real than it appears to you. For example, people who play video games, they adopt a screen persona of a sadist, rapist, whatever. The idea is, in reality I'm a weak person, so in order to supplement my real life weakness, I adopt the false image of a strong, sexually promiscuous person, and so on and so on. So this would be the naive reading. But what if we read it in the opposite way? That this strong, brutal rapist, whatever, identity is my true self. In the sense that this is the psychic truth of myself and that in real life, because of social constraints and so on, I'm not able to enact it. So that, precisely because I think it's only a game, it's only a persona, a self-image I adopt in virtual space, I can be there much more truthful. I can enact there an identity which is much closer to my true self.
La nostra illusione fondamentale oggi non sta nel credere nella finzione, nel prenderla troppo sul serio. Il problema, al contrario, è non prendere le finzioni sufficientemente sul serio. Pensate sia un gioco? È realtà, molto più reale di quanto sembri. Per esempio, chi gioca ai videogiochi assume il ruolo di sadico, stupratore o altro. L'idea è questa: "nella realtà sono una persona debole, quindi, per compensare le debolezze della vita vera, assumo la falsa immagine di una persona forte, sessualmente promiscua" e così via. Questa, però, mi sembra una lettura ingenua. E se facessimo il ragionamento opposto? Cioè che questa identità forte di brutale stupratore, o che so, è invece il mio vero io. Nel senso che questa è la verità psichica del mio io, ma nella vita vera, a causa delle costrizioni sociali, non posso esprimerla. Proprio perché lo considero solo un gioco, un ruolo, un'immagine che assumo nello spazio virtuale, qui posso essere molto più me stesso. Posso sviluppare un'identità molto più vicina al mio vero io.

13 febbraio 2012

Gli schemi autoorganizzanti della mente e l’illusione della realtà (ritagli)

- Ritaglio da: www.cittadellascienza.it/sitovecchio/?p=23240
«I ricercatori hanno esaminato persone con e senza variazioni genetiche che influenzano l’attività del neurotrasmettitore dopamina nella corteccia prefrontale e nello striato. È emerso che una variazione nel gene COMT, che influenza la dopamina nella corteccia prefrontale per esempio, aiuta a ricordare e a lavorare sulla base di istruzioni e suggerimenti. Le persone con una variazione nel gene DARPP-32, che invece influenza la sensibilità dello striato alla dopamina, consente di apprendere rapidamente dall’esperienza in assenza di “suggerimenti”. Ma, allo stesso tempo, anche di rendere le persone più sensibili ai “preconcetti” della corteccia prefrontale quando siano state in precedenza fornite delle istruzioni. In questo caso, dicono i ricercatori, lo striato tende a dare più peso alle esperienze che confermano le credenze della corteccia prefrontale e meno peso alle esperienze che lo contraddicono.Sono esattamente questi i “bias di conferma” [bias]. “Le persone – conclude Frank – tenderanno a distorcere la loro esperienza in modo che sia percepita come più coerente con le proprie convinzioni preesistenti”.»

- Ritaglio da: en.wikipedia.org/wiki/Amygdala_hijack

«LeDoux was positive about the possibility of learning to control the amygdala’s hair-trigger role in emotional outbursts: “Once your emotional system learns something, it seems you never let it go. What therapy does is teach you how to control it – it teaches your neocortex how to inhibit your amygdala”.»

- Ritaglio da: www.in-psicoterapia.com/4-baiocchi_41-42.htm

«Vorrei quindi mettervi un po’ in guardia rispetto alla trappola, al “tunnel cognitivo” più devastante e comune, che consiste nel credere di capire al volo e con esattezza. È comune il problema [di credere] parecchio alle proprie ipotesi sulla realtà, alle proprie interpretazioni e quanto più una persona si trova incastrata in un problema che attiva una forte stimolazione emozionale [...] tanto più di solito ritiene di aver già capito.[...] più noi apprendiamo a restare nel vuoto e più riusciamo a formare nuove gestalt e quindi nuovi schemi [;] e anche se avremo sempre schemi che ci filtrano la realtà e non ci permettono di coglierla totalmente, almeno l’incrementarsi del numero degli schemi ci offrirà un numero maggiore di angolature da cui cercare di comprendere.»

Si potrebbe aggiungere che il rischio di avere un numero maggiore di schemi è quello di non riuscire più a esprimersi su niente, rimanendo tagliati fuori dal partecipare all’interpretazione della realtà e quindi dalla realtà stessa. Ma questa è la condanna di quei pochi che cercando a tutti i costi il fondo autentico delle cose non hanno invece potuto far altro che ritrovarsi a ballare continuamente sul vuoto.

