«[...] proprio a questo tendono tutti gli ordinamenti dell’uomo, a fare cioè in modo che la vita, in una continua distrazione dei pensieri, non venga sentita.
Ma perché egli vuole così energicamente l’opposto, sentire cioè proprio la vita, vale a dire soffrire per la vita? Perché vede che lo si vuol frodare di lui stesso e che vi è una specie di accordo per rapirlo via dalla sua caverna. Allora si ribella, tende gli orecchi e decide: "io voglio rimanere mio!". È una decisione spaventosa; solo a poco a poco se ne rende conto. Ora infatti deve affondare nella profondità dell’esistenza con una serie di domande insolite sulle labbra: perché vivo? quale lezione debbo trarre dalla vita? come sono diventato qual sono e perché soffro di questo esser-così? Si tormenta: e vede che nessuno si tormenta così, che, anzi, le mani del suo prossimo sono appassionatamente tese verso i fantasmagorici avvenimenti che il teatro politico offre, oppure che gli uomini vanno facendo mostra orgogliosa di sé in cento maschere come giovani, uomini, vecchi, padri, cittadini, preti, funzionari, mercanti, assiduamente preoccupati della loro commedia comune e niente affatto di sé. Alla domanda: a che vivi? essi risponderebbero rapidamente e con orgoglio: "per diventare un buon cittadino, scienziato, uomo politico"; eppure essi sono qualche cosa che non può diventare niente altro, e perché sono per l’appunto ciò? Ahimè, e niente di meglio? Chi intende la sua vita soltanto come un punto nello sviluppo di una stirpe, di uno Stato o di una scienza, e dunque vuole appartenere completamente al racconto del divenire, alla storia, non ha compreso la lezione che l’esistenza gli impartisce e deve studiarla un’altra volta. Questo eterno divenire è un menzognero giuoco di burattini per il quale l’uomo dimentica se stesso, la vera e propria distrazione che disperde l’individuo a tutti i venti, il giuoco insipido e senza fine che il grande fanciullo tempo giuoca davanti a noi e con noi. L’eroismo della veridicità è di cessare un giorno di essere il suo giocattolo.»
– Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore, tr. it. di Mazzino Montinari
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8 dicembre 2021
9 giugno 2020
De Sade: Tutto è vizio nell'uomo
Nessuna voce del cuore si cela in effetti nei riposti segreti dell'animo. Nessuna luce ultramondana trapela attraverso la sorda e sempiterna materia. Solo il grido disperato e disperante delle vittime si leva dai recessi del dolore in cui esse sono confinate. Solo la ferocia degli istinti libertini possiede il diritto e/o la forza di mettere a tacere le esigenze altrui, abbrutite ed umiliate nelle orrifiche maglie della violenza e della crudeltà assolute.
[...]
Privo dell'anima e, quindi, della supposta capacità di autodeterminarsi, l'uomo non è altro che un aggregato di materia variamente combinata: incapace di scegliere cosa sentire e desiderare, è macchinalmente portato ad inseguire la specifica felicità cui i suoi istinti anelano e, animale tra altri animali, non differisce da un verme o da una mosca se non per una maggiore complessità della struttura dalla quale è composto. Quand'anche, cercando di uscire dalla monadica solitudine in cui se sente confinato, tentasse di stabilire un rapporto con i suoi simili, egli non potrebbe superare i limiti fisiologici che delimitano ogni essere vivente, né comprendere qualcosa che sia fisicamente diverso da se stesso e dai propri bisogni. Una legge tuttavia lo accomuna agli altri organismi; una norma insita tanto nella creatura più pacifica e bonaria quanto in quella più feroce e crudele: l'egoismo, signore e padrone dell'intera natura. Come numerosi moralisti e, in particolar modo, Francois de La Rochefoucauld, Sade non considera l'amour propre qualcosa da cui la coscienza umana si possa liberare, bensì una dimensione inestirpabile, l'essenza più profonda ed intima di qualsivoglia realtà esistente:
“Tutto perciò è vizio nell'uomo e il solo vizio è l'essenza della sua natura e del suo organismo. L'uomo è vizioso quando preferisce il proprio interesse a quello degli altri ed è vizioso nello stesso seno della virtù, dal momento che questa virtù, questo sacrificio delle passioni non è altro in lui se non un moto d'orgoglio o il desiderio di fare refluire su di sé una dose di felicità più serena di quella offertagli dal delitto.” [Juliette ovvero le prosperità del vizio (1801), trad. di P. Guzzi, Newton Compton, Roma, 1993, vol. I, p. 137]
Da questo punto di vista, ogni impostazione etica perde qualsiasi valore autonomo ed assiologico: non essendo altro che uno stratagemma per occultare i moventi soggettivi, essa viene impiegata solo da coloro che, per necessità di cosa, non possono estrinsecare direttamente i desideri patiti, e ottenere subito quel che altri sa prendere e conquistare repentinamente.
[...]
La forza di cui parla sovente Sade non ha [...] alcun fondamento sociale, ma è generata esclusivamente da una causa soggettiva, la quale rappresenta ciò che spinge taluni individui tanto verso la conoscenza quanto verso l'emancipazione comportamentale, indistinguibili e medesimi principi degli intelletti più robusti e lucidi:
“L'elemento della fiaccola della filosofia è lo sperma. Tutti i principi morali e religiosi scompaiono completamente quando sopraggiungono le passioni.” [La nuova Justine ovvero le sciagure della virtù (1799), trad. di F. Nicoletti Rossini, Newton Compton, Roma, 1993, p. 73]
Un solo Eros – e non due, come vorrebbe Platone nel Simposio – muove dunque la coscienza: un bisogno volgare, terreno, lubrico. L'altro, frutto della fantasia e dell'immaginazione del famoso filosofo greco, non esiste né potrebbe mai esistere. Al di là della materia e della biologica felicità cui anelano gli uomini, involontariamente precipitati in "questo mondo", non c'è del resto nulla: non si disvela e concreta alcuna verità possibile.
L'animo è dunque gettato dalla natura in una realtà estranea ed innocente la cui sola ed unica determina il continuo ed incessante divenire delle forme: se vuole appagare le brulicanti esigenze dalle quali è percorso, deve avere il coraggio di perseguire una felicità intensa ed estrema, la quale non può punto considerare il dolore altrui un limite degno di considerazione o di rispetto alcuni.
– Marco Ranalli, De Sade. Il pensiero filosofico, Editrice Clinamen, 2011, pp. 81-83
– Marco Ranalli, De Sade. Il pensiero filosofico, Editrice Clinamen, 2011, pp. 81-83
8 giugno 2020
La Mettrie: Il rimorso non è altro che un vecchio pregiudizio
«Il rimorso non è dunque che una spiacevole reminiscenza, una vecchia abitudine di sentire che riprende il sopravvento. Si tratta, se si vuole, di una traccia che si rinnova, e quindi di un vecchio pregiudizio che le voluttà e le passioni non riescono ad addormentare così bene che questo prima o poi non si risvegli quasi sempre.
[...] Altra religione, altri rimorsi; altri tempi, altri costumi [...]
[...] Altra religione, altri rimorsi; altri tempi, altri costumi [...]
Un flagello dell'umanità più terribile di tutti i vizi messi insieme e che non è seguito da alcun pentimento è la carneficina della guerra. Così ha voluto l'ambizione dei prìncipi. A tal punto la coscienza che produce questo pentimento è figlia dei pregiudizi! E invece questo buon uomo il quale, trascinato da un moto impulsivo, ha ucciso un cattivo cittadino o si è abbandonato a una passione di cui non è padrone, quest'uomo, dico, del più gran valore, è tormentato dai rimorsi che non avrebbe avuto se avesse ucciso un avversario da valoroso, o se un prete, legittimando la sua passione, gli avesse dato il diritto di fare ciò che tutta la natura fa.
Ah, se è vero che la grazia è accordata per salvare illustri infelici; se in certi casi, come suggerisce Cartesio, il farne uso è cosa più augusta e regale di quanto non sia terribile il rigore delle leggi: allora la grazia più essenziale consiste, secondo me, nell'esentare l'uomo dal rimorso.»
– Julien Offray de La Mettrie, Discorso sulla felicità (1750), in Opere filosofiche, trad. di S. Moravia, Laterza, Bari, 1992, pp. 324-325
– Julien Offray de La Mettrie, Discorso sulla felicità (1750), in Opere filosofiche, trad. di S. Moravia, Laterza, Bari, 1992, pp. 324-325
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11 aprile 2020
Pascal: il divertimento come distrazione da noi stessi e dalla nostra condizione disgraziata
«Divertimento.
Quando mi è capitato di riflettere sulle diverse inquietudini degli uomini, sui pericoli e sulle pene a cui si espongono a corte, in guerra, là dove nascono tanti contrasti, passioni, imprese ardite e spesso malvagie, mi son detto spesso che tutti i mali degli uomini derivano da una sola cosa, dal non saper stare senza far nulla in una stanza. Un uomo che avesse beni sufficienti per vivere, se sapesse stare a casa propria con piacere, non ne uscirebbe per andare sul mare o all’assedio di una fortezza, non acquisterebbe a caro prezzo una carica nell’esercito se non trovasse insopportabile la vita nella sua città, e non cercherebbe le conversazioni e i divertimenti dei giochi se sapesse stare a casa propria con piacere.
