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10 marzo 2022

È nella nostra natura essere colpiti diversamente da fatti tutto sommato simili tra loro (rassegna)

Dirlo in maniera più chiara di così è difficile.
Accettare i nostri limiti di esseri umani è necessario per provare a compensarli razionalmente, senza ammattire dietro agli iper-idealismi e alla inaffidabilità del mero meccanismo empatico.


- Francesco Costa, Morning (Il Post), Ep. 198, 8 Marzo 2022:

«Da una parte constatiamo il fatto che questa guerra ci colpisca di più, che questi morti ci fanno più male degli altri morti che abbiamo visto in altre guerre più lontane da noi; dall'altra parte c'è quasi un po' di vergogna, oppure la condanna di questa realtà che si sintetizza nella domanda: perché non ci scandalizziamo, perchè non ci diamo da fare allo stesso modo quando le vittime della guerra sono siriane, eritree, yemenite, congolesi, senza contare i contesti molto più politicizzati e quindi molto più controversi come l'Afghanistan, l'Iraq, la Palestina?
La constatazione è sicuramente utile a capire quali sono le nostre inclinazioni, i nostri bias; ma è contemporaneamente inutile stare qui a chiedersi se sia giusto o sbagliato: [...] non credo che nessuno voglia proporci di occuparsi meno degli ucraini siccome ci siamo occupati meno delle persone che soffrono in Yemen o in Eritrea.
Questo sarebbe semmai il momento in cui, riconoscendo questo stato di fatto, cercare di essere più sensibili la prossima volta, cercare di essere più sensibili già oggi, per le persone che muoiono in guerra in posti più lontani e diversi da dove siamo.
Ma è inevitabile per noi che i morti non siano tutti uguali.
Se ogni morte nel mondo ci colpisse come quella di un amico avremmo smesso di vivere perché non saremmo più in grado di funzionare; è nella nostra natura essere colpiti diversamente da fatti tutto sommato simili tra loro.
Funzioniamo così noi esseri umani, è giusto rendersene conto, quindi cercare razionalmente di compensare. Essere a conoscenza dei nostri punti ciechi è necessario a limitarne gli effetti.»

Lovecraft: Così continueremo a pensare, a dibatterci, a lottare e ad ingannarci nel nostro più profondo intimo

«Dobbiamo comprendere che la natura umana rimarrà sempre la stessa, finché l'uomo resterà uomo; che la civiltà è soltanto una debole copertura dietro la quale sonnecchia la bestia dominante, sempre pronta a risvegliarsi.
Per difendere la civiltà, dobbiamo trattare in modo scientifico l'elemento del "bruto", usando soltanto genuini principi biologici.
Nella considerazione di noi stessi, pensiamo troppo all'etica e alla sociologia, e troppo poco alla semplice storia naturale. Dovremo capire che il periodo dell'esistenza storica dell'uomo, un periodo così breve che la sua costituzione fisica non è stata minimamente alterata, non è stato sufficiente a permettere nessun considerevole cambiamento mentale.
Gli istinti che dominavano gli Egiziani e gli Assiri dominano allo stesso modo anche noi; e, come gli antichi pensavano, si dibattevano, lottavano e si ingannavano, così noi moderni continueremo a pensare, a dibatterci, a lottare e ad ingannarci nel nostro più profondo intimo. Il cambiamento è solo superficiale e apparente.
Il rispetto che l'uomo nutre per gli elementi imponderabili, varia a seconda della sua struttura mentale e dell'ambiente in cui vive. Mediante alcune tecniche di pensiero e di educazione, esso può essere notevolmente accresciuto, ma c'è sempre un limite.
L'uomo o la nazione di elevata cultura possono accettare in linea di massima le restrizioni imposte dalle convenzioni e dall'onore ma, superato un certo limite, la volontà — o desiderio primitivo — non può essere repressa. Una volta negato ciò che viene ardentemente desiderato, l'individuo o lo Stato ragioneranno e discuteranno soltanto fino a quel limite, poi, se il motivo impellente sarà sufficientemente grande, metteranno da parte ogni regola e si libereranno da ogni inibizione che è stata loro imposta, immergendosi con voluttà nell'oggetto desiderato, e tutto questo con una violenza inimmaginabile proprio a causa della precedente repressione. L'unico fattore che trionfa, alla fine, nella decisione umana, è la forza bruta.
Questo è quello che dobbiamo imparare, per quanto l'idea ci possa apparire ripugnante, se vogliamo proteggere noi stessi e le nostre istituzioni. Rifugiarsi in qualcosa di diverso è fallace e pernicioso.»

