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7 marzo 2022

Contro il putinismo e la Russia putiniana, senza se e senza ma

Stabilire un qualsiasi parallelo attuale tra Russia e Nato è come sostenere in tempo di pandemia che i vaccini anti-covid sono pericolosi quanto la malattia: vuol dire, cioè, avere disprezzo dei fatti.
Se è il momento di criticare l'Occidente, non lo è per vergogna delle sue libertà (sociali, politiche ed anche economiche, prendendo nel pacchetto tutti gli squilibri e i difetti che conosciamo) ma proprio per gli impulsi di putinismo che ha al suo interno.
La crisi russo-ucraina è un'occasione che la storia ci offre per risolvere le contraddizioni delle nostre democrazie liberali e progredire verso una vera integrazione transnazionale, prima di tutto inter-europea.
Basta con i paesi, i popoli, le patrie e i patrioti.
Basta con i freni alle nuove libertà sociali e con i clericalismi.
Basta con demagoghi e buffoni che diffondono l'odio e l'illusoria seduzione delle maniere forti.
Basta con qualsivoglia simpatia o appoggio verso chiunque queste maniere forti le usi.
Poi, se vorremo, ci dedicheremo anche a mitigare le solitudini, le alienazioni, gli squilibri socio-economici delle nostre vite da occidentali. Ma prima è necessario debellare ogni incrostazione illiberale e nazional-populista ovunque questa si manifesti: e non c'è maniera migliore di manifestare avversione per le aberrazioni causate dall'economia liberal-capitalista che accettare una riduzione del nostro tenore di vita e dei nostri lussi che da questo potrebbe conseguire.

Gianni D'Anna, 7 marzo 2022

12 ottobre 2018

Il Papa e l'aborto delle facoltà razionali

Le parole del Papa sull'aborto ("è come affittare un sicario"), come tante altre su argomenti che fanno meno clamore e che si fa finta di non sentire, arrivano come un'ennesima sveglia per tutti coloro che anche da posizioni progressiste si ostinano ad esprimere ammirazione per il personaggio.
Il fatto è che la religione, in questa recente stagione in cui i nuovi mezzi di comunicazione hanno portato più che mai alla ribalta le fake news, i complottismi, le pseudoscienze, l'idiozia in generale, rischia al confronto di sembrare qualcosa per menti raffinate (nei suoi aspetti teologici e filosofici, più che quelli legati alla superstizione popolare) o, quantomeno, tanto percepiamo grave la situazione dell'intelletto collettivo che si può cadere nella tentazione di rivalutarla come male minore rispetto ai tanti altri.
Invece non dobbiamo mai dimenticarci che la religione è la prima è più grande fake news di tutte, e il pensiero religioso è uno dei principali agenti che spianano la strada all'irrazionalità e al cattivo uso delle facoltà cognitive.
E no, ribadiamolo fino allo sfinimento, un feto non equivale a un essere umano, e un embrione ancor di meno; soltanto chi ragiona con i dogmi, e con le credenze metafisiche, può sostenere tale equivalenza.
E no, la vita non è un dono, ma è un accidente del caso; e non è detto che valga la pena di essere vissuta a tutti i costi e in tutte le condizioni.
E no, il denaro, il potere, il successo non sono "idoli" più di quanto non lo siano l'amore, l'altruismo, l'attaccamento alla vita; sono tutte illusioni che ci aiutano a vivere, a trovare delle ragioni per passare il tempo; e la vera via per il rispetto del prossimo passa per il riconoscimento di queste illusioni (l'esistenza dell'anima, il valore intrinseco della vita, l'amore disinteressato), perché siamo tutti nella stessa barca, gettati in questa esistenza, e non possiamo che aiutarci tutti a vicenda per fare in modo di generare meno sofferenza possibile, ma finché permetteremo alle fake news del pensiero campato per aria di dirottare le nostre facoltà cognitive ci renderemo impossibile riuscire in questo compito.