Quando poi ho riflettuto più accuratamente e, dopo aver considerato da dove vengono tutti i nostri mali, ho cercato di scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una ben reale, che consiste nella disgrazia naturale della nostra condizione debole e mortale, così miserevole che nulla può consolarci quando ci fermiamo a pensarci.
[...]
Se [gli uomini] cercano di ottenere una carica, immaginano che, una volta ottenuta, vivranno in pace, e non percepiscono la natura insaziabile del loro desiderio; credono sinceramente di cercare la quiete, e non cercano invece che l’agitazione. Hanno un istinto segreto – un riflesso della percezione delle loro miserie continue – che li porta a cercare il divertimento, a tenersi occupati in cose che li distraggono da se stessi, cose esteriori. Ed hanno poi anche un altro istinto segreto – un residuo della grandezza della nostra prima natura – che fa loro sapere che la felicità non è in effetti che nella quiete, e non nell’agitazione, e da questi istinti contrapposti si forma in essi un progetto confuso che si nasconde alla loro vista, nella profondità della loro anima, che li porta a cercare la quiete attraverso l’agitazione, e ad immaginarsi sempre che la soddisfazione che adesso non hanno arriverà se, superando le difficoltà che si intravedono, potranno aprirsi per questa via la porta della quiete. Così passa tutta la vita: si cerca la quiete impegnandosi per superare gli ostacoli e, se li si supera, la quiete diventa insopportabile, per la noia che genera: bisogna uscirne, e inseguire l’azione. Si pensa alle propria attuali miserie, o a quelle che ci minacciano. E anche quando ci si sente abbastanza protetti dalle minacce che possono giungere da ogni parte, la noia ha una sua intima forza che le consente di saltar fuori dalle profondità del cuore, dove ha radici naturali, e di spargere nello spirito il suo veleno.
L’uomo è infelice. Si annoia perché questa è la sua natura, anche quando non ce n’è alcun altro motivo. Ed è così superficiale che, pur pieno di mille cause essenziali di noia, si lascia divertire dalle più piccole distrazioni, come un biliardo e una pallina da colpire.»
– Blaise Pascal, Pensieri (a cura della redazione del Giardino dei Pensieri)
testo francese con link ai manoscritti originali:
http://www.penseesdepascal.fr/Divertissement/Divertissement4-moderne.php
Quando mi è capitato di riflettere sulle diverse inquietudini degli uomini, sui pericoli e sulle pene a cui si espongono a corte, in guerra, là dove nascono tanti contrasti, passioni, imprese ardite e spesso malvagie, mi son detto spesso che tutti i mali degli uomini derivano da una sola cosa, dal non saper stare senza far nulla in una stanza. Un uomo che avesse beni sufficienti per vivere, se sapesse stare a casa propria con piacere, non ne uscirebbe per andare sul mare o all’assedio di una fortezza, non acquisterebbe a caro prezzo una carica nell’esercito se non trovasse insopportabile la vita nella sua città, e non cercherebbe le conversazioni e i divertimenti dei giochi se sapesse stare a casa propria con piacere.
Quando poi ho riflettuto più accuratamente e, dopo aver considerato da dove vengono tutti i nostri mali, ho cercato di scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una ben reale, che consiste nella disgrazia naturale della nostra condizione debole e mortale, così miserevole che nulla può consolarci quando ci fermiamo a pensarci.
[...]
Se [gli uomini] cercano di ottenere una carica, immaginano che, una volta ottenuta, vivranno in pace, e non percepiscono la natura insaziabile del loro desiderio; credono sinceramente di cercare la quiete, e non cercano invece che l’agitazione. Hanno un istinto segreto – un riflesso della percezione delle loro miserie continue – che li porta a cercare il divertimento, a tenersi occupati in cose che li distraggono da se stessi, cose esteriori. Ed hanno poi anche un altro istinto segreto – un residuo della grandezza della nostra prima natura – che fa loro sapere che la felicità non è in effetti che nella quiete, e non nell’agitazione, e da questi istinti contrapposti si forma in essi un progetto confuso che si nasconde alla loro vista, nella profondità della loro anima, che li porta a cercare la quiete attraverso l’agitazione, e ad immaginarsi sempre che la soddisfazione che adesso non hanno arriverà se, superando le difficoltà che si intravedono, potranno aprirsi per questa via la porta della quiete. Così passa tutta la vita: si cerca la quiete impegnandosi per superare gli ostacoli e, se li si supera, la quiete diventa insopportabile, per la noia che genera: bisogna uscirne, e inseguire l’azione. Si pensa alle propria attuali miserie, o a quelle che ci minacciano. E anche quando ci si sente abbastanza protetti dalle minacce che possono giungere da ogni parte, la noia ha una sua intima forza che le consente di saltar fuori dalle profondità del cuore, dove ha radici naturali, e di spargere nello spirito il suo veleno.
L’uomo è infelice. Si annoia perché questa è la sua natura, anche quando non ce n’è alcun altro motivo. Ed è così superficiale che, pur pieno di mille cause essenziali di noia, si lascia divertire dalle più piccole distrazioni, come un biliardo e una pallina da colpire.»
– Blaise Pascal, Pensieri (a cura della redazione del Giardino dei Pensieri)
testo francese con link ai manoscritti originali:
http://www.penseesdepascal.fr/Divertissement/Divertissement4-moderne.php
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12 dicembre 2019
Nietzsche: In una tale costellazione, da quale parte del mondo sorgerà mai l’impulso verso la verità?
«In senso proprio, che cosa sa l’uomo su se stesso? Forse che, una volta tanto, egli sarebbe capace di percepire compiutamente se stesso, quasi si trovasse posto in una vetrina illuminata? Forse che la natura non gli nasconde quasi tutto, persino riguardo al suo corpo, per confinarlo e racchiuderlo in un’orgogliosa e fantasmagorica coscienza, lontano dall’intreccio delle sue viscere, dal rapido flusso del suo sangue, dai complicati fremiti delle sue fibre? La natura ha gettato via la chiave, e guai alla fatale curiosità che una volta riesca a guardare attraverso una fessura dalla cella della coscienza, in fuori e in basso, e che un giorno abbia il presentimento che l’uomo sta sospeso nei suoi sogni su qualcosa di spietato, avido, insaziabile e, per così dire, sul dorso di una tigre. In una tale costellazione, da quale parte del mondo sorgerà mai l’impulso verso la verità?»
– Friedrich Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale (in La filosofia nell’epoca tragica dei greci e scritti 1870-1873, Adelphi, 1991, p. 229, tr. it. di G. Colli)
2 giugno 2019
Montaigne: il nostro agire è un altro sognare, e la nostra veglia una specie di sonno?
«Quelli che hanno paragonato la nostra vita a un sogno, hanno avuto ragione, forse più di quanto pensassero. Quando sogniamo, la nostra anima vive, agisce, esercita tutte le sue facoltà, né più né meno di quando è sveglia. Ma se le esercita più debolmente e oscuramente, non è certo di tanto che vi sia differenza come dalla notte a una luce viva. Piuttosto come dalla notte all’ombra. Là dorme, qui sonnecchia. Più e meno. Sono sempre tenebre, e tenebre cimmerie. Noi vegliamo dormendo, e vegliando dormiamo.
Io non vedo tanto chiaro nel sonno. Ma quanto al vegliare, non lo trovo mai abbastanza netto e senza nubi. Inoltre il sonno nella sua profondità addormenta talvolta i sogni. Ma il nostro vegliare non è mai tanto sveglio da eliminare e dissipare del tutto i vaneggiamenti: che sono i sogni di quelli che sono svegli, e peggio che sogni.
Dato che la nostra ragione e la nostra anima accolgono le fantasie e le opinioni che nascono in esse dormendo, e danno autorità alle azioni dei nostri sogni allo stesso modo che a quelle del giorno, perché non dovremmo domandarci se il nostro pensare e il nostro agire non sia un altro sognare, e la nostra veglia una specie di sonno?»
– M. De Montaigne, Les Essais, II, XII. Trad. it. di F. Garavini (in M. De Montaigne, Saggi, a cura di F. Garavini e A. Tournon, Bompiani 2018, p.1103)
Io non vedo tanto chiaro nel sonno. Ma quanto al vegliare, non lo trovo mai abbastanza netto e senza nubi. Inoltre il sonno nella sua profondità addormenta talvolta i sogni. Ma il nostro vegliare non è mai tanto sveglio da eliminare e dissipare del tutto i vaneggiamenti: che sono i sogni di quelli che sono svegli, e peggio che sogni.
Dato che la nostra ragione e la nostra anima accolgono le fantasie e le opinioni che nascono in esse dormendo, e danno autorità alle azioni dei nostri sogni allo stesso modo che a quelle del giorno, perché non dovremmo domandarci se il nostro pensare e il nostro agire non sia un altro sognare, e la nostra veglia una specie di sonno?»
