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8 dicembre 2021

Nietzsche: Questo eterno divenire è un menzognero giuoco di burattini

«[...] proprio a questo tendono tutti gli ordinamenti dell’uomo, a fare cioè in modo che la vita, in una continua distrazione dei pensieri, non venga sentita.
Ma perché egli vuole così energicamente l’opposto, sentire cioè proprio la vita, vale a dire soffrire per la vita? Perché vede che lo si vuol frodare di lui stesso e che vi è una specie di accordo per rapirlo via dalla sua caverna. Allora si ribella, tende gli orecchi e decide: "io voglio rimanere mio!". È una decisione spaventosa; solo a poco a poco se ne rende conto. Ora infatti deve affondare nella profondità dell’esistenza con una serie di domande insolite sulle labbra: perché vivo? quale lezione debbo trarre dalla vita? come sono diventato qual sono e perché soffro di questo esser-così? Si tormenta: e vede che nessuno si tormenta così, che, anzi, le mani del suo prossimo sono appassionatamente tese verso i fantasmagorici avvenimenti che il teatro politico offre, oppure che gli uomini vanno facendo mostra orgogliosa di sé in cento maschere come giovani, uomini, vecchi, padri, cittadini, preti, funzionari, mercanti, assiduamente preoccupati della loro commedia comune e niente affatto di sé. Alla domanda: a che vivi? essi risponderebbero rapidamente e con orgoglio: "per diventare un buon cittadino, scienziato, uomo politico"; eppure essi sono qualche cosa che non può diventare niente altro, e perché sono per l’appunto ciò? Ahimè, e niente di meglio? Chi intende la sua vita soltanto come un punto nello sviluppo di una stirpe, di uno Stato o di una scienza, e dunque vuole appartenere completamente al racconto del divenire, alla storia, non ha compreso la lezione che l’esistenza gli impartisce e deve studiarla un’altra volta. Questo eterno divenire è un menzognero giuoco di burattini per il quale l’uomo dimentica se stesso, la vera e propria distrazione che disperde l’individuo a tutti i venti, il giuoco insipido e senza fine che il grande fanciullo tempo giuoca davanti a noi e con noi. L’eroismo della veridicità è di cessare un giorno di essere il suo giocattolo.»

– Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore, tr. it. di Mazzino Montinari

4 aprile 2019

Schopenhauer: l’espressione temporale del mio essere sovratemporale

«Quella consapevolezza di un passato infinito; questo stupore su ciò che è l’unico che non posso perdere d’occhio in nessun momento, il presente; entrambe le cose sono illusione, o piuttosto sono l’espressione temporale del mio essere sovratemporale.»

– Arthur Schopenhauer, "I manoscritti giovanili. 1804-1818" (a cura di S. Barbera, Adelphi, Milano, 1996, n. 22, p. 20)

21 giugno 2018

Petrarca: vagabondare con l’anima per tutti i tempi, per tutti i luoghi... e spinger l’animo tra le cose celesti

