11 agosto 2018

Magris: Nietzsche oltre l'uomo (rassegna)

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Corriere della Sera La Lettura: Nietzsche oltre l'uomo (di Claudio Magris, 22 luglio 2018)

«Padre dell’avanguardia che in ogni campo ha sconvolto, lacerato, dissestato e rigenerato la cultura europea e soprattutto i suoi linguaggi, Nietzsche — ha scritto molti anni fa in un acutissimo libretto Guido Morpurgo-Tagliabue — era un genio presbite e strabico. Vedeva lontano; ha visto più di un secolo e mezzo fa ciò che sta accadendo ancora oggi e avverrà ancor più furiosamente domani: l’avvento non del Superuomo, di un superman dominatore e amorale, bensì di un "oltre-uomo" felicissima traduzione-interpretazione di Gianni Vattimo nel suo saggio fondamentale e innovatore. Un nuovo stadio antropologico, quasi un salto evolutivo della nostra specie che sta avvenendo non in tempi lunghissimi come in passato ma con una velocità che sembra sfondare il muro del tempo come in un racconto di fantascienza, rendendo le diverse generazioni reciprocamente lontane quasi fossero specie diverse o stadi diversi dell’evoluzione, mutando la stessa natura psico-fisica dell’individuo e smussando le distanze tra uomo e robot.

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L’opera di Nietzsche è un viatico, non un sistema; un sale e non una pietanza, ma un sale assolutamente necessario. Non si può — sarebbe solo ridicolo — essere nietzscheani, come si può invece essere kantiani o marxisti, ma senza Nietzsche non si comprende quasi nulla di ciò che accade nel mondo e nelle teste.

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Nietzsche, afferma Giametta, "si riteneva il pensatore più indipendente e inattuale della sua epoca, ma ciò era vero solo rispetto agli altri rappresentanti della cultura dell’epoca; non si rendeva conto di essere egli stesso una creatura della crisi europea, maturata ai suoi tempi in tutti i campi, che nutriva sotterraneamente il suo pensiero di solitario nelle sue lunghe passeggiate nei boschi, intorno ai laghi, sulle colline, per essere poi sciolto a casa". Come fanno tutti i geni, ribadisce Giametta, Nietzsche ha incarnato la crisi del suo tempo; col suo pensiero l’ha smascherata e insieme accelerata.

C’è un tema, nelle interpretazioni-mistificazioni di Nietzsche, spesso fraintese e manipolate, particolarmente bruciante. Il suo elogio della forza e, ben più ancora, la sua ostentata avversione alla "congiura (...) sotterranea e maligna dei sofferenti". Un tema più volte ribadito, sottolinea Giametta, forse anche per desiderio di scandalizzare. Come quando scrive "istintiva congiura universale del gregge contro tutto ciò che è pastore, animale da preda, solitario e Cesare, per la conservazione e la vittoria di tutti i deboli, gli oppressi, i malriusciti, i mediocri, i semi-falliti, come una sollevazione di schiavi protratta in lungo, prima inavvertita e poi sempre più consapevole, contro ogni specie di signori e alla fine contro il concetto stesso di “signori”".

In queste espressioni c’è il peggior Nietzsche, quello più enfatico e ingiusto verso sé stesso, impari al suo genio che ha scavato a fondo, attraverso il proprio dramma e talora il proprio strazio, nelle cose essenziali dell’esistenza e nel cuore di un radicale rivolgimento dell’uomo e del mondo. Questa concezione di mettere la vita degli uomini comuni al servizio degli uomini superiori è una banalità pseudo-aristocratica e di fatto plebea ignara di essere un luogo comune di massa, perché quasi tutti, in un modo o nell’altro, si ritengono anime più profonde del volgo che li circonda, geni incompresi.


Ma, anche per quel che riguarda i "deboli" nella sua distorsione c’è un pizzico di verità.

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È ovvio che questi deboli soffocati dai forti vanno aiutati in ogni modo e con energia, pure difesi con la forza. Ma ogni organismo debole, individuale o collettivo, coltiva facilmente il compiacimento della propria debolezza, il desiderio di sentirsi e proclamarsi debole e perseguitato anche quando non lo è più, usare la propria passata debolezza come un’arma, ora non più necessaria ma intimidatoria. Pure una minoranza liberata da un’iniqua oppressione tende a sentirsi oppressa anche quando non lo è più, sentimento che la gratifica e la sprona a indurre gli ex oppressi o i loro discendenti a sentirsi ancora colpevoli e quindi a loro volta deboli.


Nietzsche era estremamente sensibile al dolore e alla sofferenza; la vista del cavallo frustato e bastonato a sangue in una via di Torino lo ha scosso e turbato al punto di far precipitare il suo collasso psichico. Ha aggredito la morale e ha celebrato la vita al di là del bene e del male, ma non era capace di afferrarla; era troppo morale, troppo buono per poter vivere "la grande quiete meridiana", la serenità marina del puro presente ignaro di comandamenti, divieti e anche pensieri, la spietata trasparenza dell’oscuro fondo della vita.»