– H.P. Lovecraft, Alle radici, in "Tutti i romanzi e i racconti", a cura di G. Pilo e S. Fusco, Netwon Compton Ed., 2009, pag. 1022

7 marzo 2022

Contro il putinismo e la Russia putiniana, senza se e senza ma

Stabilire un qualsiasi parallelo attuale tra Russia e Nato è come sostenere in tempo di pandemia che i vaccini anti-covid sono pericolosi quanto la malattia: vuol dire, cioè, avere disprezzo dei fatti.
Se è il momento di criticare l'Occidente, non lo è per vergogna delle sue libertà (sociali, politiche ed anche economiche, prendendo nel pacchetto tutti gli squilibri e i difetti che conosciamo) ma proprio per gli impulsi di putinismo che ha al suo interno.
La crisi russo-ucraina è un'occasione che la storia ci offre per risolvere le contraddizioni delle nostre democrazie liberali e progredire verso una vera integrazione transnazionale, prima di tutto inter-europea.
Basta con i paesi, i popoli, le patrie e i patrioti.
Basta con i freni alle nuove libertà sociali e con i clericalismi.
Basta con demagoghi e buffoni che diffondono l'odio e l'illusoria seduzione delle maniere forti.
Basta con qualsivoglia simpatia o appoggio verso chiunque queste maniere forti le usi.
Poi, se vorremo, ci dedicheremo anche a mitigare le solitudini, le alienazioni, gli squilibri socio-economici delle nostre vite da occidentali. Ma prima è necessario debellare ogni incrostazione illiberale e nazional-populista ovunque questa si manifesti: e non c'è maniera migliore di manifestare avversione per le aberrazioni causate dall'economia liberal-capitalista che accettare una riduzione del nostro tenore di vita e dei nostri lussi che da questo potrebbe conseguire.

Gianni D'Anna, 7 marzo 2022

17 marzo 2019

Greta Thunberg: Parlo solo quando penso sia necessario (rassegna)

- www.ted.com/talks/greta_thunberg_the_disarming_case_to_act_right_now_on_climate

Mutismo selettivo... musica per le nostre povere orecchie stremate dalle chiacchiere.
Sì, affinché la civiltà umana sopravviva occorre una vera e propria mutazione del funzionamento dei nostri cervelli.


«Per me, tutto ciò non aveva senso. Era assurdo. E così, all'età di 11 anni, mi ammalai. Caddi in depressione, smisi di parlare e persino di mangiare. In due mesi, persi circa 10 chili. In seguito, mi furono diagnosticate la sindrome di Asperger, l'OCD e il mutismo selettivo. Il che significa che parlo solo quando penso sia necessario, e ora è uno di quei momenti.
[...] Non siamo molto bravi a mentire, e di norma non desideriamo partecipare a quelle trame sociali a cui il resto di voi sembra appassionarsi tanto.
Sotto molti profili, trovo, siamo noi autistici quelli normali, e che il resto del mondo sia piuttosto bizzarro, specialmente quando di tratta della crisi di sostenibilità, con tutti che parlano del cambiamento climatico come di una minaccia esistenziale, il problema più importante di tutti, e malgrado ciò vanno avanti come se niente fosse. [...] O progrediamo, come civiltà, oppure no.»

12 ottobre 2018

Il Papa e l'aborto delle facoltà razionali

Le parole del Papa sull'aborto ("è come affittare un sicario"), come tante altre su argomenti che fanno meno clamore e che si fa finta di non sentire, arrivano come un'ennesima sveglia per tutti coloro che anche da posizioni progressiste si ostinano ad esprimere ammirazione per il personaggio.
Il fatto è che la religione, in questa recente stagione in cui i nuovi mezzi di comunicazione hanno portato più che mai alla ribalta le fake news, i complottismi, le pseudoscienze, l'idiozia in generale, rischia al confronto di sembrare qualcosa per menti raffinate (nei suoi aspetti teologici e filosofici, più che quelli legati alla superstizione popolare) o, quantomeno, tanto percepiamo grave la situazione dell'intelletto collettivo che si può cadere nella tentazione di rivalutarla come male minore rispetto ai tanti altri.
Invece non dobbiamo mai dimenticarci che la religione è la prima è più grande fake news di tutte, e il pensiero religioso è uno dei principali agenti che spianano la strada all'irrazionalità e al cattivo uso delle facoltà cognitive.
E no, ribadiamolo fino allo sfinimento, un feto non equivale a un essere umano, e un embrione ancor di meno; soltanto chi ragiona con i dogmi, e con le credenze metafisiche, può sostenere tale equivalenza.
E no, la vita non è un dono, ma è un accidente del caso; e non è detto che valga la pena di essere vissuta a tutti i costi e in tutte le condizioni.
E no, il denaro, il potere, il successo non sono "idoli" più di quanto non lo siano l'amore, l'altruismo, l'attaccamento alla vita; sono tutte illusioni che ci aiutano a vivere, a trovare delle ragioni per passare il tempo; e la vera via per il rispetto del prossimo passa per il riconoscimento di queste illusioni (l'esistenza dell'anima, il valore intrinseco della vita, l'amore disinteressato), perché siamo tutti nella stessa barca, gettati in questa esistenza, e non possiamo che aiutarci tutti a vicenda per fare in modo di generare meno sofferenza possibile, ma finché permetteremo alle fake news del pensiero campato per aria di dirottare le nostre facoltà cognitive ci renderemo impossibile riuscire in questo compito.