«[...] vivere come vuoi, andare dove vuoi, stare dove vuoi, riposare di primavera sopra un giaciglio di fiori purpurei, d’autunno tra mucchi di foglie cadute; ingannare l’inverno con lo starsene al sole, l’estate con l’ombra e non sentire né l’una né l’altra stagione se non fin dove tu vuoi? Ma in ogni stagione essere padrone di te, e, dovunque ti trovi, vivere con te stesso, lontano dai mali, lontano dall’esempio dei cattivi, senza essere spinto, urtato, influenzato, incalzato; senza essere trascinato a un banchetto mentre preferiresti aver fame, costretto a parlare mentre brameresti star zitto, o salutato in un momento inopportuno, o afferrato e trattenuto agli angoli delle strade e, secondo i dettami di un’educazione grossolana e sciocca, messo tutto il giorno in berlina a osservare chi ti passa dinanzi: chi ti guarda ammirandoti come una rarità, chi arresta il passo quando t’incontra, chi incurvandosi si accosta al compagno e gli sussurra non so che nell’orecchio sommessamente, oppure chiede di te a quelli in cui s’imbatte; chi ti spinge tra la folla dandoti fastidio, o ti cede il passo dandoti ancor più fastidio; chi ti porge la mano, chi se la porta al capo; chi si appresta a farti un lungo discorso quando c’è poco tempo, chi ammicca senza parlare e passa avanti stringendo le labbra. Quanto valuti, infine, non invecchiare tra i fastidi, non premere sempre ed esser premuto fra uno stuolo di salutatori, non aver mozzo il respiro, né sudare in pieno inverno colpito da tristi esalazioni; non disimparare l’umanità in mezzo agli uomini e, infastidito, prendere in odio ogni cosa, gli uomini, gli affari, coloro che ami, te stesso? non dimenticare le cose che ti stanno a cuore per dedicarti a molte che non ti fanno piacere?
[...] Far andare indietro la memoria, vagabondare con l’anima per tutti i tempi, per tutti i luoghi; fermarsi qua e là, e parlare con tutti quelli che furono uomini illustri; dimenticare così gli autori di tutti i mali che ci sono accanto, talvolta anche noi stessi, e spinger l’animo tra le cose celesti innalzandolo al di sopra di sé; meditare su ciò che lì accade, accendere con la meditazione il desiderio, ed esortare per converso te stesso, accostando al tuo cuore già in fiamme le fiaccole, per così dire, delle parole ardenti. È questo un frutto – e non è l’ultimo – della vita solitaria: chi non l’ha gustato non l’intende.
Frattanto [...] dedicarsi alla lettura e alla scrittura, alternando l’una come riposo dell’altra, leggere ciò che scrissero gli antichi, scrivere ciò che leggeranno i posteri, a questi almeno, se a quelli non possiamo, mostrare la gratitudine dell’animo nostro per il dono delle lettere ricevuto dagli antichi; e verso gli antichi stessi non essere ingrati nei limiti che ci sono consentiti, ma render noti i loro nomi se sconosciuti, farli ritornare in onore se caduti in dimenticanza, trarli fuori dalle macerie del tempo, tramandarli alle generazioni dei pronipoti come degni di rispetto, averli nel cuore, averli sulle labbra come una dolce cosa; in tutti i modi insomma, amandoli, ricordandoli, esaltandoli, render loro un tributo di riconoscenza, se non proporzionato, certo dovuto ai loro meriti.
»

– Francesco Petrarca, De vita solitaria, tr. it. di A. Bufano, in Francesco Petrarca, Prose, Ricciardi, 1955


Confrontare con Seneca, qui.

8 marzo 2018

VIDEO: Il Nietzsche di Cacciari, al di là delle 'semplificazioni da sussidiario'

(Palazzo Ducale, Genova, 8 novembre 2017)

«L'idea chiave è la desostanzializzazione del mondo, Nietzsche lo dice chiaramente, il nostro pensiero apre un'epoca in cui il mondo viene desostanzializzato. Questa idea della desostanzializzazione del reale veramente domina tutta la nostra cultura, è il paradigma interpretativo del contemporaneo.» [dal min. 31]

«Questo "non c'è cosa in sé", né nel senso di una realtà materiale, né nel senso del noumeno, non comporta il venir meno dell'istanza propria della cosa e della realtà. Il fatto che l'idea di un atomo è semplicemente un bisogno psichico, che l'istanza che ci porta a cercare un qualche indivisibile è semplicemente un dover essere, qualcosa di irraggiungibile, il fatto che la cosa in sé sia un immateriale [...] non significa che questo sia un errore, che questa ricerca dell'indivisibile, questa ricerca dell'atomo, questa ricerca se volete della cosa in sé, sia un errore. Se ci siamo sbarazzati finalmente della materialità [...] questo non significa che il nostro bisogno di giungere a un fondamento sia vano, perché è esattamente questo il bisogno che ci spinge a ricercare sempre. [...] C'è un frammento che dice: "ci siamo finalmente sbarazzati della materialità, bisogna negare l'essere". [...] Ma qui non c'è nessun nichilismo a buon mercato. Nietzsche dice sbarazziamoci di questa parola, di questo equivoco che deriva dal nostro linguaggio, dalla nostra grammatica. [...] Questa critica dell'idea di cosa, che è una critica radicale, perché al suo fondo è la critica a ogni idea di una fondamentale materialità dell'essente, è una grande idea: sbarazziamoci del materiale.» [dal min. 35]

