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11 aprile 2020

Pascal: il divertimento come distrazione da noi stessi e dalla nostra condizione disgraziata

«Divertimento.
Quando mi è capitato di riflettere sulle diverse inquietudini degli uomini, sui pericoli e sulle pene a cui si espongono a corte, in guerra, là dove nascono tanti contrasti, passioni, imprese ardite e spesso malvagie, mi son detto spesso che tutti i mali degli uomini derivano da una sola cosa, dal non saper stare senza far nulla in una stanza. Un uomo che avesse beni sufficienti per vivere, se sapesse stare a casa propria con piacere, non ne uscirebbe per andare sul mare o all’assedio di una fortezza, non acquisterebbe a caro prezzo una carica nell’esercito se non trovasse insopportabile la vita nella sua città, e non cercherebbe le conversazioni e i divertimenti dei giochi se sapesse stare a casa propria con piacere.
Quando poi ho riflettuto più accuratamente e, dopo aver considerato da dove vengono tutti i nostri mali, ho cercato di scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una ben reale, che consiste nella disgrazia naturale della nostra condizione debole e mortale, così miserevole che nulla può consolarci quando ci fermiamo a pensarci.
[...]
Se [gli uomini] cercano di ottenere una carica, immaginano che, una volta ottenuta, vivranno in pace, e non percepiscono la natura insaziabile del loro desiderio; credono sinceramente di cercare la quiete, e non cercano invece che l’agitazione. Hanno un istinto segreto – un riflesso della percezione delle loro miserie continue – che li porta a cercare il divertimento, a tenersi occupati in cose che li distraggono da se stessi, cose esteriori. Ed hanno poi anche un altro istinto segreto – un residuo della grandezza della nostra prima natura – che fa loro sapere che la felicità non è in effetti che nella quiete, e non nell’agitazione, e da questi istinti contrapposti si forma in essi un progetto confuso che si nasconde alla loro vista, nella profondità della loro anima, che li porta a cercare la quiete attraverso l’agitazione, e ad immaginarsi sempre che la soddisfazione che adesso non hanno arriverà se, superando le difficoltà che si intravedono, potranno aprirsi per questa via la porta della quiete. Così passa tutta la vita: si cerca la quiete impegnandosi per superare gli ostacoli e, se li si supera, la quiete diventa insopportabile, per la noia che genera: bisogna uscirne, e inseguire l’azione. Si pensa alle propria attuali miserie, o a quelle che ci minacciano. E anche quando ci si sente abbastanza protetti dalle minacce che possono giungere da ogni parte, la noia ha una sua intima forza che le consente di saltar fuori dalle profondità del cuore, dove ha radici naturali, e di spargere nello spirito il suo veleno.
L’uomo è infelice. Si annoia perché questa è la sua natura, anche quando non ce n’è alcun altro motivo. Ed è così superficiale che, pur pieno di mille cause essenziali di noia, si lascia divertire dalle più piccole distrazioni, come un biliardo e una pallina da colpire.
»

– Blaise Pascal, Pensieri (a cura della redazione del Giardino dei Pensieri)

testo francese con link ai manoscritti originali:
http://www.penseesdepascal.fr/Divertissement/Divertissement4-moderne.php