Gianni D'Anna, 11 ottobre 2018

22 settembre 2018

Calvino: Il diavolo oggi è l'approssimativo

«Il diavolo oggi è l'approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venir nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell'imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri, il diavolo come personificazione della mistificazione e dell'automistificazione. Dico l'approssimativo, non il complicato; quando le cose non sono semplici, non sono chiare, pretendere la chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria, e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici, cioè menzogneri. Invece lo sforzo di cercare di pensare e d'esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l'unico atteggiamento onesto e utile. Riuscire a definire i propri dubbi è molto più concreto che qualsiasi affermazione perentoria le cui fondamenta si basano sul vuoto, sulla ripetizione di parole il cui significato si è logorato per il troppo uso.»

– Italo Calvino, Una pietra sopra, Einaudi, 1980 (da: La Domenica del Corriere, marzo 1978, risposta a una "inchiesta sul diavolo oggi")

13 settembre 2018

La complessa struttura genetica e sociale dei 'Longobardi' (rassegna)

- www.lescienze.it/news/2018/09/12/news/longobardi_strutturagenetica_socialegruppidistinti

Le Scienze: La complessa struttura genetica e sociale dei Longobardi (12 settembre 2018)

«L'analisi genetica dei resti rinvenuti in due cimiteri longobardi del VI-VII secolo situati a grande distanza tra loro, uno a Szólád, nell'attuale Ungheria, e l'altro nei dintorni della cittadina piemontese di Collegno, ha permesso di chiarire alcuni aspetti dell'organizzazione sociale e degli spostamenti del popolo che governò parte dell'Italia nei due secoli successivi al suo arrivo dalla Pannonia (corrispondente all'attuale Ungheria occidentale e alla bassa Austria) nel 568 d.C. [...]
In entrambi i siti, l'ascendenza, o lignaggio, maggiormente rappresentata aveva un'impronta genetica che riporta soprattutto alle antiche popolazioni dell'Europa centrale e settentrionale (impronta che attualmente non è molto presente né nelle popolazioni dell'Ungheria, né in quelle dell'Italia settentrionale). L'altro lignaggio era invece geneticamente più legato alle antiche popolazioni dell'Europa meridionale. [...]
Uno degli aspetti più singolari evidenziati dalla ricerca è che questa articolata struttura genetica e culturale si ritrova, sostanzialmente uguale, in due località distanti oltre mille chilometri.
La scoperta, concludono i ricercatori, pone nuove domande sulla struttura sia della popolazione longobarda sia, più in generale, di tutte le popolazioni protagoniste delle cosiddette invasioni barbariche, le cui orde forse erano formate da gruppi di persone geneticamente non omogenei.

[o, per riportare il testo originale dallo studio completo su Nature Communications: "Modern European genetic variation is generally highly structured by geography. It is surprising to find significant diversity within small, individual cemeteries. Even amongst the two family groups of primarily central/northern ancestry there is clear evidence of admixture with individuals with more southern ancestry. Whether these people identified as Longobard or any other particular barbarian people is therefore impossible to assess. If we are seeing evidence of movements of barbarians, there is no evidence that these were genetically homogenous groups of people."]»


David Caramelli, docente di Antropologia all'Università di Firenze e uno dei principali autori della ricerca, commenta [video]:
"I dati ricavati sono compatibili con l’ipotesi della migrazione a lunga distanza dei longobardi dalla Pannonia all’Italia settentrionale nel VI secolo d.C. e comprovano il mescolamento non solo culturale ma anche genetico dei barbari con le popolazioni italiche, a parziale correzione di una lettura storica dell’insediamento longobardo, che sottolineava un netto distacco fra le popolazioni germaniche e quelle locali. Mentre sono ormai numerosi gli studi sul Dna antico dei nostri progenitori preistorici, questa ricerca costituisce il primo studio genomico completo sulle popolazioni barbariche longobarde. Da anni la scuola fiorentina costituisce un punto di riferimento internazionale nell’analisi sul Dna antico”.

Yuval Noah Harari: la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens (rassegna)

- www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bibbia-post-verit-vale-pi-credere-sapere-1569492.html

Il Giornale: Dalla Bibbia alla post-verità vale più il credere del sapere (30 agosto 2018)

Estratto dal nuovo libro dello storico Yuval Noah Harari, "21 lezioni per il XXI secolo".