«Ma è necessaria la fede nella verità, è necessaria la fede di poter pervenire a quell'atomo, a dire che cos'è l'essente, è necessario. È necessaria la fede di poter giungere a una teoria universale. [...] Qui Nietzsche rovescia la posizione scettica originaria e comprende la psicologia del sapere [...] come quel dover essere della ricerca filosofico-scientifica.
[...] L'aspirazione alla certezza è un impetuoso, irrinunciabile bisogno che caratterizza tutto il nostro esserci; e ignorarlo, pretendere che la sua critica equivalga al suo superamento, equivalga a sbarazzarsene, sarebbe ridicolo. [...] Non come la realtà è ma come deve essere per noi, affinché noi possiamo conoscerla. [...] 
Quindi la fede nella verità è espressione massima della volontà di potenza, è misura della forza e del carattere di un pensiero. [...]
Secondo queste prospettive, Nietzsche ha a che fare, e a che fare profondamente, con la crisi dei fondamenti epistemologici, e non con vaghe letterature e vaghe filosofie della crisi, e tantomeno vaghi irrazionalismi. Ammettiamo che forse studiare Nietzsche in questa prospettiva non sia del tutto inutile; e lo stanno comprendendo pensatori, filosofi, che provengono da scuole e tradizioni completamente lontane rispetto a quelle di molti, se non tutti coloro, che durante l'ultimo secolo hanno studiato Nietzsche.» [dal min. 40]

«Si parla tanto di antiplatonismo di Nietzsche... Nietzsche gronda di platonismo... di un vero Platone, non del Platone dei sussidiari. [...] Platone è la figura che determina l'epoca della civiltà europeo-occidentale. È la liberazione dalla caverna. [...] È oltre ogni hybris, oltre ogni superbia, oltre ogni invidia, oltre ogni gelosia, oltre ogni risentimento, tutte le caratteristiche dell'uomo del sottosuolo, è figura della dépense [v. Bataille], non del dominio; com'è banale la volontà di potenza come dominio, com'è da ultimi uomini pensare che il potere sia dominare... il potere è donare, è donarsi, è svuotarsi. [...] L'immagine che corrisponde all'oltreuomo è quella dell'oceano, dove i fiumi – Nietzsche dice "i mondi della storia" – finiscono la loro corrente e vengono metabolizzati da tutte le loro scorie, da tutti i loro relitti; l'oltreuomo è la figura che scioglie tutte le opposizioni, tutte le contraddizioni, soggetto-oggetto, tra soggettività dominanti, distinte; è figura della terra, niente di super, è figura della terra, certo, ma ama questa terra, ama la terra, non il sottosuolo, dove Platone collocava noi, nel sottosuolo, o sotto il mare [nel Fedone], o dentro la caverna.» [dal min. 52 al min. 56]

«E con l'eterno ritorno come la mettiamo? [...] L'eterno ritorno nel senso banale, il "tutto si ripete", è il discorso della scimmia, e dà nausea a Zarathustra. Ci manca altro che tutto ritorni! [...]
L'Übermensch dice è il passato, è il futuro, è il presente. Il passato non è passato, morto, è. [...] Il futuro non è una prospettiva in cui mi infuturo dimenticando il presente, voglio che sia. [...] È l'attimo, è l'istante il tempo dell'Übermensch, l'Übermensch vive il suo presente e nel suo presente vi è quello che noi diciamo passato e quello che noi diciamo futuro, e questo vuol dire per lui amare la terra.
[...] la questione è il superamento del tempo come durata, non del tempo ciclico o del tempo lineare. L'eterno è il presente, è l'è. E l'oltreuomo ama l'eternità di questo presente. La freccia del tempo, ecco, è il suo primo e supremo nemico.» [dal min. 57 al min. 71]

7 dicembre 2017

Cioran: Vi sono giorni intemporali in cui si è preda a reminiscenze

«Soltanto le estasi sonore mi danno una sensazione di immortalità. Vi sono giorni intemporali in cui si è preda a reminiscenze, da chissà quale oltre-orizzonte! Piangere sul tempo diventa allora inconcepibile.»

