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20 agosto 2018

Leopardi: L’esistenza non è per l’esistente

«L’uomo (e cosí gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Né esso, né la vita, né oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica. L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, né il bene dell’esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per l’esistenza, tutto per l’esistenza, questa è il suo puro fine reale. Gli esistenti esistono perché si esista, l’individuo esistente nasce ed esiste perché si continui ad esistere e l’esistenza si conservi in lui e dopo di lui. Tutto ciò è manifesto dal vedere che il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione né la felicità degl’individui; la qual felicità non esiste neppur punto al mondo, né per gl’individui né per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in ultimo grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, 11 marzo 1826

2 settembre 2017

Leopardi: l'immaginazione non può regnare senza una certa ignoranza

«L’immaginazione, come ho detto, è il primo fonte della felicità umana. Quanto piú questa regnerà nell’uomo, tanto piú l’uomo sarà felice. Lo vediamo nei fanciulli. Ma questa non può regnare senza l’ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi. La cognizione del vero, cioè dei limiti e definizioni delle cose, circoscrive l’immaginazione. E osservate che la facoltà immaginativa, essendo spesse volte piú grande negl’istruiti che negl’ignoranti, non lo è in atto come in potenza, e perciò operando molto piú negl’ignoranti, li fa piú felici di quelli che da natura avrebbero sortito una fonte piú copiosa di piaceri.
E notate in secondo luogo che la natura ha voluto che l’immaginazione non fosse considerata dall’uomo come tale, cioè non ha voluto che l’uomo la considerasse come facoltà ingannatrice, ma la confondesse colla facoltà conoscitrice, e perciò avesse i sogni dell’immaginazione per cose reali e quindi fosse animato dall’immaginario come dal vero, anzi piú, perché l’immaginario ha forze piú naturali e la natura è sempre superiore alla ragione. Ma ora le persone istruite, quando anche sieno fecondissime d’illusioni, le hanno per tali, e le seguono più per volontà che per persuasione, al contrario degli antichi, degl’ignoranti de’ fanciulli e dell’ordine della natura.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri #168, luglio 1820

16 dicembre 2015

Primo Levi: la sicurezza della morte impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore

La morte o l'inconsapevolezza sono le due uniche vie d'uscita all'inferno dell'esistenza: tanto si può affermare, prendendo spunto dalle parole di Primo Levi.
Ma sulla scappatoia della morte non sarei tanto sicuro, vista la tendenza dell'universo a generare materia senziente sottraendola inesorabilmente al nulla: allora forse non rimane che affidarsi all'inconsapevolezza?
(Gianni D'Anna)


«Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell'altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.»


– Primo Levi, "Se questo è un uomo", Einaudi, 1956

8 luglio 2015

Lovecraft: Non riesco davvero a capire come un individuo sensibile possa essere realmente felice

«[...] Non riesco davvero a capire come un individuo sensibile possa essere realmente felice. Non esiste proprio nulla nell'universo per cui valga la pena di vivere: a meno che un uomo non riesca a eliminare il pensiero e la speculazione filosofica dalla sua mente, è destinato a rimanere oppresso dall'immensità del creato. Per far fronte alla realtà la soluzione migliore è senz'altro quella di trastullarsi con la religione, o con qualunque altro analogo palliativo di cui si disponga. [...]
Ci sono molti modi per alleviare il fardello dell'esistenza. Per l'individuo che privilegia la sfera corporea, c'è il piacere puro che nasce dal sentirsi vivo: la joie de vivre, come dicono i nostri amici gallici. Per chi è portato a credere, c'è la religione e i suoi sogni sul paradiso. Per il moralista, c'è la soddisfazione che si può trarre da una condotta virtuosa. Per lo scienziato, c'è il piacere che nasce dalla ricerca della verità, e che quasi annulla il senso di angoscia che la scoperta della verità provoca. Per l'individuo di gusti raffinati, ci sono le belle arti. Per chi ha senso dell'humour, c'è la beffarda gioia che nasce dall'osservazione della vanità e dell'incoerenza della vita. Per il poeta, c'è l'abilità e il dono di sapersi plasmare con la fantasia una piccola Arcadia, in cui trovare rifugio dallo squallore della realtà. In altre parole, il mondo è pieno di mere illusioni che possiamo chiamare "felicità", purché siamo capaci di coltivarle. Quindi la capacità di essere felici dipende soprattutto dalle caratteristiche individuali: varia a seconda delle persone, ed è connaturata alla specie, fino a quando la troppa istruzione o il progresso non la rimuovono.»

– H.P. Lovecraft, lettera al Kleicomolo dell'ottobre 1916, in: "L'orrore della realtà. La visione del mondo del rinnovatore della narrativa fantastica (Lettere 1915-1937)", a cura di G. De Turris e S. Fusco, trad. di M. Berruti, Ed. Mediterranee, 2007

18 maggio 2013

La ricerca della felicità e del senso è controproducente (rassegna)


bigthink: La ricerca della felicità e del senso è controproducente (di Sam McNerney)


«Abbiamo erroneamente posizionato la felicità al di fuori del corpo, generando l'illusione che la si debba andare a cercare come se fosse distante da noi. Così spendiamo soldi, ci diamo al lavoro, prendiamo lauree, ci facciamo di droghe, andiamo ad appuntamenti, tutto questo nel nome della felicità; anche se così facendo si arriva solo all'infelicità. Quando la felicità è esterna, è sfuggente; finiamo per starcene lì in attesa, credendo, piuttosto stupidamente, che arriverà.
Il problema, vorrei chiarire, non è necessariamente che ci manca il senso. La letteratura sui bias cognitivi suggerisce che siamo di fronte al problema opposto: stiamo annegando nel senso. Vediamo schemi che non esistono, volti nelle nuvole, crediamo in essenze, e stereotipi. Non possiamo non trovare il senso; facciamo di tutto per trovarlo. Abbiamo bisogno di qualcosa - una squadra, una band, o un politico - per filtrare le nostre convinzioni e fornire una certa coerenza alla nostra visione del mondo, anche se quella visione del mondo è illusoria. In caso contrario ci sentiamo persi.
Sessant'anni dopo Aspettando Godot sappiamo che la ricerca della felicità e del senso è controproducente: se si è alla ricerca di uno dei due, si è già fallito. Eppure, non posso fare a meno di pensare che reagiremo a questa realtà semplicemente aspettando più a lungo.»

(trad. mia)

[ᔥ bigthink]

24 aprile 2012

VIDEO: La creativa felicità per Hitchcock


Illuminanti parole, nel 32esimo anniversario della morte di Alfred Hitchcock, sulla sua sensibilità di carattere, e su come l'impresa creativa nasca nel suo caso da un'economia mentale in cui non ci sia spazio per emozioni negative o inutilmente dispendiose:

«
Un orizzonte limpido – niente di cui preoccuparsi, solo cose creative e non distruttive. Non sopporto i litigi, le emozioni tra le persone – penso che l'odio sia energia sprecata, ed è tutto improduttivo.
Sono molto sensibile – una parola tagliente, detta da qualcuno, per esempio, che ha un caratteraccio, se è vicino a me, mi perseguita per giorni.
So che siamo solo esseri umani... siamo attratti da queste diverse emozioni, chiamamole negative... ma quando vengono tutte rimosse e si può guardare avanti e la strada è libera, e a quel punto stai per creare qualcosa – credo che questo sia essere felici come più non potrei immaginare di esserlo.»


(trad. ripresa dal web e parzialmente corretta)

[ᔥ brainpickings]