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Corriere Della Sera La Lettura: La crisi dell’Europa è del linguaggio (di Donatella Di Cesare, 7 aprile 2019)
"Ludwig, in famiglia Luki, pur essendo un Wittgenstein, è tuttavia diverso. Il suicidio lo insegue. Ma lui, paralizzato, bloccato, non riesce a compiere quel gesto. Si arruola volontario per mettersi alla prova e la guerra lo risparmia. Quando fa ritorno è un altro e la Vienna d’un tempo non esiste più. Durante la prigionia ha compreso che il suicidio — come ammetterà in uno scambio con l’amico architetto Paul Engelmann — non è «decente». Si manifesta l’afflato etico del suo pensiero. Non si tratta, però, né di cercare vie di fuga, né tanto meno il conforto di una redenzione. È consapevole di quell’estraneità profonda, quello schermo sottile che sembra separarlo dagli altri. Mentre termina il Tractatus medita sulle scelte che possono rendergli accettabile l’esistenza: cedere il patrimonio ereditato alle sorelle e al fratello; vivere poveramente di un lavoro onesto; farla finita con la filosofia. Quest’ultimo proposito non si realizzerà.
Nella tragica alternativa tra il dovere del genio e la morte, Wittgenstein mette in discussione l’originalità. Proprio in quegli anni Hitler aveva indicato nell’ebreo un «parassita privo delle qualità che contraddistinguono le razze creative», impoetico e senza «fondamenti». Con una mossa a sorpresa Wittgenstein capovolge la violenta diffamazione antisemita. Essere riproduttivi, cioè coniugare vecchio e nuovo, ridire il già detto, aprendo vie trasversali, scorgendo connessioni inedite: è quanto sa fare lo «spirito ebraico».
[...]
La filosofia distrugge i vecchi idoli della metafisica — l’identità, il soggetto, l’interiorità — senza crearne nuovi. Questa è la battaglia contro «l’incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio». Ma ciò non implica né una riforma, né tanto meno la riduzione del linguaggio alla logica, come pretendeva il Circolo di Vienna. Per Wittgenstein tutto si compie nella trama dei giochi linguistici che si giocano ogni giorno. Da qui prende avvio la «terapia» il cui scopo è mettere in guardia da tutta quella metafisica incorporata già nella lingua. Il filosofo tradizionale fa come se il linguaggio fosse un semplice strumento neutro; il filosofo in rivolta, insofferente verso i fraintendimenti contenuti nella lingua quotidiana, mostra «capacità di sofferenza». Ma la via per risolverli, o meglio, dissolverli, passa a sua volta per il linguaggio. «Il filosofo si sforza di trovare la parola liberatrice, quella parola che alla fine ci permette di cogliere ciò che fino allora, inafferrabile, ha sempre oppresso la nostra coscienza».
La terapia — un tema su cui hanno insistito le nuove tendenze interpretative, da Stanley Cavell a Peter Sloterdijk — è sempre anche introspezione. Il disagio, che non è avvertito da tutti, nasce dal disordine. Si manifesta così: «Non mi oriento più». Di qui l’immagine del filosofo che mette a posto una stanza. «In filosofia non gettiamo le fondamenta, ma mettiamo in ordine una stanza». Attenzione, però, l’ordine è uno degli ordini possibili. Come non c’è fondamento, così non c’è ordine definitivo. Altrimenti la filosofia di Wittgenstein non sarebbe diversa da un sistema filosofico. Non si dà la «pace nei pensieri». E Wittgenstein non esita a esprimere il suo disaccordo verso chi intende l’ordine in modo normativo."
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29 aprile 2019
12 settembre 2018
L'andazzo dei diminutivi (rassegna)
- temi.repubblica.it/micromega-online/lingua-che-cambia-l%E2%80%99andazzo-del-vezzo/
Micromega-online: La lingua che cambia: l’andazzo del vezzo (di Nunzio La Fauci, 4 settembre 2018)
«È certo discutibile la celebre e provocatoria conclusione di Barthes che vuole la lingua “fascista”. Lo è meno l’osservazione che la fonda: è certo infatti che la lingua imponga più di quanto non impedisca di dire. Ed è sopra tale esigenza intrinseca di conformità comunicativa, priva per se stessa di implicazioni politiche, che il conformismo trova modo di crescere pericolosamente, ove non tenuto sotto controllo, anzitutto da ciascuno/a in se stesso/a. Non c’è infatti deriva sociolinguistica che non abbia una radice psicolinguistica o, come capita sia stato detto tra gli studiosi, non c’è fatto di “langue” che non prenda origine da una circostanza della “parole”.
Si è provato in esordio a ricordare i termini della questione dei vezzeggiativi e a rendere le forme di un tempo più evidenti di come non siano magari state o non siano nella memoria di chi ha ormai una certa età. Il vecchio sistema vigeva da secoli e si realizzava variamente. Per esemplificare, qui se ne è messo sotto gli occhi di chi legge solo uno, molto diffuso e rilevante. L’ipocoristico (così, in linguistica, si designa tecnicamente il vezzeggiativo) vi si produceva in funzione della sillaba accentata. Esso andava da lì in avanti, verso la fine del nome nella sua forma paradigmatica: “(Eleo)Nora”, “(Vinc)Enzo”, “(Do)Menico”, “(An)Tonio”, “(Gae)Tano”, “(Con)Cettina”, “(Ales)Sandro”, “(Elisa)Betta”, “(Gio)Vanni,” “(Ma)Tilde”, “(Lo)Renzo”, “(Cate)Rina”, “(Fran)Cesco”, “(Or)Lando”, “(Ro)Berto”, “(Rin)Aldo”, “(Ro)Sar(i)o”, “(Petro)Nilla” e così via.