– E.M. Cioran, Lacrime e santi (tr. it. di D. Grange Fiori, Adelphi, p.60)

8 dicembre 2016

Camus: tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore


«In alcune situazioni, il rispondere: “niente” a una domanda circa la natura dei propri pensieri, può essere, nell’uomo, una finta. Lo sanno bene le persone amate. Ma se questa risposta è sincera, se rappresenta quel particolare stato d’animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l’anello che la ricongiunga, è allora come il primo segno dell’assurdo.
Un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. “Comincia”, questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. Dopo il risveglio viene, col tempo, la conseguenza: suicidio o ristabilimento. In sé, la stanchezza ha qualche cosa di disgustoso, ma, in questo caso, devo concludere che è vantaggiosa. Infatti, tutto comincia con la coscienza e nulla ha valore se non per mezzo di questa.»


«Di solito, viviamo facendo assegnamento sull’avvenire: “domani”, “più tardi”, “quando avrai una posizione”, “con l’età comprenderai”. Queste incoerenze sono straordinarie, dato che, alla fine dei conti, si tratta di morire. Con tutto ciò, giunge il giorno in cui l’uomo si accorge o dice di aver trent’anni, affermando, così, la propria giovinezza. Ma, nello stesso momento, egli si pone in rapporto con il tempo, vi prende posto, riconosce che si trova a un certo punto di una curva, che confessa di dover percorrere. Egli appartiene al tempo e, dall’orrore che lo afferra, lo riconosce come il suo peggior nemico. Il domani: egli desiderava il domani, quando tutto il suo essere avrebbe dovuto ribellarvisi. Questa rivolta della carne è l’assurdo.»

– Albert Camus, Il mito di Sisifo

24 agosto 2016

Petrarca: Cosa bella mortal passa, et non dura

Chi vuol veder quantunque pò Natura
e ’l Ciel tra noi, venga a mirar costei,
ch’è sola un sol, non pur a li occhi mei,
ma al mondo cieco, che vertú non cura;

et venga tosto, perché Morte fura
prima i migliori, et lascia star i rei:
questa aspettata al regno delli dèi
cosa bella mortal passa, et non dura.


– Petrarca, Canzoniere, 248

9 ottobre 2014

Seneca: Sapresti indicarmi un uomo che si renda conto di morire quotidianamente?

la grandezza di Seneca in queste immortali parole sul tempo perduto...

«Comportati così, mio Lucilio: rivendica il tuo diritto su te stesso, e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono strappati via, altri sottratti subdolamente, e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: buona parte della nostra vita si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nel fare altro da ciò che andrebbe fatto.
Sapresti indicarmi un uomo che dia un giusto valore al suo tempo, e a ogni singola giornata, un uomo che si renda conto di morire quotidianamente? È in questo infatti che sbagliamo: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Fai dunque, mio Lucilio, ciò che mi scrivi, metti a frutto ogni tuo minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro, la vita se ne va.
Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è veramente nostro [
omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est]; la natura ci ha reso padroni di quest'unico bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. E gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso rimpiazzabili, accettano che vengano loro messi in conto, e invece nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire.»

– Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio (65 d.C.)

6 maggio 2014

Petrarca: Stamane era un fanciullo ed or son vecchio

«Segui' già le speranze e 'l van desio;
Or ho dinanzi agli occhi un chiaro specchio
Ov'io veggio me stesso e 'l fallir mio;
E quanto posso, al fine m'apparecchio,
Pensando 'l breve viver mio, nel quale
Stamane era un fanciullo ed or son vecchio.
Che più d'un giorno è la vita mortale,
Nubilo, breve, freddo e pien di noia;
Che può bella parer, ma nulla vale?
Qui l'umana speranza e qui la gioia;
Qu' i miseri mortali alzan la testa;
E nessun sa quanto si viva o moia.»