– M. De Montaigne, Les Essais, II, XII. Trad. it. di F. Garavini (in M. De Montaigne, Saggi, a cura di F. Garavini e A. Tournon, Bompiani 2018, p.1103)
29 aprile 2019
Wittgenstein: In filosofia non gettiamo le fondamenta, ma mettiamo in ordine una stanza (rassegna)
- www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20190407/281483572755307
Corriere Della Sera La Lettura: La crisi dell’Europa è del linguaggio (di Donatella Di Cesare, 7 aprile 2019)
"Ludwig, in famiglia Luki, pur essendo un Wittgenstein, è tuttavia diverso. Il suicidio lo insegue. Ma lui, paralizzato, bloccato, non riesce a compiere quel gesto. Si arruola volontario per mettersi alla prova e la guerra lo risparmia. Quando fa ritorno è un altro e la Vienna d’un tempo non esiste più. Durante la prigionia ha compreso che il suicidio — come ammetterà in uno scambio con l’amico architetto Paul Engelmann — non è «decente». Si manifesta l’afflato etico del suo pensiero. Non si tratta, però, né di cercare vie di fuga, né tanto meno il conforto di una redenzione. È consapevole di quell’estraneità profonda, quello schermo sottile che sembra separarlo dagli altri. Mentre termina il Tractatus medita sulle scelte che possono rendergli accettabile l’esistenza: cedere il patrimonio ereditato alle sorelle e al fratello; vivere poveramente di un lavoro onesto; farla finita con la filosofia. Quest’ultimo proposito non si realizzerà.
Nella tragica alternativa tra il dovere del genio e la morte, Wittgenstein mette in discussione l’originalità. Proprio in quegli anni Hitler aveva indicato nell’ebreo un «parassita privo delle qualità che contraddistinguono le razze creative», impoetico e senza «fondamenti». Con una mossa a sorpresa Wittgenstein capovolge la violenta diffamazione antisemita. Essere riproduttivi, cioè coniugare vecchio e nuovo, ridire il già detto, aprendo vie trasversali, scorgendo connessioni inedite: è quanto sa fare lo «spirito ebraico».
[...]
La filosofia distrugge i vecchi idoli della metafisica — l’identità, il soggetto, l’interiorità — senza crearne nuovi. Questa è la battaglia contro «l’incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio». Ma ciò non implica né una riforma, né tanto meno la riduzione del linguaggio alla logica, come pretendeva il Circolo di Vienna. Per Wittgenstein tutto si compie nella trama dei giochi linguistici che si giocano ogni giorno. Da qui prende avvio la «terapia» il cui scopo è mettere in guardia da tutta quella metafisica incorporata già nella lingua. Il filosofo tradizionale fa come se il linguaggio fosse un semplice strumento neutro; il filosofo in rivolta, insofferente verso i fraintendimenti contenuti nella lingua quotidiana, mostra «capacità di sofferenza». Ma la via per risolverli, o meglio, dissolverli, passa a sua volta per il linguaggio. «Il filosofo si sforza di trovare la parola liberatrice, quella parola che alla fine ci permette di cogliere ciò che fino allora, inafferrabile, ha sempre oppresso la nostra coscienza».
La terapia — un tema su cui hanno insistito le nuove tendenze interpretative, da Stanley Cavell a Peter Sloterdijk — è sempre anche introspezione. Il disagio, che non è avvertito da tutti, nasce dal disordine. Si manifesta così: «Non mi oriento più». Di qui l’immagine del filosofo che mette a posto una stanza. «In filosofia non gettiamo le fondamenta, ma mettiamo in ordine una stanza». Attenzione, però, l’ordine è uno degli ordini possibili. Come non c’è fondamento, così non c’è ordine definitivo. Altrimenti la filosofia di Wittgenstein non sarebbe diversa da un sistema filosofico. Non si dà la «pace nei pensieri». E Wittgenstein non esita a esprimere il suo disaccordo verso chi intende l’ordine in modo normativo."
Corriere Della Sera La Lettura: La crisi dell’Europa è del linguaggio (di Donatella Di Cesare, 7 aprile 2019)
"Ludwig, in famiglia Luki, pur essendo un Wittgenstein, è tuttavia diverso. Il suicidio lo insegue. Ma lui, paralizzato, bloccato, non riesce a compiere quel gesto. Si arruola volontario per mettersi alla prova e la guerra lo risparmia. Quando fa ritorno è un altro e la Vienna d’un tempo non esiste più. Durante la prigionia ha compreso che il suicidio — come ammetterà in uno scambio con l’amico architetto Paul Engelmann — non è «decente». Si manifesta l’afflato etico del suo pensiero. Non si tratta, però, né di cercare vie di fuga, né tanto meno il conforto di una redenzione. È consapevole di quell’estraneità profonda, quello schermo sottile che sembra separarlo dagli altri. Mentre termina il Tractatus medita sulle scelte che possono rendergli accettabile l’esistenza: cedere il patrimonio ereditato alle sorelle e al fratello; vivere poveramente di un lavoro onesto; farla finita con la filosofia. Quest’ultimo proposito non si realizzerà.
Nella tragica alternativa tra il dovere del genio e la morte, Wittgenstein mette in discussione l’originalità. Proprio in quegli anni Hitler aveva indicato nell’ebreo un «parassita privo delle qualità che contraddistinguono le razze creative», impoetico e senza «fondamenti». Con una mossa a sorpresa Wittgenstein capovolge la violenta diffamazione antisemita. Essere riproduttivi, cioè coniugare vecchio e nuovo, ridire il già detto, aprendo vie trasversali, scorgendo connessioni inedite: è quanto sa fare lo «spirito ebraico».
[...]
La filosofia distrugge i vecchi idoli della metafisica — l’identità, il soggetto, l’interiorità — senza crearne nuovi. Questa è la battaglia contro «l’incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio». Ma ciò non implica né una riforma, né tanto meno la riduzione del linguaggio alla logica, come pretendeva il Circolo di Vienna. Per Wittgenstein tutto si compie nella trama dei giochi linguistici che si giocano ogni giorno. Da qui prende avvio la «terapia» il cui scopo è mettere in guardia da tutta quella metafisica incorporata già nella lingua. Il filosofo tradizionale fa come se il linguaggio fosse un semplice strumento neutro; il filosofo in rivolta, insofferente verso i fraintendimenti contenuti nella lingua quotidiana, mostra «capacità di sofferenza». Ma la via per risolverli, o meglio, dissolverli, passa a sua volta per il linguaggio. «Il filosofo si sforza di trovare la parola liberatrice, quella parola che alla fine ci permette di cogliere ciò che fino allora, inafferrabile, ha sempre oppresso la nostra coscienza».
La terapia — un tema su cui hanno insistito le nuove tendenze interpretative, da Stanley Cavell a Peter Sloterdijk — è sempre anche introspezione. Il disagio, che non è avvertito da tutti, nasce dal disordine. Si manifesta così: «Non mi oriento più». Di qui l’immagine del filosofo che mette a posto una stanza. «In filosofia non gettiamo le fondamenta, ma mettiamo in ordine una stanza». Attenzione, però, l’ordine è uno degli ordini possibili. Come non c’è fondamento, così non c’è ordine definitivo. Altrimenti la filosofia di Wittgenstein non sarebbe diversa da un sistema filosofico. Non si dà la «pace nei pensieri». E Wittgenstein non esita a esprimere il suo disaccordo verso chi intende l’ordine in modo normativo."
4 aprile 2019
Schopenhauer: l’espressione temporale del mio essere sovratemporale
«Quella consapevolezza di un passato infinito; questo stupore su ciò che è l’unico che non posso perdere d’occhio in nessun momento, il presente; entrambe le cose sono illusione, o piuttosto sono l’espressione temporale del mio essere sovratemporale.»
– Arthur Schopenhauer, "I manoscritti giovanili. 1804-1818" (a cura di S. Barbera, Adelphi, Milano, 1996, n. 22, p. 20)
– Arthur Schopenhauer, "I manoscritti giovanili. 1804-1818" (a cura di S. Barbera, Adelphi, Milano, 1996, n. 22, p. 20)
10 marzo 2019
Freud: la vita è una corsa rovinosa verso la morte, essa vuole godere sino a morire (rassegna)
- rep.repubblica.it/2019/02/25/continuiamo_a_farci_del_male_e_freud_scopri_il_nemico_int
Repubblica: Continuiamo a farci del male. E Freud scoprì il nemico interno (di Massimo Recalcati, 25 febbraio 2019)
«È il fenomeno della coazione a ripetere che manifesta l'esistenza della pulsione di morte. L'etica della psicoanalisi appare totalmente irriducibile a quella greca: la conoscenza del Bene non comporta affatto la realizzazione del Bene. Il soggetto può conoscere il proprio bene ma sentirsi irresistibilmente attratto a compiere il proprio male. È lo scandalo assoluto della pulsione di morte: la vita è una corsa rovinosa verso la morte. Essa vuole godere sino a morire, sino alla distruzione della vita stessa.»
Repubblica: Continuiamo a farci del male. E Freud scoprì il nemico interno (di Massimo Recalcati, 25 febbraio 2019)
«È il fenomeno della coazione a ripetere che manifesta l'esistenza della pulsione di morte. L'etica della psicoanalisi appare totalmente irriducibile a quella greca: la conoscenza del Bene non comporta affatto la realizzazione del Bene. Il soggetto può conoscere il proprio bene ma sentirsi irresistibilmente attratto a compiere il proprio male. È lo scandalo assoluto della pulsione di morte: la vita è una corsa rovinosa verso la morte. Essa vuole godere sino a morire, sino alla distruzione della vita stessa.»
23 novembre 2018
Seneca: Ti vuoi render conto che sei un bersaglio eretto per tutti i colpi?