«In effetti, come specie, abbiamo sempre vissuto nell'era della post-verità. Homo sapiens è una specie post-verità, il cui potere dipende dal creare narrazioni e dal credervi. Fin dall'Età della pietra, i miti avevano lo scopo di unire collettività umane e dunque svolgevano una funzione che potremmo chiamare di "autoconforto" reciproco. Infatti, Homo sapiens conquistò questo pianeta soprattutto grazie all'abilità peculiare degli esseri umani di creare e diffondere narrazioni. Noi siamo gli unici mammiferi che possono cooperare con numerosi stranieri perché solo noi possiamo inventare storie, diffonderle, e convincere milioni di altri a credervi. Finché crediamo tutti alle stesse storie, obbediamo alle stesse leggi e possiamo cooperare in modo efficace.
Quindi se criticate Facebook, Trump o Putin per aver inaugurato una nuova terribile era di post-verità, ricordatevi che secoli fa milioni di cristiani si sono infilati da soli in una bolla mitologica autovalidata, senza mai azzardarsi a mettere in dubbio la veridicità fattuale della Bibbia, mentre milioni di musulmani giuravano fede assoluta al Corano. Per millenni, gran parte di ciò che è stato tramandato come "informazioni" e "fatti" nelle nostre società erano storie su miracoli, angeli, demoni e streghe, grazie a coraggiosi inviati che hanno dato ampia copertura direttamente dagli anfratti più profondi del mondo sotterraneo. Non abbiamo alcuna evidenza scientifica che Eva sia stata tentata dal Serpente, che le anime di tutti gli infedeli brucino all'inferno dopo la morte, o che al creatore dell'universo non sia di gradimento il matrimonio tra un bramino e un intoccabile - eppure miliardi di individui hanno creduto in queste storie per migliaia di anni. Alcune notizie false durano per sempre. [...] Quando un migliaio di individui crede a una qualche storia inventata per un mese - questa è una notizia falsa. Quando un miliardo di individui vi crede per un migliaio di anni - questa è una religione [...]. Vi prego di notare, comunque, che non sto negando l'efficacia o la potenziale benevolenza della religione. È esattamente l'opposto. Nel bene e nel male, il narrare storie rappresenta uno dei più efficaci strumenti della cassetta degli attrezzi dell'umanità. Riuscendo a far convivere gli uomini, i credi religiosi rendono possibile la loro cooperazione su larga scala. Ispirano gli individui a costruire ospedali, scuole e ponti, oltre che a organizzare eserciti e ad edificare prigioni. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, ma la cattedrale di Chartres è tuttora stupenda. Gran parte della Bibbia è costituita da storie inventate, ma può ancora donare gioia a miliardi di persone e può ancora stimolare gli individui a essere compassionevoli, coraggiosi e creativi - proprio come altre grandi opere di finzione [...]. La verità è che la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens.»

2 settembre 2018

Quando la sponda ricca del Mediterraneo era quella meridionale (rassegna)

- www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=5b66b3ab29f49

Corriere della Sera La Lettura: Quando la sponda ricca del Mediterraneo era quella meridionale (di Amedeo Feniello)

«A cavallo dell’anno Mille, le differenze tra Nord e Sud erano abissali. Basta leggere un curioso episodio, avvenuto nella prima metà del X secolo. Un gruppo di viaggiatori musulmani compie una lunga spedizione in terra cristiana. Vogliono andare a Roma, spinti dai racconti sulle ricchezze della città. Fanno un giro tortuoso, via terra. Da Tessalonica, nell’allora Impero bizantino, passano nei Balcani. Da qui a Venezia e poi a Pavia, la capitale del Regno d’Italia. Attraversano la Pianura padana e si trovano in un incubo: lo spettacolo indecente di tende e capanne, abitate da una massa derelitta e macilenta.
Uno shock, per gente di città, come erano i nostri viaggiatori. Ai quali resta un’idea: che, in questa zona d’Italia, si viva ancora come i barbari.
[...]
Dietro questi ritratti c’è, naturalmente, molto di ideologico. In particolare, l’idea di superiorità religiosa e culturale. Che derivava però da un dato di fatto: i musulmani che visitavano l’Occidente venivano davvero da un diverso pianeta, più avanzato per condizioni e abitudini sociali. Uomini che appartenevano a una civiltà dell’acqua, dell’Hammam (le terme), delle fontane, della pulizia, dei profumi. Con livelli di cultura e di istruzione progrediti, che, proprio in questi secoli, esprimono quello che Frederick Starr ha di recente definito un «illuminismo perduto», quando tra il Mediterraneo e l’Asia centrale musulmana fioriscono commerci, arti, centri religiosi e di istruzione. E tutti i campi della conoscenza — dall’astronomia alla matematica, dalla filosofia alla medicina — conobbero sviluppi con pochi eguali nella storia dell’umanità.
[...]
Dal Mille in poi, però, nel malandato Occidente successe qualcosa. Innanzitutto, durante il periodo 950-1300 la popolazione europea si moltiplicò, più o meno, per tre. Rinacquero tantissime città e il loro numero, in alcune zone, come l’Italia centro-settentrionale e le Fiandre, crebbe considerevolmente. I commerci e i mercati tornarono a vivere e la nuova figura del mercante si impose per la sua ideologia improntata all’intraprendenza. Si cominciarono a produrre merci, soprattutto nel settore tessile e metallurgico. Aumentò la specializzazione artigianale, a dismisura, con una complessità inimmaginabile nella diversificazione della forza lavoro. Avvenne una rivoluzione tecnica che interessò le campagne, la nascente industria, il mondo della navigazione.
Però, tanti aspetti di questo processo restano quasi incomprensibili. Come, ad esempio, in quale momento sia cominciata l’espansione demografica; oppure quando gli scambi di merci a lunga distanza siano diventati così importanti da condizionare il complessivo mondo economico europeo. In ogni caso, le variabili in campo furono davvero tante, che toccarono ogni aspetto della società del tempo.
[...]