Gianni D'Anna, 11 ottobre 2018

2 ottobre 2018

Reddito di cittadinanza, disprezzo delle parole, e conservatorismo senza uscita

Reddito di cittadinanza, finché era sulla bocca di pochi, è sempre stato sinonimo di reddito di base incondizionato (o UBI, dall'inglese universal basic income). Lo scopo del basic income, in un'epoca in cui il lavoro sempre più scarseggia e diminuisce di qualità, è (guarda un po') separare il reddito dal lavoro.
Questo perché (tralasciando i benefici economici che pure sono ipotizzabili) in un mondo in cui si è sempre più attenti ai diritti umani e al benessere di tutti gli individui, sembra doveroso liberare le persone dal ricatto "o accetti di fare qualsiasi lavoro senza avere troppe pretese o crepi di fame".
Ora, lo scintillante nuovo significato che l'attuale governo ha dato al concetto è evidentemente tutt'altro. E benché siamo abituati al disprezzo delle parole e del reale significato delle cose, l'abitudine non ci deve far desistere dall'esprimere tutto il nostro sconcerto anche in questo caso. E questo scempio è tanto più odioso tanto più si pensa a come il travisamento sia avvenuto per piegarsi alla più mediocre demagogia: perché "non diamo dei soldi per stare sul divano".
È qui che l'anima conservatrice, anche di quella parte del governo che taluni speravano dotata di qualche afflato progressista (anche se "destra e sinistra sono concetti superati", ci mancherebbe), è venuta fuori, senza alcuna possibilità di speranza.
E no, la "pretesa", come dovrebbe essere ovvio, non è ricevere dei soldi per stare sul divano, ma è di non finire a vivere sulla strada e senza cibo nell'attesa che il "mercato" produca lavoro per tutti, non si sa come; forse trovando un altro pianeta dopo che, a breve, avremo finito di consumare l'unico di cui disponiamo; o forse facendoci diventare tutti fattorini comandati da un'app.
E, in tutto questo, l'opposizione parla di misura "assistenzialista"; invece di rilanciare con un vero reddito di cittadinanza, invece di proporre una nuova visione davvero progressista, va ancora più a destra (e non ce ne stupiamo).


Gianni D'Anna, 2 ottobre 2018

22 settembre 2018

Calvino: Il diavolo oggi è l'approssimativo

«Il diavolo oggi è l'approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venir nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell'imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri, il diavolo come personificazione della mistificazione e dell'automistificazione. Dico l'approssimativo, non il complicato; quando le cose non sono semplici, non sono chiare, pretendere la chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria, e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici, cioè menzogneri. Invece lo sforzo di cercare di pensare e d'esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l'unico atteggiamento onesto e utile. Riuscire a definire i propri dubbi è molto più concreto che qualsiasi affermazione perentoria le cui fondamenta si basano sul vuoto, sulla ripetizione di parole il cui significato si è logorato per il troppo uso.»

– Italo Calvino, Una pietra sopra, Einaudi, 1980 (da: La Domenica del Corriere, marzo 1978, risposta a una "inchiesta sul diavolo oggi")

24 agosto 2018

Hannah Arendt e i populismi del terzo millennio (rassegna)

- www.lastampa.it/2018/08/23/cultura/hannah-arendt-cos-descrisse-nel-i-populismi-del-terzo-millennio

La Stampa: Così Hannah Arendt descrisse (nel '51) i populismi del Terzo millennio (di Christian Rocca)

«[i movimenti totalitari europei] reclutarono i loro membri da questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che in maggioranza furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda e un atteggiamento d’indifferenza per gli argomenti degli avversari. [...]
[questi movimenti] misero in luce quel che nessun organo dell’opinione pubblica aveva saputo rilevare, che la costituzione democratica si basava sulla tacita approvazione e tolleranza dei settori della popolazione politicamente grigi e inattivi non meno che sulle istituzioni pubbliche articolate e organizzate. [...]
In un mondo in continuo mutamento, e sempre più incomprensibile, le masse erano giunte al punto di credere tutto e niente, da pensare che tutto era possibile e niente era vero. [...] la propaganda di massa scoprì che il suo pubblico era pronto in ogni momento a credere al peggio, per quanto assurdo, senza ribellarsi se lo si ingannava, convinto com’era che qualsiasi affermazione fosse in ogni caso una menzogna. I capi totalitari basarono quindi la loro agitazione sul presupposto psicologicamente esatto che in tali condizioni la gente poteva essere indotta ad accettare le frottole più fantastiche e il giorno dopo, di fronte alla prova inconfutabile della loro falsità, dichiarare di aver sempre saputo che si trattava di una menzogna e di ammirare chi aveva mentito per la sua superiore abilità tattica.»

17 luglio 2018

Lo straniero è uno specchio della nostra scissione intima (rassegna)

- espresso.repubblica.it/visioni/2018/07/18/news/la-parola-straniero-ci-inquieta-perche-e-il-nostro-specchio

L'Espresso: La parola straniero ci inquieta. Perché è il nostro specchio (di Wlodek Goldkorn, colloquio con la filosofa Donatella Di Cesare, 16 luglio 2018)