«Ti vuoi render conto che sei un bersaglio eretto per tutti i colpi e che quei dardi, che hanno colto altri attorno a te, erano diretti a te? Compòrtati come se andassi, quasi inerme, all'assalto d'un muro o d'un caposaldo presidiato da molti nemici, su una china ripida; aspèttati la ferita e pensa che quei sassi, frecce, giavellotti, che ti passano sopra la testa, erano stati scagliati contro te. Ed ogni volta che uno cade, al tuo fianco o dietro di te, grida: “Non mi coglierai di sorpresa, o Fortuna, non riuscirai a schiacciarmi, perché imprevidente o spensierato. So che cosa prepari: hai colpito un altro, ma miravi a me”.»
– Lucio Anneo Seneca, "Consolazione a Marcia", IX (L'uomo non sa vedere nel dolore una realtà quotidiana), tr .it. di Monica Natali
12 ottobre 2018
Il Papa e l'aborto delle facoltà razionali
Le parole del Papa sull'aborto ("è come affittare un sicario"), come tante altre su argomenti che fanno meno clamore e che si fa finta di non sentire, arrivano come un'ennesima sveglia per tutti coloro che anche da posizioni progressiste si ostinano ad esprimere ammirazione per il personaggio.
Il fatto è che la religione, in questa recente stagione in cui i nuovi mezzi di comunicazione hanno portato più che mai alla ribalta le fake news, i complottismi, le pseudoscienze, l'idiozia in generale, rischia al confronto di sembrare qualcosa per menti raffinate (nei suoi aspetti teologici e filosofici, più che quelli legati alla superstizione popolare) o, quantomeno, tanto percepiamo grave la situazione dell'intelletto collettivo che si può cadere nella tentazione di rivalutarla come male minore rispetto ai tanti altri.
Invece non dobbiamo mai dimenticarci che la religione è la prima è più grande fake news di tutte, e il pensiero religioso è uno dei principali agenti che spianano la strada all'irrazionalità e al cattivo uso delle facoltà cognitive.
E no, ribadiamolo fino allo sfinimento, un feto non equivale a un essere umano, e un embrione ancor di meno; soltanto chi ragiona con i dogmi, e con le credenze metafisiche, può sostenere tale equivalenza.
E no, la vita non è un dono, ma è un accidente del caso; e non è detto che valga la pena di essere vissuta a tutti i costi e in tutte le condizioni.
E no, il denaro, il potere, il successo non sono "idoli" più di quanto non lo siano l'amore, l'altruismo, l'attaccamento alla vita; sono tutte illusioni che ci aiutano a vivere, a trovare delle ragioni per passare il tempo; e la vera via per il rispetto del prossimo passa per il riconoscimento di queste illusioni (l'esistenza dell'anima, il valore intrinseco della vita, l'amore disinteressato), perché siamo tutti nella stessa barca, gettati in questa esistenza, e non possiamo che aiutarci tutti a vicenda per fare in modo di generare meno sofferenza possibile, ma finché permetteremo alle fake news del pensiero campato per aria di dirottare le nostre facoltà cognitive ci renderemo impossibile riuscire in questo compito.
Gianni D'Anna, 11 ottobre 2018
Il fatto è che la religione, in questa recente stagione in cui i nuovi mezzi di comunicazione hanno portato più che mai alla ribalta le fake news, i complottismi, le pseudoscienze, l'idiozia in generale, rischia al confronto di sembrare qualcosa per menti raffinate (nei suoi aspetti teologici e filosofici, più che quelli legati alla superstizione popolare) o, quantomeno, tanto percepiamo grave la situazione dell'intelletto collettivo che si può cadere nella tentazione di rivalutarla come male minore rispetto ai tanti altri.
Invece non dobbiamo mai dimenticarci che la religione è la prima è più grande fake news di tutte, e il pensiero religioso è uno dei principali agenti che spianano la strada all'irrazionalità e al cattivo uso delle facoltà cognitive.
E no, ribadiamolo fino allo sfinimento, un feto non equivale a un essere umano, e un embrione ancor di meno; soltanto chi ragiona con i dogmi, e con le credenze metafisiche, può sostenere tale equivalenza.
E no, la vita non è un dono, ma è un accidente del caso; e non è detto che valga la pena di essere vissuta a tutti i costi e in tutte le condizioni.
E no, il denaro, il potere, il successo non sono "idoli" più di quanto non lo siano l'amore, l'altruismo, l'attaccamento alla vita; sono tutte illusioni che ci aiutano a vivere, a trovare delle ragioni per passare il tempo; e la vera via per il rispetto del prossimo passa per il riconoscimento di queste illusioni (l'esistenza dell'anima, il valore intrinseco della vita, l'amore disinteressato), perché siamo tutti nella stessa barca, gettati in questa esistenza, e non possiamo che aiutarci tutti a vicenda per fare in modo di generare meno sofferenza possibile, ma finché permetteremo alle fake news del pensiero campato per aria di dirottare le nostre facoltà cognitive ci renderemo impossibile riuscire in questo compito.
Gianni D'Anna, 11 ottobre 2018
5 settembre 2018
Leopardi: Le opere di genio e lo spettacolo della nullità che consola e ingrandisce l'anima
«Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le piú terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita o nelle piú acerbe e mortifere disgrazie [...], servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E cosí quello che veduto nella realtà delle cose accora e uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio [...], apre il cuore e ravviva. Tant’é, siccome l’autore che descriveva e sentiva cosí fortemente il vano delle illusioni, pur conservava un gran fondo d’illusione, e ne dava una gran prova col descrivere cosí studiosamente la loro vanità [...], nello stesso modo il lettore, quantunque disingannato e per se stesso e per la lettura, pur è tratto dall’autore in quello stesso inganno e illusione nascosta ne’ piú intimi recessi dell’animo ch’egli provava. E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio. E lo stesso spettacolo della nullità è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione (gran cosa e certa madre di piacere e di entusiasmo e magistrale effetto della poesia, quando giunge a fare che il lettore acquisti maggior concetto di se e delle sue disgrazie e del suo stesso abbattimento e annichilamento di spirito).»
– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri (#259/61, ottobre 1820)
Confrontare con Ligotti, qui:
«Questa, quindi, è l'estrema, cioè unica, consolazione: che qualcuno condivida parte del nostro sentire e da quello abbia realizzato un'opera d'arte, e che noi si possegga l'intuizione, la sensibilità e (che ci piaccia o no) quel peculiare insieme di esperienze per apprezzarla. Incredibile da dire, la consolazione dell'orrore nell'arte è che in realtà intensifica il nostro panico, lo amplifica sulla cassa di risonanza dei nostri cuori sventrati dall'orrore, porta il terrore al massimo volume, raggiungendo quella perfetta e assordante ampiezza che ci può far danzare al ritmo della bizzarra musica della nostra stessa sventura.»
O, per dirla con Nietzsche:
«L’arte come la redenzione di chi sa — di colui che vede il carattere terribile ed enigmatico dell’esistenza, di chi vuole vederlo, di chi conosce tragicamente.»
– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri (#259/61, ottobre 1820)
Confrontare con Ligotti, qui:
«Questa, quindi, è l'estrema, cioè unica, consolazione: che qualcuno condivida parte del nostro sentire e da quello abbia realizzato un'opera d'arte, e che noi si possegga l'intuizione, la sensibilità e (che ci piaccia o no) quel peculiare insieme di esperienze per apprezzarla. Incredibile da dire, la consolazione dell'orrore nell'arte è che in realtà intensifica il nostro panico, lo amplifica sulla cassa di risonanza dei nostri cuori sventrati dall'orrore, porta il terrore al massimo volume, raggiungendo quella perfetta e assordante ampiezza che ci può far danzare al ritmo della bizzarra musica della nostra stessa sventura.»
O, per dirla con Nietzsche:
«L’arte come la redenzione di chi sa — di colui che vede il carattere terribile ed enigmatico dell’esistenza, di chi vuole vederlo, di chi conosce tragicamente.»
11 agosto 2018
Magris: Nietzsche oltre l'uomo (rassegna)
- www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20180722/281556586613837
Corriere della Sera La Lettura: Nietzsche oltre l'uomo (di Claudio Magris, 22 luglio 2018)
«Padre dell’avanguardia che in ogni campo ha sconvolto, lacerato, dissestato e rigenerato la cultura europea e soprattutto i suoi linguaggi, Nietzsche — ha scritto molti anni fa in un acutissimo libretto Guido Morpurgo-Tagliabue — era un genio presbite e strabico. Vedeva lontano; ha visto più di un secolo e mezzo fa ciò che sta accadendo ancora oggi e avverrà ancor più furiosamente domani: l’avvento non del Superuomo, di un superman dominatore e amorale, bensì di un "oltre-uomo" felicissima traduzione-interpretazione di Gianni Vattimo nel suo saggio fondamentale e innovatore. Un nuovo stadio antropologico, quasi un salto evolutivo della nostra specie che sta avvenendo non in tempi lunghissimi come in passato ma con una velocità che sembra sfondare il muro del tempo come in un racconto di fantascienza, rendendo le diverse generazioni reciprocamente lontane quasi fossero specie diverse o stadi diversi dell’evoluzione, mutando la stessa natura psico-fisica dell’individuo e smussando le distanze tra uomo e robot.
[...]
L’opera di Nietzsche è un viatico, non un sistema; un sale e non una pietanza, ma un sale assolutamente necessario. Non si può — sarebbe solo ridicolo — essere nietzscheani, come si può invece essere kantiani o marxisti, ma senza Nietzsche non si comprende quasi nulla di ciò che accade nel mondo e nelle teste.
[...]