Ma se c’è un fattore che fece davvero la differenza in questa rinascita occidentale fu, per me, la curiosità. Sembra sorprendente che in un’epoca di rinnovata aggressività, fatta di Reconquista e di crociate, emerga pure qualcosa di nuovo. Si comincia a intuire appunto come anche il dialogo con l’altro – il diverso, il concorrente, il nemico religioso – possa risultare per molti aspetti fruttuoso. Per prime, mettono in campo questa strategia le nostre città marinare, da Amalfi a Genova, da Pisa a Venezia. Lo fanno alternando l’uso della forza. Ma tante volte, specialmente all’inizio, esse si adattano al mercato musulmano, vendendo ad esempio merci di contrabbando, armi, schiavi. Poi gli occidentali riescono a fare di meglio: apprendono da chi ne sa di più, imitano gli altri e trasformano le conoscenze acquisite in proprio bagaglio culturale. Lo fa Leonardo Fibonacci, che impara i numeri "alla maniera degli Hindi", ma esporta queste conoscenze in Occidente, con un sovrappiù di nozioni che elabora nel suo Liber abaci. Lo fa Gherardo da Cremona, monaco che emigra in Spagna e mette su, a partire circa dal 1150, nella multietnica Toledo, sotto l’egida di re Alfonso VI di Castiglia, un atelier di traduzione nel quale impegna intellettuali arabi, ebrei e cristiani per restituire all’Europa le parole di Aristotele e di Tolomeo. Ci riescono con successo i fiorentini, che per primi riportano monete d’oro in Occidente, dopo lunghi secoli di buio monetario, seguendo ciò che avevano fatto per secoli bizantini e musulmani. Oppure, per gareggiare nella produzione di tessuti, si ingegnano (come fanno oggi i cinesi) a imitare i modelli fiamminghi di Bruges, Anversa o Gand, creando nuovi prodotti che conquisteranno il Mediterraneo e faranno grande l’economia cittadina.
Tre secoli di crescita, dal Mille al Milletrecento circa, che diminuirono la distanza col resto del mondo e tra Nord e Sud. Fu questo il Medioevo della rinascenza europea.»

24 agosto 2018

Hannah Arendt e i populismi del terzo millennio (rassegna)

- www.lastampa.it/2018/08/23/cultura/hannah-arendt-cos-descrisse-nel-i-populismi-del-terzo-millennio

La Stampa: Così Hannah Arendt descrisse (nel '51) i populismi del Terzo millennio (di Christian Rocca)

«[i movimenti totalitari europei] reclutarono i loro membri da questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che in maggioranza furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda e un atteggiamento d’indifferenza per gli argomenti degli avversari. [...]
[questi movimenti] misero in luce quel che nessun organo dell’opinione pubblica aveva saputo rilevare, che la costituzione democratica si basava sulla tacita approvazione e tolleranza dei settori della popolazione politicamente grigi e inattivi non meno che sulle istituzioni pubbliche articolate e organizzate. [...]
In un mondo in continuo mutamento, e sempre più incomprensibile, le masse erano giunte al punto di credere tutto e niente, da pensare che tutto era possibile e niente era vero. [...] la propaganda di massa scoprì che il suo pubblico era pronto in ogni momento a credere al peggio, per quanto assurdo, senza ribellarsi se lo si ingannava, convinto com’era che qualsiasi affermazione fosse in ogni caso una menzogna. I capi totalitari basarono quindi la loro agitazione sul presupposto psicologicamente esatto che in tali condizioni la gente poteva essere indotta ad accettare le frottole più fantastiche e il giorno dopo, di fronte alla prova inconfutabile della loro falsità, dichiarare di aver sempre saputo che si trattava di una menzogna e di ammirare chi aveva mentito per la sua superiore abilità tattica.»

17 luglio 2018

Lo straniero è uno specchio della nostra scissione intima (rassegna)

- espresso.repubblica.it/visioni/2018/07/18/news/la-parola-straniero-ci-inquieta-perche-e-il-nostro-specchio

L'Espresso: La parola straniero ci inquieta. Perché è il nostro specchio (di Wlodek Goldkorn, colloquio con la filosofa Donatella Di Cesare, 16 luglio 2018)

«Nello straniero vediamo la nostra estraneità, che ci fa paura. Gli esempi sono banali; ci fa paura sentire la nostra voce registrata, o guardarci allo specchio osservandoci. Noi questa estraneità la cerchiamo di rimuovere. Dal punto di vista della nostra psiche è la questione centrale. Mi spiego: tendiamo a pensare che la nostra identità sia fissa e immutabile. E invece non è così: oggi siamo diversi rispetto a ieri, per fare un’osservazione banale. Vede, lo straniero è uno specchio della nostra scissione intima, della ferita che ciascuno di noi si porta dentro la psiche. Ora, ci sono persone capaci di introspezione e che quindi sopportano la non integrità. E c’è chi non la sopporta.»
[...]
«Sono temi che la sinistra ha aggirato, eluso. La sinistra, tra cittadino e migrante si è schierata con il cittadino. Tutti i discorsi della sinistra sono su come governare i flussi, gli sbarchi, l’immigrazione. Del resto, i cittadini votano i migranti no. Quindi la sinistra si occupa dei “propri” poveri, del welfare nel “proprio” Paese e quello che succede fuori dai confini è come se non la riguardasse. [...]
Il problema è che la giustizia sociale non è possibile in un Paese solo e certamente non nell’epoca della globalizzazione. La storia della sinistra è la storia dell’Internazionale. Non ci piace più la parola Internazionale? Bene, usiamo un altro termine, ma non si può tradire una vocazione e una tradizione. Altra parola diventata tabù per la sinistra è “proletariato”. Ma il proletariato è per eccellenza la classe solidale. Il proletariato non è la classe ripiegata su se stessa, egoista, il proletariato combatte per i diritti di tutti, altrimenti è una corporazione. Il proletariato è la classe che emancipa le altre, quindi deve essere necessariamente solidale e internazionalista.
»