«Nello straniero vediamo la nostra estraneità, che ci fa paura. Gli esempi sono banali; ci fa paura sentire la nostra voce registrata, o guardarci allo specchio osservandoci. Noi questa estraneità la cerchiamo di rimuovere. Dal punto di vista della nostra psiche è la questione centrale. Mi spiego: tendiamo a pensare che la nostra identità sia fissa e immutabile. E invece non è così: oggi siamo diversi rispetto a ieri, per fare un’osservazione banale. Vede, lo straniero è uno specchio della nostra scissione intima, della ferita che ciascuno di noi si porta dentro la psiche. Ora, ci sono persone capaci di introspezione e che quindi sopportano la non integrità. E c’è chi non la sopporta.»
[...]
«Sono temi che la sinistra ha aggirato, eluso. La sinistra, tra cittadino e migrante si è schierata con il cittadino. Tutti i discorsi della sinistra sono su come governare i flussi, gli sbarchi, l’immigrazione. Del resto, i cittadini votano i migranti no. Quindi la sinistra si occupa dei “propri” poveri, del welfare nel “proprio” Paese e quello che succede fuori dai confini è come se non la riguardasse. [...]
Il problema è che la giustizia sociale non è possibile in un Paese solo e certamente non nell’epoca della globalizzazione. La storia della sinistra è la storia dell’Internazionale. Non ci piace più la parola Internazionale? Bene, usiamo un altro termine, ma non si può tradire una vocazione e una tradizione. Altra parola diventata tabù per la sinistra è “proletariato”. Ma il proletariato è per eccellenza la classe solidale. Il proletariato non è la classe ripiegata su se stessa, egoista, il proletariato combatte per i diritti di tutti, altrimenti è una corporazione. Il proletariato è la classe che emancipa le altre, quindi deve essere necessariamente solidale e internazionalista.
»

22 aprile 2018

Piketty: la contesa è tra sinistra bramina e destra dei mercanti (rassegna)

- www.lastampa.it/2018/04/19/cultura/piketty-ora-la-contesa-tra-sinistra-bramina-e-destra-dei-mercanti

La Stampa: Piketty, ora la contesa è tra sinistra bramina e destra dei mercanti (di Stefano lepri)

Occorre "una nuova sintesi tra egualitarismo e internazionalismo".

«La soglia che segna il mutamento, secondo lo studioso francese, è il momento in cui il 10% più istruito della popolazione comincia a votare più a sinistra del restante 90%. Secondo i dati da lui raccolti, Usa e Francia l’hanno varcata durante la seconda metà degli Anni 60 (il Sessantotto potrebbe entrarci qualcosa), la Gran Bretagna durante gli Anni 80. Dunque ben prima della globalizzazione e dell’afflusso massiccio di immigrati si indebolivano le ragioni classiste del voto a sinistra. [...]
Quanto la globalizzazione abbia accelerato la tendenza già presente, avverte Piketty, lo potrà dire l’estensione delle ricerche ad altri Paesi. Certo nella spaccatura di oggi – trasversale a quella destra/sinistra – tra chi sostiene l’apertura al mondo e chi vuole ripiegare sulle identità e sulla sovranità nazionale, il grado di istruzione conta assai. Negli Usa vota per il Partito democratico il 51% di chi ha una laurea breve, il 70% dei laureati ordinari e il 75% di quelli con diploma di terzo ciclo; nel 1948 erano nell’insieme il 20%. I francesi 60 anni fa votavano a sinistra per il 38% se laureati, per il 57% se con licenza elementare o meno; ora al contrario circa 60% i primi, 45% i secondi.
Piketty ha guadagnato fama documentando che le disuguaglianze nei Paesi avanzati sono parecchio cresciute negli ultimi due o tre decenni. Ma perché, si interroga ora, al contrario la gente se ne preoccupa di meno? [...]
ll mercato globale sembra arricchire una minoranza. Tuttavia l’azione dello Stato, se guidata dalla sinistra, può apparire vantaggiosa solo a una differente élite. Di qui il populismo. In Francia, una buona quota del 51% ostile ai ricchi vota Marine Le Pen. Ovunque è in voga la polemica contro gli "esperti", anche quando non collegabili alla sinistra, come la Banca d’Inghilterra a proposito della Brexit.»

4 febbraio 2018

Tutti i mori d'Italia (e le piccole Alabama ante litteram) (rassegna)

- ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/21/tutti-i-mori-ditalia52.html

Repubblica: Tutti i mori d'Italia (di Igiaba Scego)