Nietzsche, afferma Giametta, "si riteneva il pensatore più indipendente e inattuale della sua epoca, ma ciò era vero solo rispetto agli altri rappresentanti della cultura dell’epoca; non si rendeva conto di essere egli stesso una creatura della crisi europea, maturata ai suoi tempi in tutti i campi, che nutriva sotterraneamente il suo pensiero di solitario nelle sue lunghe passeggiate nei boschi, intorno ai laghi, sulle colline, per essere poi sciolto a casa". Come fanno tutti i geni, ribadisce Giametta, Nietzsche ha incarnato la crisi del suo tempo; col suo pensiero l’ha smascherata e insieme accelerata.
C’è un tema, nelle interpretazioni-mistificazioni di Nietzsche, spesso fraintese e manipolate, particolarmente bruciante. Il suo elogio della forza e, ben più ancora, la sua ostentata avversione alla "congiura (...) sotterranea e maligna dei sofferenti". Un tema più volte ribadito, sottolinea Giametta, forse anche per desiderio di scandalizzare. Come quando scrive "istintiva congiura universale del gregge contro tutto ciò che è pastore, animale da preda, solitario e Cesare, per la conservazione e la vittoria di tutti i deboli, gli oppressi, i malriusciti, i mediocri, i semi-falliti, come una sollevazione di schiavi protratta in lungo, prima inavvertita e poi sempre più consapevole, contro ogni specie di signori e alla fine contro il concetto stesso di “signori”".
In queste espressioni c’è il peggior Nietzsche, quello più enfatico e ingiusto verso sé stesso, impari al suo genio che ha scavato a fondo, attraverso il proprio dramma e talora il proprio strazio, nelle cose essenziali dell’esistenza e nel cuore di un radicale rivolgimento dell’uomo e del mondo. Questa concezione di mettere la vita degli uomini comuni al servizio degli uomini superiori è una banalità pseudo-aristocratica e di fatto plebea ignara di essere un luogo comune di massa, perché quasi tutti, in un modo o nell’altro, si ritengono anime più profonde del volgo che li circonda, geni incompresi.
Ma, anche per quel che riguarda i "deboli" nella sua distorsione c’è un pizzico di verità.
[...]
È ovvio che questi deboli soffocati dai forti vanno aiutati in ogni modo e con energia, pure difesi con la forza. Ma ogni organismo debole, individuale o collettivo, coltiva facilmente il compiacimento della propria debolezza, il desiderio di sentirsi e proclamarsi debole e perseguitato anche quando non lo è più, usare la propria passata debolezza come un’arma, ora non più necessaria ma intimidatoria. Pure una minoranza liberata da un’iniqua oppressione tende a sentirsi oppressa anche quando non lo è più, sentimento che la gratifica e la sprona a indurre gli ex oppressi o i loro discendenti a sentirsi ancora colpevoli e quindi a loro volta deboli.
Nietzsche era estremamente sensibile al dolore e alla sofferenza; la vista del cavallo frustato e bastonato a sangue in una via di Torino lo ha scosso e turbato al punto di far precipitare il suo collasso psichico. Ha aggredito la morale e ha celebrato la vita al di là del bene e del male, ma non era capace di afferrarla; era troppo morale, troppo buono per poter vivere "la grande quiete meridiana", la serenità marina del puro presente ignaro di comandamenti, divieti e anche pensieri, la spietata trasparenza dell’oscuro fondo della vita.»
Corriere della Sera La Lettura: Nietzsche oltre l'uomo (di Claudio Magris, 22 luglio 2018)
«Padre dell’avanguardia che in ogni campo ha sconvolto, lacerato, dissestato e rigenerato la cultura europea e soprattutto i suoi linguaggi, Nietzsche — ha scritto molti anni fa in un acutissimo libretto Guido Morpurgo-Tagliabue — era un genio presbite e strabico. Vedeva lontano; ha visto più di un secolo e mezzo fa ciò che sta accadendo ancora oggi e avverrà ancor più furiosamente domani: l’avvento non del Superuomo, di un superman dominatore e amorale, bensì di un "oltre-uomo" felicissima traduzione-interpretazione di Gianni Vattimo nel suo saggio fondamentale e innovatore. Un nuovo stadio antropologico, quasi un salto evolutivo della nostra specie che sta avvenendo non in tempi lunghissimi come in passato ma con una velocità che sembra sfondare il muro del tempo come in un racconto di fantascienza, rendendo le diverse generazioni reciprocamente lontane quasi fossero specie diverse o stadi diversi dell’evoluzione, mutando la stessa natura psico-fisica dell’individuo e smussando le distanze tra uomo e robot.
[...]
L’opera di Nietzsche è un viatico, non un sistema; un sale e non una pietanza, ma un sale assolutamente necessario. Non si può — sarebbe solo ridicolo — essere nietzscheani, come si può invece essere kantiani o marxisti, ma senza Nietzsche non si comprende quasi nulla di ciò che accade nel mondo e nelle teste.
[...]
Nietzsche, afferma Giametta, "si riteneva il pensatore più indipendente e inattuale della sua epoca, ma ciò era vero solo rispetto agli altri rappresentanti della cultura dell’epoca; non si rendeva conto di essere egli stesso una creatura della crisi europea, maturata ai suoi tempi in tutti i campi, che nutriva sotterraneamente il suo pensiero di solitario nelle sue lunghe passeggiate nei boschi, intorno ai laghi, sulle colline, per essere poi sciolto a casa". Come fanno tutti i geni, ribadisce Giametta, Nietzsche ha incarnato la crisi del suo tempo; col suo pensiero l’ha smascherata e insieme accelerata.
C’è un tema, nelle interpretazioni-mistificazioni di Nietzsche, spesso fraintese e manipolate, particolarmente bruciante. Il suo elogio della forza e, ben più ancora, la sua ostentata avversione alla "congiura (...) sotterranea e maligna dei sofferenti". Un tema più volte ribadito, sottolinea Giametta, forse anche per desiderio di scandalizzare. Come quando scrive "istintiva congiura universale del gregge contro tutto ciò che è pastore, animale da preda, solitario e Cesare, per la conservazione e la vittoria di tutti i deboli, gli oppressi, i malriusciti, i mediocri, i semi-falliti, come una sollevazione di schiavi protratta in lungo, prima inavvertita e poi sempre più consapevole, contro ogni specie di signori e alla fine contro il concetto stesso di “signori”".
In queste espressioni c’è il peggior Nietzsche, quello più enfatico e ingiusto verso sé stesso, impari al suo genio che ha scavato a fondo, attraverso il proprio dramma e talora il proprio strazio, nelle cose essenziali dell’esistenza e nel cuore di un radicale rivolgimento dell’uomo e del mondo. Questa concezione di mettere la vita degli uomini comuni al servizio degli uomini superiori è una banalità pseudo-aristocratica e di fatto plebea ignara di essere un luogo comune di massa, perché quasi tutti, in un modo o nell’altro, si ritengono anime più profonde del volgo che li circonda, geni incompresi.
Ma, anche per quel che riguarda i "deboli" nella sua distorsione c’è un pizzico di verità.
[...]
È ovvio che questi deboli soffocati dai forti vanno aiutati in ogni modo e con energia, pure difesi con la forza. Ma ogni organismo debole, individuale o collettivo, coltiva facilmente il compiacimento della propria debolezza, il desiderio di sentirsi e proclamarsi debole e perseguitato anche quando non lo è più, usare la propria passata debolezza come un’arma, ora non più necessaria ma intimidatoria. Pure una minoranza liberata da un’iniqua oppressione tende a sentirsi oppressa anche quando non lo è più, sentimento che la gratifica e la sprona a indurre gli ex oppressi o i loro discendenti a sentirsi ancora colpevoli e quindi a loro volta deboli.
Nietzsche era estremamente sensibile al dolore e alla sofferenza; la vista del cavallo frustato e bastonato a sangue in una via di Torino lo ha scosso e turbato al punto di far precipitare il suo collasso psichico. Ha aggredito la morale e ha celebrato la vita al di là del bene e del male, ma non era capace di afferrarla; era troppo morale, troppo buono per poter vivere "la grande quiete meridiana", la serenità marina del puro presente ignaro di comandamenti, divieti e anche pensieri, la spietata trasparenza dell’oscuro fondo della vita.»
22 luglio 2018
Spinoza: La libertà dalle passioni e l'inganno della speranza (rassegna)
- www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20180708/
Corriere della Sera La Lettura: L’inganno della speranza (conversazione tra Donatella Di Cesare e Steven Nadler)
«La soddisfazione immediata dei propri bisogni, la gratificazione di sé e della propria immagine — nulla è più lontano dall’Etica. Per Spinoza siamo egoisticamente motivati quando assecondiamo il nostro persistere nel mondo. Ma questo conato, una sorta di inerzia esistenziale, non deve essere confuso con il godimento narcisistico che va di moda oggi. La vita giusta è per Spinoza quella che scruta il sé, che mira alla conoscenza dell’anima — il che vuol dire in fondo anche conoscere gli altri e rispettarli. In breve: Spinoza vuole mostrare che il nostro bene risiede in un’esistenza interamente dedita alla ragione, non già incatenata alle passioni, né votata ai beni transitori.
[...]