5 luglio 2018

Göbekli Tepe: in principio era il sogno (rassegna)

- theguardian.com/commentisfree/2018/jul/04/the-guardian-view-on-world-heritage-in-the-beginning-was-the-dream

Guardian: The Guardian view on world heritage: in the beginning was the dream (editoriale)

L'editoriale del Guardian in occasione dell'ingresso di Göbekli Tepe nella lista dei siti Unesco.


«[...] [questi megaliti], pietre scolpite che pesavano fino a 20 tonnellate, [sono stati] collocati lì a partire da 11.000 anni fa, prima dell'invenzione dell'agricoltura o della scoperta del metallo. Nessuno sembra effettivamente aver vissuto sul sito. Questo è, per quanto ne sappiamo, il primo complesso di templi mai costruito sul pianeta. Molto prima delle città. I suoi costruttori sapevano come conficcare pietre nel terreno e scolpirle, ma non sapevano ancora coltivare la terra per il cibo. Eppure, in qualche modo, devono aver avuto l'organizzazione sociale necessaria per riunirsi in gruppi più grandi di qualsiasi banda di cacciatori-raccoglitori e coordinare i loro lavori per mesi o anni.
Ciò in cui credevano e il motivo per cui lo hanno fatto rimane un mistero, mistero che solleva una questione fondamentale. Sono state le città a creare gli dèi o sono stati gli dèi a creare le città?
Una teoria sostiene che lo sviluppo di religioni e sistemi di credenze elaborati è arrivato in seguito allo sviluppo di società complesse, in cui l'agricoltura forniva un surplus di cibo. Esistevano insediamenti relativamente grandi in altre parti del Medio Oriente in quel periodo, resi possibili dall'immensa fertilità della terra prima che gli umani e le loro capre prendessero il sopravvento; ma nessuno sembra aver vissuto a Göbekli Tepe. Non è stato costruito per nessun scopo pratico.
Deve essere stata l'espressione di un grande sogno condiviso. In questo senso, è una città costruita dagli dèi, anche se gli dèi esistevano solo nelle menti dei loro adoratori e non avevano alcuna forma che ora potremmo riconoscere.»
(trad. mia)

Leggi anche qui sulla scoperta di un sito archeologico sommerso nel Canale di Sicilia di 9500 anni fa.

24 febbraio 2018

Il senso d'ingiustizia nel nostro cervello (rassegna)

- www.lescienze.it/news/2018/02/21/news/senso_ingiustizia_cervello/

Le Scienze: Il senso d'ingiustizia nel nostro cervello (di redazione)

«Le persone sono particolarmente sensibili all'ingiustizia perché nel nostro cervello esistono specifiche reti cerebrali coinvolte sia nella percezione sia nella risposta alle ingiustizie sociali. [...]
Per il nostro cervello, infatti, punire un malfattore può essere più gratificante che soccorrere una vittima. Inoltre, la nostra tendenza a infliggere punizioni è maggiore quando subiamo il torto in prima persona ed è influenzato dai livelli di uno specifico ormone, l'ossitocina.
[...]
La decisione di punire era associata all’attività nella porzione ventrale del corpo striato, una regione cerebrale coinvolta nell’elaborazione dei segnali di ricompensa. Le scansioni di neuroimaging hanno inoltre rilevato l'attivazione di altre aree: la porzione anteriore dell'insula, associata alle decisioni di punire il danno subito, e l'amigdala, correlata al grado di severità della punizione.
Nell’infliggere la punizione, un ruolo importante è rivestito dall’ossitocina. Il dato era già noto in termini generali, ma i test hanno circostanziato meglio l'azione di questo ormone. Quando gli sperimentatori l’hanno somministrato ad alcuni soggetti prima dell’inizio dei test, questi tendevano a punire i malfattori più di frequente, anche se con pene più lievi.
Complessivamente, scrivono gli autori, questi risultati forniscono una visione più approfondita dei meccanismi cerebrali fondamentali alla base della punizione e della compensazione dei torti, e illustrano anche l'importanza di adottare un approccio multidisciplinare quando si studiano le componenti complesse dei processi decisionali che riguardano la vita di tutti i giorni.»

26 gennaio 2018

Le radici neurologiche dell'espansione demografica umana (rassegna)

- www.lescienze.it/news/2018/01/23/news/neurochimica_successo_demografico_umano_primati

Le Scienze: Le radici neurologiche dell'espansione demografica umana (di redazione)

«Tuttavia non è mai stato chiaro in che modo l’evoluzione del comportamento sociale umano si sia tradotta in un miglioramento del successo riproduttivo individuale rispetto agli altri primati. Se, infatti, il passaggio all’andatura perfettamente bipede ha dato ai nostri antenati una maggiore capacità di esplorare i terreni aperti alla ricerca di cibo, aveva il grave svantaggio di aumentare la probabilità di lesioni muscolo-scheletriche, era energicamente costoso, e decisamente lento e goffo rispetto ai movimenti dei predatori.