«È chiaro che la presenza africana era legata alla schiavitù. In quei tempi, parliamo del Quattrocento-Cinquecento-Seicento, la schiavitù era reciproca e interessava le due sponde del Mediterraneo. Come ben scrive Salvatore Bono in Schiavi. Una storia mediterranea (XVI- XIX secolo) (Il Mulino) i cristiani venivano imprigionati nelle coste del Nord Africa e i musulmani (e non solo loro) in Europa. Trapani per esempio era un grande mercato di schiavi. E la Sicilia interessata da una vasta coltivazione di canna da zucchero usava nel Quattrocento manodopera schiavile, soprattutto dall'Africa subsahariana, almeno fino a che è durato il monopolio andato in crisi con la "scoperta" dell'America. Una Sicilia, ma anche una Puglia, una Calabria e soprattutto una Napoli (la città con più schiavi in Italia) che erano delle piccole Alabama ante litteram. Ma c'era anche la schiavitù al femminile, una compravendita serrata soprattutto di schiave greche e circasse in zone come la Liguria. La maggior parte del mercato però era costituito soprattutto da turchi e maghrebini che ingrossavano le fila degli uomini atti al remo nelle galere in molte città portuali, Livorno in testa. [...]
Di fatto la presenza degli afrodiscendenti era reale nella penisola. Così reale che alcuni arrivarono anche nel cuore dei Medici. Alessandro de' Medici, destinato a diventare nel Cinquecento duca di Firenze, era di fatto anche lui nero a metà, padre mediceo e madre schiava conosciuta con il nome di Simonetta da Collevecchio. Di lui ci rimangono numerosi ritratti. Dal Pontormo al Bronzino, dal Vasari all'Allori.
Basterebbe solo studiare un po' la storia, in Italia forse più che altrove, per capire che siamo di fatto tutti mescolati e non da oggi. E che nel famoso sangue italiano, quello dello ius sanguinis che qualcuno contrappone allo ius soli, scorre da parecchio tempo sangue africano.»

28 gennaio 2018

La grande diseguaglianza della società servile (rassegna)

- ilmanifesto.it/la-grande-diseguaglianza-della-societa-servile/

il Manifesto: La grande diseguaglianza della società servile (di Marco Revelli)


«non si limita a dirlo con l’aridità delle statistiche, confronta anche le vite dei protagonisti: quella, per esempio, di Amancio Ortega (il quarto nella classifica dei più ricchi), padrone di Zara, i cui profitti sono stati pari a un miliardo e 300 milioni di dollari, e quella di Anju che in Bangladesh cuce vestiti per lui, 12 ore al giorno, per 900 dollari all’anno (quasi 1 milione e mezzo di volte in meno) e che spesso deve saltare il pasto.

È questa la forza del rapporto Oxfam di quest’anno: che non si limita a guardare il mondo sul suo lato “in alto” – a descriverne il luminoso polo della ricchezza -, ma di misurarlo anche “in basso”. Di rivelarci la condizione miserabile e oscura del mondo del lavoro, dove uno su tre è un working poor, un lavoratore povero, in particolar modo una lavoratrice povera. E dove in 40 milioni lavorano in “condizione di schiavitù” o di “lavoro forzato” (secondo l’ILO “i lavoratori forzati hanno prodotto alcuni dei cibi che mangiamo e gli abiti che indossiamo, e hanno pulito gli edifici in cui molti di noi vivono o lavorano”).

Il sistema economico globale, plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella maga-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità.

In realtà nessuno dei suggerimenti che il Rapporto avanza figura nell’agenda (quella vera, non gli specchietti per le allodole) dei governi di ogni colore e continente»

La leggenda nera del Sessantotto (rassegna)

- ilmanifesto.it/la-leggenda-nera-del-sessantotto/

il Manifesto: La leggenda nera del Sessantotto (di Marco Bascetta)

"Per concludere questa provvisoria ricognizione delle politiche e delle ideologie che continuano a fare della resa dei conti con il Sessantotto buona parte della loro ragion d’essere, non si può certo tralasciare la riscoperta dei «valori tradizionali» nella chiave di un conformismo xenofobo e identitario che rovescia nel suo contrario quella scoperta dell’Altro che negli anni ’60 e ’70 aveva rappresentato un principio critico nei confronti dell’autocelebrazione dell’Occidente e delle sue politiche di rapina mascherate da progresso.
La persistenza dello spettro sessantottino è una delle diverse spie che meglio rivelano la natura del capitalismo contemporaneo.
Il neoliberismo, infatti, a differenza del suo antenato liberale, si manifesta nella forma della controrivoluzione. Caratteristica di una controrivoluzione non è tanto il ripristino delle condizioni che precedevano l’insorgenza rivoluzionaria (a prescindere dal suo grado di radicalità o di successo) quanto la neutralizzazione o la messa sotto controllo dei possibili fattori di cambiamento, in un processo articolato di delegittimazione delle soggettività ribelli. Una controrivoluzione, in altre parole, non restaura un assetto ma un corso della storia ritenuto alterato e deviato dall’illusoria ricerca di un’alternativa. E imputa a quella ricerca effetti grotteschi o disastrosi. È dunque la facoltà stessa di ricercare che essa intende abrogare. Non è un caso che un controsenso come il «non ci sono alternative», sia diventato la colonna sonora preferita dall’establishment.