Spinoza crede che speranza e paura non siano emozioni o affetti positivi. Al contrario! E questo perché sono rivolte a ciò che è imprevedibile, che si sottrae a ogni controllo. Quando noi speriamo, guardiamo a qualcosa che potrebbe procurarci gioia, ma la cui presenza è incerta. Viceversa la paura nasce quando temiamo ciò che potrebbe provocare tristezza, ma la cui presenza è altrettanto incerta. Insomma speranze e timori fluttuano e noi siamo in balia di questi flutti, trascinati qui e là. Inoltre si tratta in entrambi i casi di emozioni che i leader delle religioni organizzate possono usare per manipolare le nostre vite o sottometterci a una specie di servitù. Finché crediamo a un Dio che si deve temere e ubbidire, finché crediamo all’immortalità dell’anima, a una vita oltre la morte, in cui saremo ricompensati o puniti in eterno, non potremo non essere alla mercé di passioni irrazionali. Così finiamo per vivere la nostra vita non realizzando quel che crediamo sia razionalmente giusto, bensì quel che, nella nostra superstizione, presumiamo possa procurarci il favore divino. Gran parte del lavoro di Spinoza è volto a rivelare gli effetti deleteri esercitati dalle passioni e dalle false credenze che le alimentano. Per esempio non si dà, per Spinoza, immortalità dell’anima; non c’è una vita oltre, né un mondo nell’aldilà. Quando sei morto, sei morto. Speranze e paure rivolte a quell’oltre sono senza fondamento.
In tal senso l’Etica non è solo un’opera morale, ma anche politica e religiosa. Perciò è strettamente connessa al Trattato teologico-politico. Smascherando le passioni, e il modo in cui possiamo esserne schiavi, Spinoza ha come obiettivo la libertà. Vuole indicare la via per liberarci da quella dipendenza che è anche sottomissione e tirannia. Il che ha evidentemente conseguenze anche sulla vita sociale e politica.
Corriere della Sera La Lettura: L’inganno della speranza (conversazione tra Donatella Di Cesare e Steven Nadler)
«La soddisfazione immediata dei propri bisogni, la gratificazione di sé e della propria immagine — nulla è più lontano dall’Etica. Per Spinoza siamo egoisticamente motivati quando assecondiamo il nostro persistere nel mondo. Ma questo conato, una sorta di inerzia esistenziale, non deve essere confuso con il godimento narcisistico che va di moda oggi. La vita giusta è per Spinoza quella che scruta il sé, che mira alla conoscenza dell’anima — il che vuol dire in fondo anche conoscere gli altri e rispettarli. In breve: Spinoza vuole mostrare che il nostro bene risiede in un’esistenza interamente dedita alla ragione, non già incatenata alle passioni, né votata ai beni transitori.
[...]
Spinoza crede che speranza e paura non siano emozioni o affetti positivi. Al contrario! E questo perché sono rivolte a ciò che è imprevedibile, che si sottrae a ogni controllo. Quando noi speriamo, guardiamo a qualcosa che potrebbe procurarci gioia, ma la cui presenza è incerta. Viceversa la paura nasce quando temiamo ciò che potrebbe provocare tristezza, ma la cui presenza è altrettanto incerta. Insomma speranze e timori fluttuano e noi siamo in balia di questi flutti, trascinati qui e là. Inoltre si tratta in entrambi i casi di emozioni che i leader delle religioni organizzate possono usare per manipolare le nostre vite o sottometterci a una specie di servitù. Finché crediamo a un Dio che si deve temere e ubbidire, finché crediamo all’immortalità dell’anima, a una vita oltre la morte, in cui saremo ricompensati o puniti in eterno, non potremo non essere alla mercé di passioni irrazionali. Così finiamo per vivere la nostra vita non realizzando quel che crediamo sia razionalmente giusto, bensì quel che, nella nostra superstizione, presumiamo possa procurarci il favore divino. Gran parte del lavoro di Spinoza è volto a rivelare gli effetti deleteri esercitati dalle passioni e dalle false credenze che le alimentano. Per esempio non si dà, per Spinoza, immortalità dell’anima; non c’è una vita oltre, né un mondo nell’aldilà. Quando sei morto, sei morto. Speranze e paure rivolte a quell’oltre sono senza fondamento.
In tal senso l’Etica non è solo un’opera morale, ma anche politica e religiosa. Perciò è strettamente connessa al Trattato teologico-politico. Smascherando le passioni, e il modo in cui possiamo esserne schiavi, Spinoza ha come obiettivo la libertà. Vuole indicare la via per liberarci da quella dipendenza che è anche sottomissione e tirannia. Il che ha evidentemente conseguenze anche sulla vita sociale e politica.
[...]
Per Spinoza la felicità è una sorta di pace dell’anima e di tranquillità anche dinanzi a quel che Amleto chiama "colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna". Il controllo sulle emozioni si acquisisce attraverso la conoscenza, comprendendo che non si può dirigere e governare ciò che è esterno, che è fuori di noi. Vedo in questo atteggiamento di Spinoza senza dubbio una ripresa del distacco stoico. È libero chi realizza quel che crede "davvero importante nella vita", chi non soggiace alle passioni, come l’odio, l’invidia, la gelosia, che lo dispongono contro gli altri, chi — e questo è uno dei punti dell’Etica che preferisco—non va rimuginando sulla morte. Chi è liberato, guidato dalla virtù e dalla ragione, è concentrato sulla vita, sull’espressione della sua potenza, sull’agire che contribuisce alla prosperità umana. Solo così può essere davvero autonomo e attivo.»
30 giugno 2018
Montaigne: quell’apparenza di raziocinio che ognuno fabbrica in sé
«Quel venerabile senato dell’Areopago giudicava di notte, per paura che la vista delle parti in causa corrompesse la sua giustizia. Perfino l’aria e la serenità del cielo causano in noi dei cambiamenti [...].
Non sono soltanto le febbri, i beveraggi e i gravi accidenti che sconvolgono il nostro giudizio: le minime cose lo fanno girare. E non c’è dubbio, ancorché non ce ne accorgiamo, che se la febbre continua può abbattere la nostra anima, la febbre terzana vi apporta qualche alterazione, secondo il suo grado e la sua forza. Se I’apoplessia estingue e spegne del tutto la luce della nostra intelligenza, non c’è dubbio che il raffreddore la offusca. E quindi si può cogliere appena un’ora sola nella vita in cui il nostro giudizio si trovi nel suo debito assetto, essendo il nostro corpo soggetto a tanti continui mutamenti e corredato di tante molle che, a sentire i medici, è davvero difficile che non ce ne sia sempre qualcuna che tiri di traverso.
Del resto, questa malattia non si scopre tanto facilmente, se non è proprio gravissima e irrimediabile: poiché la ragione va sempre storta e zoppicante e sciancata, e con la menzogna e con la verità. Così è difficile scoprire il suo errore e traviamento. Chiamo sempre ragione quell’apparenza di raziocinio che ognuno fabbrica in sé; questa ragione, della cui specie ce ne possono essere cento contrarie riguardo a uno stesso oggetto, è uno strumento di piombo e di cera, allungabile, pieghevole e adattabile per ogni verso e ad ogni misura: non resta che l’abilità di saperlo modellare.»
– Montaigne, Saggi (II, XII), tr. it. di Fausta Garavini, Bompiani
Non sono soltanto le febbri, i beveraggi e i gravi accidenti che sconvolgono il nostro giudizio: le minime cose lo fanno girare. E non c’è dubbio, ancorché non ce ne accorgiamo, che se la febbre continua può abbattere la nostra anima, la febbre terzana vi apporta qualche alterazione, secondo il suo grado e la sua forza. Se I’apoplessia estingue e spegne del tutto la luce della nostra intelligenza, non c’è dubbio che il raffreddore la offusca. E quindi si può cogliere appena un’ora sola nella vita in cui il nostro giudizio si trovi nel suo debito assetto, essendo il nostro corpo soggetto a tanti continui mutamenti e corredato di tante molle che, a sentire i medici, è davvero difficile che non ce ne sia sempre qualcuna che tiri di traverso.
Del resto, questa malattia non si scopre tanto facilmente, se non è proprio gravissima e irrimediabile: poiché la ragione va sempre storta e zoppicante e sciancata, e con la menzogna e con la verità. Così è difficile scoprire il suo errore e traviamento. Chiamo sempre ragione quell’apparenza di raziocinio che ognuno fabbrica in sé; questa ragione, della cui specie ce ne possono essere cento contrarie riguardo a uno stesso oggetto, è uno strumento di piombo e di cera, allungabile, pieghevole e adattabile per ogni verso e ad ogni misura: non resta che l’abilità di saperlo modellare.»
– Montaigne, Saggi (II, XII), tr. it. di Fausta Garavini, Bompiani
18 maggio 2018
Nietzsche: Non c'è né spirito, né ragione, né pensiero, né coscienza, né anima, né volontà, né verità
«Non c'è né "spirito", né ragione, né pensiero, né coscienza, né anima, né volontà, né verità: tutte finzioni inutilizzabili. Non si tratta di "soggetto e oggetto", ma di una determinata specie animale che prospera soltanto a condizione di una relativa esattezza e soprattutto di una relativa regolarità delle sue percezioni (in modo da poter capitalizzare l'esperienza)...»
– Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza, a cura di Peter Gast e Elisabeth Förster-Nietzsche
(Libro III, Principio di una nuova posizione di valori, af. 480, Bompiani, 1995, tr. it. di A. Treves e P. Kobau, a cura di M. Ferraris e P. Kobau, p. 270)
– Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza, a cura di Peter Gast e Elisabeth Förster-Nietzsche
(Libro III, Principio di una nuova posizione di valori, af. 480, Bompiani, 1995, tr. it. di A. Treves e P. Kobau, a cura di M. Ferraris e P. Kobau, p. 270)
8 marzo 2018
VIDEO: Il Nietzsche di Cacciari, al di là delle 'semplificazioni da sussidiario'
(Palazzo Ducale, Genova, 8 novembre 2017)
«L'idea chiave è la desostanzializzazione del mondo, Nietzsche lo dice chiaramente, il nostro pensiero apre un'epoca in cui il mondo viene desostanzializzato. Questa idea della desostanzializzazione del reale veramente domina tutta la nostra cultura, è il paradigma interpretativo del contemporaneo.» [dal min. 31]
«Questo "non c'è cosa in sé", né nel senso di una realtà materiale, né nel senso del noumeno, non comporta il venir meno dell'istanza propria della cosa e della realtà. Il fatto che l'idea di un atomo è semplicemente un bisogno psichico, che l'istanza che ci porta a cercare un qualche indivisibile è semplicemente un dover essere, qualcosa di irraggiungibile, il fatto che la cosa in sé sia un immateriale [...] non significa che questo sia un errore, che questa ricerca dell'indivisibile, questa ricerca dell'atomo, questa ricerca se volete della cosa in sé, sia un errore. Se ci siamo sbarazzati finalmente della materialità [...] questo non significa che il nostro bisogno di giungere a un fondamento sia vano, perché è esattamente questo il bisogno che ci spinge a ricercare sempre. [...] C'è un frammento che dice: "ci siamo finalmente sbarazzati della materialità, bisogna negare l'essere". [...] Ma qui non c'è nessun nichilismo a buon mercato. Nietzsche dice sbarazziamoci di questa parola, di questo equivoco che deriva dal nostro linguaggio, dalla nostra grammatica. [...] Questa critica dell'idea di cosa, che è una critica radicale, perché al suo fondo è la critica a ogni idea di una fondamentale materialità dell'essente, è una grande idea: sbarazziamoci del materiale.» [dal min. 35]
«Ma è necessaria la fede nella verità, è necessaria la fede di poter pervenire a quell'atomo, a dire che cos'è l'essente, è necessario. È necessaria la fede di poter giungere a una teoria universale. [...] Qui Nietzsche rovescia la posizione scettica originaria e comprende la psicologia del sapere [...] come quel dover essere della ricerca filosofico-scientifica.
[...] L'aspirazione alla certezza è un impetuoso, irrinunciabile bisogno che caratterizza tutto il nostro esserci; e ignorarlo, pretendere che la sua critica equivalga al suo superamento, equivalga a sbarazzarsene, sarebbe ridicolo. [...] Non come la realtà è ma come deve essere per noi, affinché noi possiamo conoscerla. [...]
Quindi la fede nella verità è espressione massima della volontà di potenza, è misura della forza e del carattere di un pensiero. [...]
Secondo queste prospettive, Nietzsche ha a che fare, e a che fare profondamente, con la crisi dei fondamenti epistemologici, e non con vaghe letterature e vaghe filosofie della crisi, e tantomeno vaghi irrazionalismi. Ammettiamo che forse studiare Nietzsche in questa prospettiva non sia del tutto inutile; e lo stanno comprendendo pensatori, filosofi, che provengono da scuole e tradizioni completamente lontane rispetto a quelle di molti, se non tutti coloro, che durante l'ultimo secolo hanno studiato Nietzsche.» [dal min. 40]
«Si parla tanto di antiplatonismo di Nietzsche... Nietzsche gronda di platonismo... di un vero Platone, non del Platone dei sussidiari. [...] Platone è la figura che determina l'epoca della civiltà europeo-occidentale. È la liberazione dalla caverna. [...] È oltre ogni hybris, oltre ogni superbia, oltre ogni invidia, oltre ogni gelosia, oltre ogni risentimento, tutte le caratteristiche dell'uomo del sottosuolo, è figura della dépense [v. Bataille], non del dominio; com'è banale la volontà di potenza come dominio, com'è da ultimi uomini pensare che il potere sia dominare... il potere è donare, è donarsi, è svuotarsi. [...] L'immagine che corrisponde all'oltreuomo è quella dell'oceano, dove i fiumi – Nietzsche dice "i mondi della storia" – finiscono la loro corrente e vengono metabolizzati da tutte le loro scorie, da tutti i loro relitti; l'oltreuomo è la figura che scioglie tutte le opposizioni, tutte le contraddizioni, soggetto-oggetto, tra soggettività dominanti, distinte; è figura della terra, niente di super, è figura della terra, certo, ma ama questa terra, ama la terra, non il sottosuolo, dove Platone collocava noi, nel sottosuolo, o sotto il mare [nel Fedone], o dentro la caverna.» [dal min. 52 al min. 56]
«E con l'eterno ritorno come la mettiamo? [...] L'eterno ritorno nel senso banale, il "tutto si ripete", è il discorso della scimmia, e dà nausea a Zarathustra. Ci manca altro che tutto ritorni! [...]
L'Übermensch dice è il passato, è il futuro, è il presente. Il passato non è passato, morto, è. [...] Il futuro non è una prospettiva in cui mi infuturo dimenticando il presente, voglio che sia. [...] È l'attimo, è l'istante il tempo dell'Übermensch, l'Übermensch vive il suo presente e nel suo presente vi è quello che noi diciamo passato e quello che noi diciamo futuro, e questo vuol dire per lui amare la terra.
[...] la questione è il superamento del tempo come durata, non del tempo ciclico o del tempo lineare. L'eterno è il presente, è l'è. E l'oltreuomo ama l'eternità di questo presente. La freccia del tempo, ecco, è il suo primo e supremo nemico.» [dal min. 57 al min. 71]
1 marzo 2018
Nietzsche: La confraternita della morte
«Il pensiero della morte. — Mi dà una felicità malinconica vivere in mezzo a questo intrico di stradine, di bisogni e di voci. Quanto godimento, quanta impazienza e brama, quanta vita assetata ed ebbrezza di vita viene qui in luce ogni giorno! E tuttavia su tutti questi esseri chiassosi, vivi e assetati di vita scenderà presto tanto silenzio! Come dietro ognuno sta la sua ombra, la sua oscura compagna di viaggio! È sempre come nell’ultimo momento prima della partenza di una nave carica di emigranti: si ha da dirsi reciprocamente più cose che mai, l’ora incalza, l’Oceano e il suo desolato silenzio attendono con impazienza dietro tutto quel frastuono — così bramosi, così sicuri della loro preda. E tutti, tutti credono che tutto quanto è stato finora sia niente o poco, che il prossimo futuro sia tutto; e quindi questa fretta, queste grida, questo soverchiarsi e sopraffarsi! Ognuno vuol essere il primo in questo futuro, — e invece la morte e il silenzio della morte sono la sola cosa sicura e a tutti comune di questo futuro! Com’è strano che quest’unica sicurezza e comunanza non possa quasi nulla sugli uomini ed essi siano lontanissimi dal sentirsi come la confraternita della morte! Mi rende felice vedere che gli uomini non vogliono affatto pensare il pensiero della morte! Io vorrei fare qualcosa per rendere loro il pensiero della vita cento volte più degno di essere pensato.»
– Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 278 (tr. it. di Sossio Giametta)
– Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 278 (tr. it. di Sossio Giametta)
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«The Thought of Death. It gives me a melancholy happiness to live in the midst of this confusion of streets, of necessities, of voices: how much enjoyment, impatience and desire, how much thirsty life and drunkenness of life comes to light here every moment! And yet it will soon be so still for all these shouting, lively, life-loving people! How everyone's shadow, his gloomy travelling-companion stands behind him! It is always as in the last moment before the departure of an emigrant-ship: people have more than ever to say to one another, the hour presses, the ocean with its lonely silence waits impatiently behind all the noise - so greedy, so certain of its prey! And all, all, suppose that the past has been nothing, or a small matter, that the near future is everything: hence this haste, this crying, this self-deafening and self-overreaching! Everyone wants to be foremost in this future, - and yet death and the stillness of death are the only things certain and common to all in this future! How strange that this sole thing that is certain and common to all, exercises almost no influence on men, and that they are the furthest from regarding themselves as the brotherhood of death! It makes me happy to see that men do not want to think at all of the idea of death! I would fain do something to make the idea of life even a hundred times more worthy of their attention.»
– Friedrich Nietzsche, The gay science, aphorism 278
24 gennaio 2018
Schopenhauer: scimuniti caratteri di commedia
«È davvero incredibile vedere in che modo insignificante e privo di senso, guardata da fuori, e in che modo opaco e insensibile, sentita da dentro, scorra la vita della stragrande maggioranza degli uomini. È un fiacco distruggersi e torturarsi, un barcollare come in sogno attraverso le quattro età della vita fino alla morte, accompagnati da una serie di pensieri banali. Sono come orologi che vengono caricati e camminano senza sapere perché; e ogni volta che viene generato e nasce l’uomo, l’orologio della vita umana viene caricato di nuovo, per ripetere ancora una volta frase per frase e battuta per battuta, con variazioni insignificanti, la sua musica, suonata e risuonata già innumerevoli volte.
Ogni individuo, ogni faccia e ogni vita umana sono soltanto un breve sogno in più dell'infinito spirito della natura, dell'eterna volontà di vivere, sono soltanto una fugace formazione in più che esso disegna per gioco sulla sua pagina infinita, spazio e tempo, e che lascia sussistere per un tempo, rispetto a quest'ultimi, infinitamente piccolo, poi cancellandola per far posto ad altre.