Secondo C. Owen Lovejoy e colleghi, questo handicap evoluzionistico è stato superato grazie alla selezione di un particolare tipo di personalità, in cui il comportamento è influenzato in modo essenziale dallo striato ventrale, una regione del cervello che partecipa alla modulazione del comportamento sociale, oltre che di quello motorio.

[...] gli esseri umani hanno alti livelli di dopamina e bassi di acetilcolina, che tracciano un profilo di personalità unico, associato a comportamenti più attenti alla conformità sociale e reattivi agli stimoli sociali e ambientali, a una minore aggressività e a una conoscenza più sofisticata dell'ambiente. Elevate concentrazioni di dopamina nello striato sono anche associate a forti legami di coppia, cioè alla monogamia.

Incoraggiando la tendenza all’approvvigionamento di cibo da parte del maschio e la monogamia, questo tipo di personalità deve avere migliorato la sopravvivenza delle femmine e dei figli.

A sostegno di questa tesi Lovejoy e colleghi hanno quindi condotto un secondo studio – pubblicato anch’esso su “PNAS” - in cui hanno esaminato la mortalità e la fertilità dei macachi, i primati di maggior successo demografico dopo gli esseri umani. Hanno così stabilito che la chiave del successo riproduttivo dei macachi era proprio l'elevata sopravvivenza femminile.»

7 gennaio 2018

Firenze fastosa, litigiosa e istruita: Giorno dopo giorno sotto i Medici (rassegna)

- corriere.it/gli-allegati-di-corriere/18_gennaio_02/firenze-ai-tempi-dei-medici.shtml

Corriere della Sera: Firenze fastosa, litigiosa e istruita Giorno dopo giorno sotto i Medici (di Amedeo Feniello)

«Una città istruita, se è vero quello che riporta il Catasto del 1427, nel quale circa l’80% dei fiorentini adulti risultava capace di dichiarare da sé i propri averi. E sollecita coi poveri, gli ammalati e gli altri bisognosi, coi suoi ospedali, tra cui quello degli Innocenti, sorto nel 1495. Ma che soprattutto aveva vissuto una crescita economica impetuosa, dal Duecento in poi, diventando in primo luogo uno dei maggiori motori economici e finanziari d’Europa — «la capitale del capitale», com’è stata definita con un divertente calembour —, sede privilegiata di una finanza creativa che fa degli strumenti contabili, della ragioneria, della lettera di cambio e delle sue holding il grimaldello per la formazione di grandi fortune, tra cui quella, appunto, dei Medici. E, in secondo luogo, la sede di una vera e propria rivoluzione industriale, in cui il settore tessile si specializza, con la moltiplicazione dei profili professionali — ad esempio nell’arte della lana — dove peraltro era fortissima la presenza di manodopera femminile.
Una città però, all’epoca dei Medici, da un punto di vista sociale più frenata di quanto era stata nel Duecento. Ibernata, come di recente è stato sottolineato. La grande accoglienza migratoria che aveva sfamato la fortissima richiesta di manodopera si era infatti interrotta. Però, se tale stop aveva bloccato le dinamiche demografiche, contribuì alla trasformazione urbanistica ed edilizia fiorentina. Il paradosso di un mondo che andò a passo di gambero, in cui si sostituì a una città caotica e vorticosa un’altra più maestosa, dai rumori incombenti ma meno esuberanti. Di una città opulenta che amava ostentarsi. E ascoltarsi.»

Lo straniero migrante come figura abissale: La sovversione di coabitare il mondo (rassegna)

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il manifesto: Donatella Di Cesare, la sovversione di coabitare il mondo (di Roberto Ciccarelli)

«IL MIGRANTE, in quanto straniero, è una figura abissale perché rivela che l’estraneo non è solo l’altro da me, ma è quello che abita in me. Questa esperienza è stata definita da Freud "perturbante": è ciò che turba l’ordine dell’Io, mostrando l’inquietudine più grande. L’Io non ha proprietà, una terra a cui appartenere, una coscienza a cui rimettere i suoi peccati, ma è un altro ed è straniero a se stesso. È Unheimlich, un essere-senza-casa. Il migrante mette a nudo il mito dell’identità autoctona, la finzione su cui è fondata la sovranità, il valore che lo Stato difende in nome della "sicurezza". Se l’Io è un altro, scriveva Rimbaud, allora il Sé immobile crolla. Un esito inaccettabile che lo Stato evita ricorrendo alla polizia e agli eserciti. Così la sovranità esibisce il suo ultimo potere: il monopolio della violenza.
[...]
LA CASA degli stranieri residenti non è lo Stato, né il mercato. È l’Internazionale. La riproposizione di questa categoria è una delle idee originali del libro. Di Cesare la intende come sinonimo di una "coabitazione oltre le appartenenze e la proprietà". In questa prospettiva l’Altro non è una metafisica, non è l’ospite, né può essere rinchiuso nelle contraddizioni del diritto di asilo. Se lo straniero siamo noi, allora il sé e l’altro non sono opposti, ma si implicano a vicenda. Lo straniero non è dunque l’opposto del cittadino, entrambi sono stranieri residenti in un’Internazionale slegata dal territorio e dalla cittadinanza, capace di trasformare la prima e di superare le aporie della seconda. La coabitazione indica un essere-in-comune, pratica una convergenza politica e mostra un altro modo di stare al mondo. Per gli anarchici e i comunisti la casa è il mondo intero. Per tutti gli altri l’Internazionale è la coabitazione della futura umanità con i prossimi e gli stranieri.»