Sia chiaro, la controrivoluzione neoliberista si è trovata a fare i conti con una storia ben più lunga e potente della stagione a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, che tuttavia ha rappresentato l’ultimo momento in cui un diverso corso (diverso anche dal socialismo d’anteguerra e dalla sua discendenza) fu spasmodicamente sperimentato. Per questa ragione l’«odio per il ’68» occupa un posto così importante nel discorso pubblico e influenza ancora a distanza di mezzo secolo le riforme politiche destinate a garantire l’ordine del mercato e l’autorità dello stato che gli fa da cornice. Del 1968 si può insomma pensare tutto quello che si vuole, dilettarsi a celebrarne le virtù modernizzatrici o stigmatizzarne le distruttive illusioni, a patto di non perdere di vista gli effetti di quella demonizzazione implicita che ne sottende financo la celebrazione.
Ogni politica di «legge e ordine» ha assoluto bisogno di un tempo del caos con il quale misurarsi, del ricordo di un mondo turbolento e minaccioso che faccia risaltare la pacificazione che essa promette sorvolando sugli inconvenienti che comporta. Alla stagione dei movimenti è toccato in sorte questo compito. Il «libro nero» del Sessantotto ci rivela ciò che oggi i poteri costituiti aborriscono e temono. È la ragione per cui vale la pena di sfogliarlo tra un decennale e l’altro."

Le nazioni non esistono (rassegna)

- ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/14/le-nazioni-non-esistono62.html

Repubblica: Le nazioni non esistono (di Roberto Esposito)

«La verità è che non sappiamo bene come definire il racconto nazionalista in rapporto alla realtà delle nazioni. Del resto non si può dire che vi sia stato un pensiero veramente all'altezza della questione. Elusa dal marxismo, perché refrattaria al suo impianto economicistico, essa non è nelle corde neanche della tradizione liberale, poco incline a trattare di organismi statali e dei loro derivati. Così non abbiamo avuto né un Hobbes, né un Tocqueville né un Weber sul nazionalismo, restando per lo più ancorati a un punto di vista tolemaico, senza mai approdare a una prospettiva copernicana in relazione a un problema decisivo della politica moderna.»

7 gennaio 2018

Lo straniero migrante come figura abissale: La sovversione di coabitare il mondo (rassegna)

- ilmanifesto.it/donatella-di-cesare-la-sovversione-di-coabitare-il-mondo

il manifesto: Donatella Di Cesare, la sovversione di coabitare il mondo (di Roberto Ciccarelli)

«IL MIGRANTE, in quanto straniero, è una figura abissale perché rivela che l’estraneo non è solo l’altro da me, ma è quello che abita in me. Questa esperienza è stata definita da Freud "perturbante": è ciò che turba l’ordine dell’Io, mostrando l’inquietudine più grande. L’Io non ha proprietà, una terra a cui appartenere, una coscienza a cui rimettere i suoi peccati, ma è un altro ed è straniero a se stesso. È Unheimlich, un essere-senza-casa. Il migrante mette a nudo il mito dell’identità autoctona, la finzione su cui è fondata la sovranità, il valore che lo Stato difende in nome della "sicurezza". Se l’Io è un altro, scriveva Rimbaud, allora il Sé immobile crolla. Un esito inaccettabile che lo Stato evita ricorrendo alla polizia e agli eserciti. Così la sovranità esibisce il suo ultimo potere: il monopolio della violenza.
[...]
LA CASA degli stranieri residenti non è lo Stato, né il mercato. È l’Internazionale. La riproposizione di questa categoria è una delle idee originali del libro. Di Cesare la intende come sinonimo di una "coabitazione oltre le appartenenze e la proprietà". In questa prospettiva l’Altro non è una metafisica, non è l’ospite, né può essere rinchiuso nelle contraddizioni del diritto di asilo. Se lo straniero siamo noi, allora il sé e l’altro non sono opposti, ma si implicano a vicenda. Lo straniero non è dunque l’opposto del cittadino, entrambi sono stranieri residenti in un’Internazionale slegata dal territorio e dalla cittadinanza, capace di trasformare la prima e di superare le aporie della seconda. La coabitazione indica un essere-in-comune, pratica una convergenza politica e mostra un altro modo di stare al mondo. Per gli anarchici e i comunisti la casa è il mondo intero. Per tutti gli altri l’Internazionale è la coabitazione della futura umanità con i prossimi e gli stranieri.»