31 gennaio 2012

Vivere consapevolmente di illusioni (rassegna)

Dalla conversazione di Franco Marcoaldi con Stefano Levi Della Torre su Repubblica di ieri (di cui tralascio la parte iniziale dedicata alle critiche contro i postmodernisti, poiché il discorso da farci intorno sarebbe molto lungo), un’acutissima riflessione sulla superba vertigine dell’insondabile e sulla mediocrità dell’approccio religioso, visto che c’è sempre bisogno di ricordarlo.


Repubblica: Vivere consapevolmente di illusioni: ecco la lezione di Leopardi, mistico laico (di Franco Marcoaldi)

«A questo punto, però, voglio ricordare un passo di Leopardi in cui si dice che ci sono dei filosofi talmente illusi da pensare che bisogna distruggere le illusioni. Straordinario, no? Ecco così che le cose si complicano ulteriormente. Perché non c’è niente da fare: anche il nostro desiderio di senso è in qualche modo falsificante. Il bambino, ad esempio, stabilisce che una certa pianta vuole bene a una certa pietra che vuole bene a un certo animale…. Questa teatralizzazione del mondo è fisiologica, attiene alla sopravvivenza umana. Ma appunto, è un’illusione. Del resto, volendo addentrarci ulteriormente nel labirinto: cos’è l’antropologia se non lo studio delle illusioni umane, le quali a loro volta rappresentano una concretissima realtà sociale? Così il circolo ricomincia e ricomincia anche la nostra ricerca della verità.
Per questo lei afferma che non possiamo mai arrivare alle verità ultime, definitive. Kafka affermava che siamo «abbagliati» dalla verità. «Vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro». Ecco perché la verità risulta inafferrabile, insondabile, abissale.
E sono totalmente d’accordo con lui. Tant’è che, da laico, non obietto alla religione di essere troppo metafisica, ma di esserlo troppo poco. Perché pretende di dare un volto definitivo a quell’abisso. I veri, grandi mistici laici del moderno sono proprio Leopardi e Kafka. Perché accettano l’abisso e ci sprofondano dentro. Senza riempire il mistero di parole volte ad addomesticare quell’abisso, per addolcirne l’angoscia. Senza tradurre la vertigine dell’insondabile in liturgie consolatorie. Freud sosteneva che si investono più energie nel ripararsi dagli stimoli che nel riceverli. Ecco, le religioni costruiscono delle formidabili fantasmagorie proprio per incistare lo scandalo del caos, per dare senso alla realtà e al contempo ripararsi da essa.»

19 luglio 2011

The Sunset Limited (McCarthy): Io anelo all'oscurità

Film del 2011 prodotto per il canale televisivo americano via cavo HBO, tratto dall'omonima opera teatrale di Cormac McCarthy (The road, Non è un paese per vecchi) e diretto da Tommy Lee Jones.
Black (Samuel L. Jackson) ha salvato White (Tommy Lee Jones) dal tentato suicidio per mezzo del treno Sunset Limited. Tra i due ha luogo un confronto su diverse visioni del mondo: quella religiosa di Black e quella nichilista di White. Alla fine, White, stanco di discutere, passa all’affondo che conclude il film, mentre il sole sta per sorgere, in un'alba priva di speranza e dal sapore beffardo.