10 dicembre 2017

Cervello, manuale dell'utente (rassegna)

- http://www.iniziativalaica.it/?p=37537

Il Sole 24 Ore Domenica: Come usare il cervello (di Gilberto Corbellini)

«L’autore parla di "predizione" e correttamente paragona la strategia decisionale del cervello al ragionamento bayesiano. Il cervello è la macchina più complessa al mondo proprio perché usa la serialità, la gerarchizzazione e la modulabilità dei collegamenti fra strutture e aree per esplorare attivamente in anticipo infinite possibilità di risposta a situazioni previste o impreviste, conservando poi una memoria riorganizzativa ed emotivamente pesata di quell’esperienza. All’interno di queste regole emerge probabilmente l’illusione del libero arbitrio. Il cervello ha moltissimi gradi di imprevedibilità, benché sempre all’interno di uno spettro predefinito dalla genetica e dall’epigenetica della macchina. Questo non vuol dire che ci sia qualcuno (un Io) che decide indipendentemente dai processi neuronali che hanno luogo e che determinano completamente il comportamento individuale.
[...]
Insomma il libero arbitrio non esiste, della coscienza non c’è da essere solo orgogliosi, il sé è una costruzione molto precaria che può fare ben poco: allora chi siamo noi? Perché in alcuni casi il cervello ci tira fuori dai guai e in altri no? Sappiamo per esperienza comune di persone che riescono a uscire da dannosi loop mentali (e mettere in atto apparentemente alcune strategie che suggerisce Magrini per attivare la motivazione) e altre che nella stessa condizione sprofondano. I geni e le esperienze producono alla fine cervelli unici e non sempre, o per alcune condizioni mai quel che riesce a fare un cervello lo può fare un altro. Non tutte le dotazioni genetiche sono appropriate per sviluppare le stesse potenzialità, al di là dell’ambiente. Se una persona riesce a superare abitudini dannose, o meno, che non siano segni clinici di malattie mentali o comportamenti funzionali e a non perdere il controllo, non lo deve ad altro che ai modi nei quali il potenziale innato e l’ambiente sono risultati consonanti. Il resto sono autoinganni, di cui sappiamo bene che la coscienza, tanto decantata, è maestra assoluta.»

Nel costruire il senso del mondo siamo schiavi dell’evoluzione (rassegna)

- http://www.lastampa.it/2017/11/07/cultura/bianucci-4oDoZ0hiceHvS3EntuzPpJ/pagina.html

La Stampa: Percezioni (di Piero Bianucci)

«Non è la posizione del filosofo empirista George Berkeley (1685-1753), “essere significa essere percepito”, che, se portata alle estreme conseguenze, nega l’esistenza del reale. Lotto sa bene che il reale esiste in sé e non solo nel nostro cervello, ma ciò che gli interessa è il meccanismo con cui il cervello rappresenta il reale. Questo meccanismo è frutto di milioni di anni di evoluzione biologica. Le esperienze di innumerevoli generazioni passate hanno inciso nel nostro patrimonio genetico un vasto repertorio di interpretazioni percettive che si sono rivelate vantaggiose per la sopravvivenza. “Guardiamo – dice Lotto – attraverso milioni di anni di storia”. Ecco perché solo una piccola parte dei dati sensoriali viene elaborata: quella che l’esperienza evolutiva ha ritenuto utile; perché il senso della vista lavora per contrasti: la stessa tonalità di grigio ci sembrerà chiara su uno sfondo scuro e più scura su uno sfondo chiaro; perché reagiamo a uno stimolo prima di esserne consapevoli, come hanno dimostrato gli esperimenti di Benjamin Libet mettendo in discussione l’esistenza del libero arbitrio. Insomma, nel costruire il senso del mondo siamo schiavi dell’evoluzione e il contesto è tutto.»

9 dicembre 2017

La toponomastica dei massacri (rassegna)

- https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/mapping-massacres

New Yorker: The mapping of massacres (di Ceridwen Dovey)

Il cuore nero dell'Australia bianca.

8 dicembre 2017

Il vantaggio evolutivo della narrazione (rassegna)

- http://www.lescienze.it/news/2017/12/05/news/agta_vantaggio_evolutivo_narrazione-3780216/

Le Scienze: Il ruolo delle storie nell'evoluzione sociale

«"Le religioni dei cacciatori-raccoglitori non hanno dèi moralizzatori eppure sono fortemente cooperative" osserva Andrea Migliano, coautore della ricerca. "Di conseguenza, in queste società la narrazione di storie ha fatto da precursore a forme di narrazione più elaboratore, come quelle di divinità moralizzatrici, comuni nelle popolaizoni post agricole."»