Avanti tutta, verso il passato: Il grande rinculo (rassegna)

- espresso.repubblica.it/attualita/2017/01/05/news/avanti-tutta-verso-il-passato

L'Espresso: Avanti tutta, verso il passato (di Marco Pacini)

«Altro che la “fine della storia”, annunciata all’inizio dei Novanta del secolo scorso. Più che a una fine sembra di assistere al Grande rinculo.
[...]
"C’è un rifiuto manifesto della nostra epoca di generare le successive", scriveva alla fine del secolo scorso Paul Virilio. [...] Come lo storico delle idee americano Mark Lilla: "La nostalgia è molto più forte della speranza, perché non può deludere", così ha fotografato il presente in una recente intervista Lilla, che ha da poco dato alle stampe “The Shipwrecked mind” (La mente naufraga).
Naufraga come il pensiero politico che non produce più nulla di nuovo da decenni, de constata il filosofo della politica Sebastiano Maffettone: "È in completo stallo: dopo Rawls e Habermas non c’è stato più nulla. La cultura politica ancora dominante in occidente è la liberaldemocrazia. Ma quel mondo è finito."
[...]
Sarà per questo che il Nuovo all’italiana, per esempio (con l’unica eccezione del passo storico sulle unioni civili), sta precocemente dimostrando di avere un fiato troppo corto? Vecchio per vecchio, è meglio il più vecchio. E se si fa del nuovismo rottamatore la semplice riedizione del blairismo con 20 anni di ritardo, si rischia di essere “scoperti”.
[...]
E per restare all’osservatorio-Italia sul Grande rinculo c’è chi, come lo storico Guido Crainz, retrodata ancora l’incapacità di gettare lo sguardo senza torsioni della testa all’indietro. Perché a ben vedere, sostiene, "il periodo in cui il nuovo era nuovo e faceva immaginare un futuro, si può far risalire alla fine dell’Italia rurale. Già dagli anni Ottanta e da Berlusconi in poi, col nuovo si comincia a riciclare il vecchio: si affaccia una modernità inedita, con il riemergere di modelli di passato. Lo stesso stilema berlusconiano dell’uomo che si è fatto da solo è vecchio: in “Una vita difficile” Alberto Sordi elogia l’uomo che si è fatto da solo… E il film è del 1961".
[...]
"Si cerca il nuovo, si trovano solo le novità", diceva Robert Musil. E sono parole che rappresentano bene l’ambivalenza di fronte a ciò che è nuovo e a ciò che è vecchio, secondo il sociologo Stefano Allievi. "Da un lato", osserva, "siamo obbligati a reinventare continuamente il nuovo, riducendolo a nuovismo. Nessuno del resto riuscirebbe a vendere un prodotto, una moda, un’idea o una forma di aggregazione sociale etichettandola come “vecchia”: semplicemente, non troverebbe clientela. Dall’altro spesso il cambiamento si limita alla forma, incidendo poco sul contenuto: questione di labelling e di packaging, più che di sostanza"»

9 dicembre 2017

La toponomastica dei massacri (rassegna)

- https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/mapping-massacres

New Yorker: The mapping of massacres (di Ceridwen Dovey)

Il cuore nero dell'Australia bianca.

5 dicembre 2017

L’origine della diseguaglianza (rassegna)

- http://temi.repubblica.it/micromega-online/l-origine-della-diseguaglianza-da-rousseau-al-paleolitico/

Micromega-online: L’origine della diseguaglianza. Da Rousseau al Paleolitico (di Cristina Cecchi)

«È contro la legge di natura, comunque vogliamo definirla, [...] che un pugno d’uomini rigurgiti di cose superflue, mentre la moltitudine affamata manca del necessario.»

[...]
«Ma furono i Sumeri (circa 3000-2000 a.C.) – i Sumeri, che da bambini ci insegnavano ad ammirare perché hanno inventato la scrittura, fermando l’infanzia onirica del mondo e dando avvio alla memoria dell’umanità: la storia è davvero la storia degli oppressori – il popolo che in età antica portò al massimo grado di raffinatezza il leviatano della diseguaglianza. I Sumeri per primi privatizzarono la terra; l’aristocrazia ereditaria – i cui figli nutrivano le fila di regnanti, funzionari d’alto livello, sacerdoti e giudici della corte suprema – aveva grandi possedimenti, terre lavorate per loro da gente comune e da schiavi; non c’erano quasi più terre che non fossero private. Il territorio venne diviso in province amministrative, ciascuna con un governatore, una capitale e una gerarchia di città, grandi villaggi e piccoli villaggi. Si perse l’egualitarismo tra unità territoriali – l’eguaglianza non è solo tra umano e umano, ma anche tra unità territoriale e unità territoriale – e vennero l’urbanizzazione e la divisione del lavoro modernamente intese.
[...]
Beninteso: non sono l’agricoltura e la vita stanziale – quindi un passaggio evolutivo di per sé neutro dal punto di vista della diseguaglianza – ad aver incrementato il livello di diseguaglianza nell’umanità e ad aver dato il la a tutti gli sviluppi successivi. L’agricoltura e la possibilità di accumulare sono stati solo il mezzo che (quel che Rousseau chiamava) l’amor proprio di alcuni – agenti umani che si sono battuti per avere maggiori privilegi rispetto ad altri che invece resistevano a questo processo – ha potuto sfruttare per ottenere privilegio sociale, dal quale poi è derivato il resto. E il resto è storia: può essere modificato.»