– Petrarca, Trionfo del Tempo, vv. 55-66

17 febbraio 2012

La libertà dal lavoro

La libertà come libertà dal lavoro, nella Grecia classica
[da: “Società senza lavoro – Per una nuova filosofia dell’occupazione”, Dominique Méda, 1997, Feltrinelli]
Ma la Grecia classica è andata ancora più avanti nel disprezzo per le attività lavorative. Attraverso i testi di Platone e di Aristotele, vediamo insediarsi un ideale di vita individuale e collettiva da cui il lavoro è escluso o quasi. La stessa struttura sociale greca ne è la prova: l’insieme dei compiti direttamente legati alla riproduzione materiale è in effetti assunto e svolto da schiavi […]. Tutta la filosofia greca è in effetti fondata sull’idea che la vera libertà, in altre parole ciò che permette all’uomo di agire secondo quanto vi è di più umano in lui, il logos, comincia dove la necessità finisce, una volta che i bisogni materiali siano stati soddisfatti. […] Aristotele lo afferma esplicitamente, in apertura della Metafisica: “Solo quando furono a loro tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi una tale sorta di indagine scientifica”. Questa disciplina, la filosofia appunto, è la sola scienza che sia una disciplina liberale, in quanto non la pratichiamo per altro che per se stessa: “Consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, giacché essa soltanto esiste di per sé”. Sul versante opposto della sfera della libertà, che ci avvicina al divino, si dispiega la sfera della necessità, quella del lavoro, e soprattutto del ponos, del lavoro faticoso, delle funzioni degradanti, per essenza servili. Come si vede, la situazione del lavoro nella società greca si fonda in ultima analisi su un’idea – oggi parleremmo di “concezione” – dell’uomo che gli conferisce il suo senso pieno: l’uomo è un animale razionale e il suo compito è quello di sviluppare la ragione che lo fa uomo e che lo rende simile agli dei. Esercitare la ragione significa: sul piano teorico fare filosofia o attività scientifica, sul piano pratico agire secondo virtù, su quello politico essere un eccellente cittadino. In ogni caso significa utilizzare nel migliore dei modi le nostre facoltà, cosa che si può fare solo essendo liberi, cioè sviluppando attività che hanno un fine in se stesse e non fuori di sé. La vera vita è la vita oziosa, e divenire capaci di vivere una vita del genere è la meta dell’educazione. […] l’ozio greco non ha ovviamente nulla a che vedere con ciò che il termine designa ai giorni nostri.

Il tempo liberato
[da: “Tempo e lavoro – Storia, psicologia e nuove problematiche”, Pierenrico Andreoni, 2005, Mondadori]
Allora, uscendo dagli schemi della società fondata sul lavoro, la rivoluzione apportata dalla tecnologia ci dona la possibilità di redistribuire il tempo che la produttività ha liberato dal lavoro; esso è un tempo nuovo, di natura completamente diversa da quello che abbiamo conosciuto finora, perché è un tempo che ciascuno potrà “sottrarre al sistema” e rendere disponibile “per mille e una attività autodeterminate”. Esso […] non è più un tempo attribuito dal sistema, ma è un tempo scelto, autodeterminato da un atto volontario; non è più un tempo il cui contenuto è qualificato dal lavoro (studio per il lavoro, tempo libero dal lavoro, pensione dopo il lavoro) e dalla sua assenza, ma è un tempo in sé, vuoto di contenuto e proprio per questo potenzialmente aperto a tutti i contenuti che ciascuno voglia dargli. Il tempo libero, di svago, è ancora determinato dal lavoro, di cui costituisce la valvola di sfogo, serve a ricaricare le batterie per poi esser nuovamente efficienti sul lavoro; il tempo liberato, invece, sarebbe caratterizzato dalla libertà più pura, non determinato dall’organizzazione sociale, né dalla costrizione economica del lavoro.