«Io anelo all'oscurità. Prego che arrivi la morte, la morte vera.
Se pensassi di incontrare da morto le persone che ho conosciuto in vita non so cosa farei. Sarebbe l’orrore definitivo, l’incubo definitivo. Se pensassi che stessi per incontrare di nuovo mia madre e ricominciare tutto questo daccapo, ma stavolta senza la prospettiva che la morte venga a consolarmi... be' quello sarebbe l'incubo finale, Kafka al quadrato.
[...]
Nessuna comunità. Sento che mi si scalda il cuore solamente a pensarlo! Buio assoluto, solitudine, silenzio, pace. Tutto nell'arco di un battito di ciglio.
Io non credo che il mio stato mentale sia solo una visione pessimistica del mondo; il mondo è così, non esistono altre verità. L'evoluzione, e questo è inevitabile, non può fare a meno di condurre l'intelligenza umana alla consapevolezza di una cosa che è di fondamentale importanza, e vuoi sapere cos'è questa cosa? La futilità.
[...]
Se la gente potesse vedere il mondo per quello che è, se vedesse la propria vita per quello che è, senza sogni né illusioni, credo che non troverebbe un singolo motivo per non scegliere di morire il prima possibile.
[...]
Detesto questo ruolo, dover impersonare il cinico del villaggio, che non sa fare altro che vilipendere dalla mattina alla sera qualcosa di cui nega innanzitutto l'esistenza, che è davvero paradossale.
[...]
Mostrami una religione che sappia preparare l'uomo al nulla, alla morte; Quella è una chiesa in cui potrei entrare. La tua prepara solo per più vita, per altri sogni e illusioni, altre bugie. Se non avessero paura della morte, tutti sceglierebbero di andarsene. Chi vivrebbe quest'incubo, se non ne temesse uno peggiore?
L'ombra della scure pende sopra ogni piccola gioia. Ogni strada termina con la morte, ogni amicizia, ogni amore.
Tormento, tradimento, lutto, dolore, sofferenza, vecchiaia, indegnità, lunghe e insopportabili malattie... e alla fine di tutto una sola conclusione, per te e per tutti e per ogni cosa a cui tieni e alla quale hai scelto di legarti. Ecco la vera comunità, la vera fratellanza di cui tutti siamo membri a vita.
E mi vieni a dire che la mia salvezza sta in mio fratello? Mio fratello? Allora io lo maledico mio fratello. Sì, lo odio e lo maledico sotto qualsiasi forma e sembianza. Se mi rivedo in lui? Certo che mi ci rivedo. E quello che vedo mi disgusta.
[...]
La rabbia, di fatto, la provo solo nei giorni migliori. La verità è che non me ne è rimasta molta. La verità è che le forme che vedo si sono svuotate, lentamente. Non hanno più nessun contenuto. Non sono nient'altro che figure... un treno, un muro, un mondo, un uomo... una cosa che penzola con la sua espressione insensata in mezzo a un vuoto ululante, la cui vita e le cui parole non hanno nessun significato. Perché dovrei cercare la compagnia di una cosa simile?»

(trascrizione della versione doppiata del film, da me in parte rimaneggiata per una maggiore fedeltà al testo originale)

(ORIGINALE:
«I long for the darkness. I pray for death, real death.
And if I thought that in death I would meet the people I knew in life, I don’t know what I would do. That would be the ultimate horror, the ultimate nightmare.
If I thought I was gonna meet my mother again and start all of that all over, only this time without the prospect of death to look forward to, that would be the final nightmare, Kafka on wheels.

[…]
Show me a religion that prepares one for nothingness, for death.That’s a church I might enter. Yours prepares one only for more life, for dreams and illusions and lies.
Banish the fear of death from men’s hearts… they wouldn’t live a day.
Who would want this nightmare but for fear of the next?
The shadow of the axe hangs over every joy.
Every road ends in death, every friendship, every love.
Torment, loss, betrayal, pain, suffering, age, indignity, hideous lingering illness… and all of it with a single conclusion for you and every one and every thing you have ever chosen to care for. That is the true brotherhood, the true fellowship. And everybody is a member for life.
You tell me that my brother is my salvation? My salvation? Well, then damn him. Damn him in every shape and guise and form. Do I see myself in him? Yes, I do. And what I see sickens me.
[…]
Rage is really only for the good days. The truth is there’s little of that left.
The truth is that the forms I see have been slowly emptied out. They no longer have any content. They’re shapes only… a train, a wall, a world, a man… a thing dangling in senseless articulation in a howling void, no meaning to its life, its words. Why would I seek out the company of such a thing?
»)

7 marzo 2010

L'illusione del libero arbitrio e la farsa del sistema legale

- Ritagli da: www.physorg.com/news186830615.html
«Cashmore has argued that a belief in free will is akin to religious beliefs, since neither complies with the laws of the physical world. One of the basic premises of biology and biochemistry is that biological systems are nothing more than a bag of chemicals that obey chemical and physical laws. Generally, we have no problem with the "bag of chemicals" notion when it comes to bacteria, plants, and similar entities. So why is it so difficult to say the same about humans or other ‘higher level’ species, when we’re all governed by the same laws?»
«Cashmore argues that, even though individuals are not biologically responsible for their actions, in order to minimize criminal activity, people should still be held accountable, and be punished when necessary. Such punishment is rationalized on the grounds that it will serve as an incentive (an environmental influence) not to participate in criminal behavior.»
«This punishment may involve fines or placing people in prison. Such punishment should not reflect any sense of retribution»
«increasingly the legal system is being forced to confront the reality that people’s behavior is governed by nothing other than their biological history: their genes, their environment and a degree of stochasticism (if you wish, a degree of chance). The legal system is increasingly seen to be a farce, with lawyers spending endless time and money debating this nonsensical question of how responsible or not their clients are»