28 novembre 2017

VIDEO: Un volto nella folla (Kazan, 1957): politica e televisione


La politica e la sua "fase televisiva": a distanza di sessant'anni, siamo ancora fermi alla barbara stupidità qui perfettamente illustrata, in uno dei capolavori di Kazan.

I sottotitoli italiani (introvabili) di queste due brevi sequenze sono frutto della trascrizione del doppiaggio e in parte di una mia ritraduzione, necessaria in certi punti per ottenere una maggiore fedeltà all'originale (ad esempio, laddove il testo inglese diceva "That mutt didn't do Roosevelt any harm, did it? Dick Nixon either" il doppiaggio italiano aveva adattato con "- Mi raccomando però che sia un bastardo, non siamo razzisti. - No, se si tolgono i negri").

30 aprile 2017

Žižek: Perché non esistono alternative praticabili al capitalismo sfrenato

«Credo ancora nel detto del compagno marxista della Scuola di Francoforte Walter Benjamin, secondo il quale dietro ogni ascesa del fascismo ci sarebbe una rivoluzione fallita.
[...]
Ritengo che questo fenomeno del populismo di destra sia esattamente l'inverso di qualcosa che non è accaduto. Non è accaduto per caso, è accaduto perché qualcosa di diverso non è accaduto, perché la sinistra non ha fornito una risposta adeguata.
[...]
È comunque chiaro che il capitalismo stia arrivando al suo limite. Ma non credo nella risposta semplicistica di chi parla di una auto-organizzazione senza potere centrale e blabla. No, credo che oggi il grande compito sia proprio quello di reinventare robuste strutture su larga scala di agenti politici con una forte autorità.
[...]
L'ecologia, sì, non è più questo approccio individualista che è molto astutamente propugnato da grandi aziende e apparati statali; un modo di distoglierci dall'affrontare davvero i grandi problemi rivolgendosi a noi come individui, individui responsabili; per esempio, se critichi le grandi aziende perché inquinano l'ambiente, un tipico ideologo dei nostri giorni ti dirà "ma tu che cosa hai fatto? chi sei tu per criticare? hai riciclato tutte le tue lattine di Coca Cola? hai fatto la raccolta di tutti i giornali?", e così via. E questo funziona a meraviglia. L'attenzione viene deviata su te stesso in modo che ti senta in colpa, e al tempo stesso ti viene offerta una semplice via d'uscita... acquista cibo biologico, e via dicendo, e potrai continuare a vivere come prima. Quindi, tornando ai punti principali in modo da non perdermi, è chiaro che ci stiamo avvicinando su diversi livelli a un momento critico. Ma la sinistra, e questo tradizionalmente dovrebbe essere il terreno naturale della sinistra, la sinistra ha prosperato nei momenti critici. Ma adesso, siamo franchi, non ha una soluzione.
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Penso che dobbiamo tenere presente questa lezione molto dolorosa, che la maggioranza non ha automaticamente ragione. Ora, non sto dicendo che ci sia un partito comunista che abbia sempre ragione, sto solo dicendo che una certa dose di salutare diffidenza, non della democrazia in quanto tale, ma della maggioranza, è per me totalmente legittima.
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Quindi, tornando alla mia grande questione, credo che la vera causa di tutto questo populismo sia il semplice fatto che viviamo in un'era di grande malcontento e di rabbia, e via dicendo, e che però la sinistra non ha un modello, ha solo vuoti propositi. La gente dovrebbe decidere di più attraverso la democrazia, bla bla bla, ma cosa significa? Cosa si deve fare? Come si deve riorganizzare lo stato? Perché il grosso problema è questo, naturalmente, è ancora il vecchio problema di Fukuyama. Francis Fukuyama, io non sono d'accordo con lui, ma ci aveva visto giusto in quel senso. Ancora oggi la maggior parte dei politici, anche quelli di sinistra, è Fukuyamista nel senso che ritiene che il capitalismo democratico liberale sia la forma definitiva e tutto quello che possiamo fare è migliorarlo, sai, più servizi sanitari, più tolleranza (qualunque cosa significhi), più welfare... ma il modello di base è accettato.
Nessuno si sta facendo le domande che la gente si faceva 40/50 anni fa, tipo "il capitalismo è la risposta definitiva?", "possiamo immaginare un'organizzazione sociale che vada oltre lo stato?", e così via. Quindi per me il grosso problema è questo che potremmo chiamare Fukuyamismo socialdemocratico illuminato, come quello incarnato da Tony Blair nel Regno Unito. È sufficiente? Oppure è necessario qualcosa di più radicale, come io ritengo?
Non credo in nessuna rivoluzione comunista o che so, ma semplicemente penso che i problemi che abbiamo di fronte non possano essere risolti a questo livello. Quindi questa è la mia triste previsione. O si inventa una nuova forma di sinistra o altrimenti... guardiamo a Hollywood, mi fido sempre di Hollywood. Hollywood ci sta di continuo avvertendo, vedi Hunger Games, Elysium e così via, che questa è la società a cui stiamo arrivando. Il venti per cento delle persone vive nella zona privilegiata, la maggioranza è fuori. Questo è il futuro.»