Tuttavia, e in ciò sta il lato serio della vita, ognuna di queste fugaci formazioni, ognuna di queste insipide trovate, deve essere pagata da tutta la volontà di vivere, in tutta la sua violenza, con molti e profondi dolori, e da ultimo con un'amara morte, a lungo temuta e infine sopravvenuta. [...]
La vita di ogni individuo, se la si guarda nel suo complesso, mettendone in rilievo solo i tratti più significativi, è in realtà sempre una tragedia; ma esaminata nei particolari ha il carattere della commedia. Giacché l’agitazione e il tormento del giorno, l’incessante punzecchiatura dell’attimo, i desideri e le paure della settimana, gli incidenti di ogni ora, per mezzo del caso sempre intento ai tiri mancini, sono tutte scene di commedia. Ma i desideri mai appagati, le aspirazioni frustrate, le speranze spietatamente calpestate dal destino, i funesti errori di tutta la vita, col crescente soffrire e la morte alla fine, danno sempre una tragedia. Così, come se il destino avesse voluto aggiungere allo strazio della nostra esistenza anche la beffa, la nostra vita deve contenere tutte le doglie della tragedia, mentre noi non possiamo mantenere in essa neanche la dignità di personaggi tragici, essendo invece inevitabilmente, negli innumerevoli particolari della vita, scimuniti caratteri di commedia.»
– Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di Sossio Giametta, Bompiani, Milano, 2006, pp. 629-631
Ogni individuo, ogni faccia e ogni vita umana sono soltanto un breve sogno in più dell'infinito spirito della natura, dell'eterna volontà di vivere, sono soltanto una fugace formazione in più che esso disegna per gioco sulla sua pagina infinita, spazio e tempo, e che lascia sussistere per un tempo, rispetto a quest'ultimi, infinitamente piccolo, poi cancellandola per far posto ad altre.
Tuttavia, e in ciò sta il lato serio della vita, ognuna di queste fugaci formazioni, ognuna di queste insipide trovate, deve essere pagata da tutta la volontà di vivere, in tutta la sua violenza, con molti e profondi dolori, e da ultimo con un'amara morte, a lungo temuta e infine sopravvenuta. [...]
La vita di ogni individuo, se la si guarda nel suo complesso, mettendone in rilievo solo i tratti più significativi, è in realtà sempre una tragedia; ma esaminata nei particolari ha il carattere della commedia. Giacché l’agitazione e il tormento del giorno, l’incessante punzecchiatura dell’attimo, i desideri e le paure della settimana, gli incidenti di ogni ora, per mezzo del caso sempre intento ai tiri mancini, sono tutte scene di commedia. Ma i desideri mai appagati, le aspirazioni frustrate, le speranze spietatamente calpestate dal destino, i funesti errori di tutta la vita, col crescente soffrire e la morte alla fine, danno sempre una tragedia. Così, come se il destino avesse voluto aggiungere allo strazio della nostra esistenza anche la beffa, la nostra vita deve contenere tutte le doglie della tragedia, mentre noi non possiamo mantenere in essa neanche la dignità di personaggi tragici, essendo invece inevitabilmente, negli innumerevoli particolari della vita, scimuniti caratteri di commedia.»
– Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di Sossio Giametta, Bompiani, Milano, 2006, pp. 629-631
15 gennaio 2018
Ligotti e Lynch: il senso di sé non è altro che un’illusione (rassegna)
- iltascabile.com/linguaggi/ligotti-lynch/
il Tascabile: Al di là del bene e del male (di Gianluca Didino)
«Un aspetto accomuna due grandi artisti del genere weird come Thomas Ligotti e David Lynch: l’idea che la vita umana è in qualche modo irreale e il libero arbitrio è un’illusione. Si potrebbe senza dubbio dire che proprio questa caratteristica è uno degli aspetti che rendono il loro lavoro disturbante.
[...]
Per Ligotti/Metzinger, il senso di sé non è altro che un’illusione dietro la quale si nasconde il vuoto: al di là della rappresentazione di noi stessi prodotta dalla mente non si trova, letteralmente, nessuno. Da questa prospettiva, gli esseri umani non sono nient’altro che marionette imprigionate nell’illusoria convinzione di essere vive.
[...] L’opera di Ligotti può essere interpretata alla luce del weberiano “disincanto del mondo”, quella tendenza che per il sociologo sassone ha caratterizzato la modernità fin dalle sue origini e il cui progetto la filosofia ultra-pessimista del XXI secolo si propone di portare a compimento. Per Brassier, anche autore della prefazione della prima edizione della Cospirazione, la filosofia dovrebbe smettere di cercare antidoti al nichilismo. Piuttosto, il suo scopo sarebbe quello di celebrarlo come un “traguardo della maturità intellettuale” del pensiero razionalista emerso con l’Illuminismo e abbracciarne le “possibilità speculative” [...].
[...] I film di Lynch possono essere agevolmente letti come messe in scena del pensiero vedico, nelle quali i personaggi attraversano il Saṃsāra alla ricerca di una dimensione più autentica dell’esistenza: Cooper da questo punto di vista è sicuramente un ottimo esempio di discepolo che si immerge nel Male per trovare l’illuminazione. [...] Tuttavia giungere alla conoscenza non è facile, e per farlo bisogna attraversare un mondo materiale profondamente intriso di orrore. Come nella più classica delle cosmogonie gnostiche, a plasmare questo mondo materiale è stato un demiurgo malvagio o, perlomeno, dagli intenti imperscrutabili.
[...] Anche i personaggi di Lynch, come quelli di Ligotti, sono privi di una libertà di scelta: mossi da forze che non comprendono se non in maniera imperfetta e inconscia, vivono, amano, soffrono e muoiono come conseguenza di conflitti giocati in una dimensione che li trascende. Ma – e questo è forse l’aspetto che differenzia maggiormente l’opera dei due autori – in Lynch non c’è traccia di nichilismo propriamente detto. Il carattere “irreale” dei personaggi lynchiani non priva la loro esistenza di dignità.
[...]
A cambiare è l’approccio ai problemi connessi del materialismo e del nichilismo: mentre Lynch li aggira appellandosi a una tradizione mistica che dalla spiritualità orientaleggiante arriva fino alla psicologia junghiana e alla psichedelia anni Sessanta, Ligotti, come fa giustamente notare Brassier, spinge il problema alle proprie estreme conseguenze»
il Tascabile: Al di là del bene e del male (di Gianluca Didino)
«Un aspetto accomuna due grandi artisti del genere weird come Thomas Ligotti e David Lynch: l’idea che la vita umana è in qualche modo irreale e il libero arbitrio è un’illusione. Si potrebbe senza dubbio dire che proprio questa caratteristica è uno degli aspetti che rendono il loro lavoro disturbante.
[...]
Per Ligotti/Metzinger, il senso di sé non è altro che un’illusione dietro la quale si nasconde il vuoto: al di là della rappresentazione di noi stessi prodotta dalla mente non si trova, letteralmente, nessuno. Da questa prospettiva, gli esseri umani non sono nient’altro che marionette imprigionate nell’illusoria convinzione di essere vive.
[...] L’opera di Ligotti può essere interpretata alla luce del weberiano “disincanto del mondo”, quella tendenza che per il sociologo sassone ha caratterizzato la modernità fin dalle sue origini e il cui progetto la filosofia ultra-pessimista del XXI secolo si propone di portare a compimento. Per Brassier, anche autore della prefazione della prima edizione della Cospirazione, la filosofia dovrebbe smettere di cercare antidoti al nichilismo. Piuttosto, il suo scopo sarebbe quello di celebrarlo come un “traguardo della maturità intellettuale” del pensiero razionalista emerso con l’Illuminismo e abbracciarne le “possibilità speculative” [...].
[...] I film di Lynch possono essere agevolmente letti come messe in scena del pensiero vedico, nelle quali i personaggi attraversano il Saṃsāra alla ricerca di una dimensione più autentica dell’esistenza: Cooper da questo punto di vista è sicuramente un ottimo esempio di discepolo che si immerge nel Male per trovare l’illuminazione. [...] Tuttavia giungere alla conoscenza non è facile, e per farlo bisogna attraversare un mondo materiale profondamente intriso di orrore. Come nella più classica delle cosmogonie gnostiche, a plasmare questo mondo materiale è stato un demiurgo malvagio o, perlomeno, dagli intenti imperscrutabili.
[...] Anche i personaggi di Lynch, come quelli di Ligotti, sono privi di una libertà di scelta: mossi da forze che non comprendono se non in maniera imperfetta e inconscia, vivono, amano, soffrono e muoiono come conseguenza di conflitti giocati in una dimensione che li trascende. Ma – e questo è forse l’aspetto che differenzia maggiormente l’opera dei due autori – in Lynch non c’è traccia di nichilismo propriamente detto. Il carattere “irreale” dei personaggi lynchiani non priva la loro esistenza di dignità.
[...]
A cambiare è l’approccio ai problemi connessi del materialismo e del nichilismo: mentre Lynch li aggira appellandosi a una tradizione mistica che dalla spiritualità orientaleggiante arriva fino alla psicologia junghiana e alla psichedelia anni Sessanta, Ligotti, come fa giustamente notare Brassier, spinge il problema alle proprie estreme conseguenze»
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