10 agosto 2018

Pessoa: Il tedio

«In me il tedio è frequente, ma, che io sappia, non obbedisce a regole di apparizione. Mi succede di passare senza tedio una stanca domenica; posso esserne coperto all’improvviso, come da una nuvola, mentre lavoro alacremente. Non riesco a metterlo in rapporto con la salute o con la mancanza di salute; non riesco a conoscerlo come un prodotto di cause che appartengono al lato conosciuto di me stesso.
Dire che è un’angustia metafisica travestita, che è una grande delusione incognita, che è una poesia sorda dell’anima che si affaccia annoiata dalla finestra della vita: dire questo, o una cosa analoga, può colorare il tedio, come un bambino colora un disegno sorpassando e cancellandone i contorni, ma mi porta soltanto un suono di parole che risuona nei sotterranei del pensiero.
Il tedio... Pensare senza che si pensi, con la stanchezza di pensare; sentire senza che si senta, con l’angoscia del sentire; non volere senza che non si voglia, con la nausea di non volere: tutto questo sta nel tedio senza che ciò sia il tedio, e del tedio è soltanto una parafrasi o una traslazione. Consiste in una sensazione diretta, come se sopra il fossato del castello dell’anima si alzasse il ponte levatoio e fra il castello e le terre circostanti restasse il poterle guardare senza poterle percorrere. È un isolamento di noi in noi stessi, ma un isolamento dove ciò che separa è stagnante come lo siamo noi: acqua sporca che circonda la nostra impossibilità di capire.
Il tedio... Soffrire senza sofferenza, volere senza volontà, pensare senza raziocinio... [...]
Il tedio... Eppure io sono un uomo che lavora. Assolvo a quello che i moralisti chiamerebbero il dovere sociale. Assolvo a questo dovere, o a questo fato, senza grande applicazione o negligenza. Eppure, sia mentre lavoro che mentre riposo (riposo che, secondo gli stessi moralisti, mi spetta e deve aggradarmi) il mio spirito trabocca di un fiele di inerzia, e sono stanco, non del lavoro o del riposo, ma di me.
Perché di me, visto che non pensavo a me? Di cosa altro mai, visto che non pensavo a niente? È forse il mistero dell’universo che lambisce il mio ozio o il mio libro della contabilità? È il dolore universale di vivere che si concretizza all’improvviso nella mia anima medianica? Ma perché nobilitare tanto una persona che come me non conosce neppure se stessa? È una sensazione di vuoto, una fame senza appetito, nobile quanto i riflessi dei nervi dello stomaco, causati dalle troppe sigarette o dalla cattiva digestione.
»

– Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, 1.12.1931
(tr. it. di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Feltrinelli)

5 luglio 2018

Leopardi: l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora

«Che cosa è in Recanati di bello? che l'uomo si curi di vedere o d'imparare? niente. Ora Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo, tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere, la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire, in questa caverna vivrò e morrò dove sono nato? Le pare che questi desideri si possano frenare? che siano ingiusti soverchi sterminati? che sia pazzia il non contentarsi di non veder nulla, il non contentarsi di Recanati? L'aria di questa città l'è stato mal detto che sia salubre. È mutabilissima, umida, salmastra, crudele ai nervi e per la sua sottigliezza niente buona a certe complessioni. A tutto questo aggiunga l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora, e collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce. So ben io qual è, e l'ho provata, ma ora non la provo più, quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria, la quale, se m'è permesso di dir così, è come il crepuscolo, dove questa è notte fittissima e orribile, è veleno, come Ella dice, che distrugge le forze del corpo e dello spirito. Ora come andarne libero non facendo altro che pensare e vivendo di pensieri senza una distrazione al mondo? e come far che cessi l'effetto se dura la causa? Che parla Ella di divertimenti? Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia. So che la noia può farmi manco male che la fatica, e però spesso mi piglio la noia, ma questa mi cresce, com'è naturale, la malinconia, e quando io ho avuto la disgrazia di conversare con questa gente, che succede di raro, torno pieno di tristissimi pensieri agli studi miei, o mi vo covando in mente e ruminando quella nerissima materia. Non m'è possibile rimediare a questo nè fare che la mia salute debolissima non si rovini, senza uscire di un luogo che ha dato origine al mal e lo fomenta e l'accresce ogni dì più, e a chi pensa non concede nessun ricreamento. Veggo ben io che per poter continuare gli studi bisogna interromperli tratto tratto e darsi un poco a quelle cose che chiamano mondane, ma per far questo io voglio un mondo che m'alletti e mi sorrida, un mondo che splenda (sia pure di luce falsa) ed abbia tanta forza da farmi dimenticare per qualche momento quello che soprattutto mi sta a cuore, non un mondo che mi faccia dare indietro a prima giunta, e mi sconvolga lo stomaco e mi muova la rabbia e m'attristi e mi forzi di ricorrere per consolarmi a quello da cui volea fuggire. Ma già Ella sa benissimo che io ho ragione, e me lo mostra la sua seconda lettera, nella quale di proprio moto mi esortava a fare un giro per l'Italia, benchè poi (e so ben io perchè) con lodevolissima intenzione della quale le sono sinceramente grato, abbia voluto parlarmi in altra guisa. Laonde ho cianciato tanto per mostrarle che io ho per certissimo quello che Ella ha per certissimo.»

– Giacomo Leopardi, lettera a Pietro Giordani, 
Recanati, 30 Aprile 1817