(trad. mia)




1 marzo 2017

AUDIO: Thomas More, l'utopia, e la ragione come motore di auto-trascendenza della società



«Recentemente si registrano degli interessanti segnali di ritorno di attenzione per questo aspetto dimenticato, per molti versi, del pensiero moderno.
Io credo che ragionare oggi sull'utopia significa ancora una volta ragionare sul nostro rapporto col tempo, e in particolare con il futuro, visto che il futuro è quello che è scomparso per molti versi dalla nostra visione del mondo.
Soprattutto, siamo abituati a pensare la ragione come una facoltà che serve a organizzare e razionalizzare l'esistente, ma la ragione occidentale è stata in primo luogo un motore di innovazione, di trasformazione, di auto-trascendenza delle società esistenti. Forse tornare a discutere di utopia significa anche tornare a discutere di tutto questo.»

– Luca Scuccimarra (professore di Storia delle dottrine politiche alla Sapienza di Roma)

21 febbraio 2017

I bisogni autentici contro quelli fasulli e dannosi: una nuova Critica della vita quotidiana (rassegna)

il Manifesto, Le Monde diplomatique, 16 febbraio 2017: Di cosa abbiamo (davvero) bisogno (di Razmig Keucheyan)

«Con un colpo di genio, il capitalismo del dopoguerra è riuscito a riorientare la volontà di cambiamento verso l’insaziabile desiderio di consumare. Questo modello si scontra ormai con un limite invalicabile: l’esaurimento delle risorse naturali. Per immaginare un modo di vivere al tempo stesso soddisfacente e sostenibile, non basta rifiutare l’impero delle merci. Occorre prima di tutto riflettere su ciò di cui abbiamo bisogno.
[...]
Come distinguere i bisogni legittimi, che potranno essere soddisfatti nella società futura, dai bisogni egoisti e irragionevoli, che dovremo rinunciare a soddisfare? È la domanda che affronta il Manifeste négaWatt (Manifesto negaWatt), uno dei saggi di ecologia politica più stimolanti fra quelli di recente pubblicazione, scritto da specialisti dell’energia.
[...]
Affinché la popolazione accetti la transizione ecologica, le decisioni che la sottendono devono ottenere l’adesione generale. Stabilire una lista di bisogni autentici non ha nulla di facile e presuppone una continua deliberazione collettiva. Si tratta dunque di mettere in essere un meccanismo che parta dal basso, in grado di identificare democraticamente i bisogni ragionevoli.
[...]
L’adattamento delle società alla crisi ambientale presuppone una riorganizzazione da cima a fondo della vita quotidiana delle popolazioni. Ma questo non può avvenire senza mobilitarle, senza far leva sulle loro conoscenze e sul loro saper fare, e senza trasformare in un simile movimento le soggettività consumatrici. Dobbiamo dunque arrivare a una nuova "critica della vita quotidiana"; una critica elaborata in maniera collettiva.»

4 gennaio 2017

Illuminismo e diritto d'esistenza (rassegna)

- ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/12/19/quale-illuminismo-ragione-diritto-desistenza-e-movimenti-sociali

Micromega-online: Quale “Illuminismo”? Ragione, diritto d’esistenza e movimenti sociali (di Paolo Quintili)

«Affermò Robespierre: Nessuno ha il diritto di ammassare montagne di grano per trarne profitto, accanto al proprio simile che muore di fame. Qual è il primo scopo della società? Tener fermi i diritti imprescrittibili dell’uomo. E qual è il primo di questi diritti? Quello di esistere. La prima legge sociale è dunque quella che garantisce a tutti i membri della società i mezzi per esistere.»