Ai vecchi modi di produzione, ormai da parecchio tempo se ne è sovrapposto uno nuovo. L’enfasi sta sul principio del nome, sia o non sia accentata la sua prima sillaba. Se non lo è, l’accento vi si ritrae. Segue la seconda sillaba o un suo vestigio. La vocale vi si può infatti ridurre a una “i”: “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”, “Edo(ardo)”, “Marghi/e(rita)”, “Rob-i(-erto/a)”, “Vale(ntino/a o rio/a)”, “Franc-i(-esco/a)”, “Ferdi(nando/a)”, “Sabri(na)”, “Dani(ele)”, “Caro(-lina)”, “Simo(ne/a)”, “Samu(ele)”, “Tizi(ano/a)”, “Giuli(o/a o ano/a)”. Perfino “Àndri/e(a)”. Molti altri potrebbe aggiungerne chi legge, del resto. Il panorama onomastico italiano sta cambiando. Rischia quindi di cambiare la nazione linguistica italiana.
[...]
Comunque sia andata, il successo del nuovo sistema onomastico e il deperire dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nell’ormai consolidata novità un sospetto di volgarità. Non c’è mutamento che non sia (etimologicamente) volgare e la volgarità è la condizione stessa del suo eventuale trionfo. La tendenza in effetti attraversa oggi ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: è un vezzo che interessa l’intera area italofona, insomma, diffondendovi quel vago tanfo di stupidità e d’infantilismo che si correla naturalmente con il debordare di un modo vezzeggiativo. “Vezzeggiare” è del resto verbo denominale da “vezzo”. E “vezzo”, come ‘abitudine’, è ciò che la trasmissione popolare ha fatto del latino “vĭtiu(m)” (“vizio” ne è invece il germoglio dotto: l’italiano è pieno di doppioni siffatti, che l’uso ha eventualmente specializzato nella designazione di cose diverse).»
Micromega-online: La lingua che cambia: l’andazzo del vezzo (di Nunzio La Fauci, 4 settembre 2018)
«È certo discutibile la celebre e provocatoria conclusione di Barthes che vuole la lingua “fascista”. Lo è meno l’osservazione che la fonda: è certo infatti che la lingua imponga più di quanto non impedisca di dire. Ed è sopra tale esigenza intrinseca di conformità comunicativa, priva per se stessa di implicazioni politiche, che il conformismo trova modo di crescere pericolosamente, ove non tenuto sotto controllo, anzitutto da ciascuno/a in se stesso/a. Non c’è infatti deriva sociolinguistica che non abbia una radice psicolinguistica o, come capita sia stato detto tra gli studiosi, non c’è fatto di “langue” che non prenda origine da una circostanza della “parole”.
Si è provato in esordio a ricordare i termini della questione dei vezzeggiativi e a rendere le forme di un tempo più evidenti di come non siano magari state o non siano nella memoria di chi ha ormai una certa età. Il vecchio sistema vigeva da secoli e si realizzava variamente. Per esemplificare, qui se ne è messo sotto gli occhi di chi legge solo uno, molto diffuso e rilevante. L’ipocoristico (così, in linguistica, si designa tecnicamente il vezzeggiativo) vi si produceva in funzione della sillaba accentata. Esso andava da lì in avanti, verso la fine del nome nella sua forma paradigmatica: “(Eleo)Nora”, “(Vinc)Enzo”, “(Do)Menico”, “(An)Tonio”, “(Gae)Tano”, “(Con)Cettina”, “(Ales)Sandro”, “(Elisa)Betta”, “(Gio)Vanni,” “(Ma)Tilde”, “(Lo)Renzo”, “(Cate)Rina”, “(Fran)Cesco”, “(Or)Lando”, “(Ro)Berto”, “(Rin)Aldo”, “(Ro)Sar(i)o”, “(Petro)Nilla” e così via.
Ai vecchi modi di produzione, ormai da parecchio tempo se ne è sovrapposto uno nuovo. L’enfasi sta sul principio del nome, sia o non sia accentata la sua prima sillaba. Se non lo è, l’accento vi si ritrae. Segue la seconda sillaba o un suo vestigio. La vocale vi si può infatti ridurre a una “i”: “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”, “Edo(ardo)”, “Marghi/e(rita)”, “Rob-i(-erto/a)”, “Vale(ntino/a o rio/a)”, “Franc-i(-esco/a)”, “Ferdi(nando/a)”, “Sabri(na)”, “Dani(ele)”, “Caro(-lina)”, “Simo(ne/a)”, “Samu(ele)”, “Tizi(ano/a)”, “Giuli(o/a o ano/a)”. Perfino “Àndri/e(a)”. Molti altri potrebbe aggiungerne chi legge, del resto. Il panorama onomastico italiano sta cambiando. Rischia quindi di cambiare la nazione linguistica italiana.
[...]
Comunque sia andata, il successo del nuovo sistema onomastico e il deperire dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nell’ormai consolidata novità un sospetto di volgarità. Non c’è mutamento che non sia (etimologicamente) volgare e la volgarità è la condizione stessa del suo eventuale trionfo. La tendenza in effetti attraversa oggi ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: è un vezzo che interessa l’intera area italofona, insomma, diffondendovi quel vago tanfo di stupidità e d’infantilismo che si correla naturalmente con il debordare di un modo vezzeggiativo. “Vezzeggiare” è del resto verbo denominale da “vezzo”. E “vezzo”, come ‘abitudine’, è ciò che la trasmissione popolare ha fatto del latino “vĭtiu(m)” (“vizio” ne è invece il germoglio dotto: l’italiano è pieno di doppioni siffatti, che l’uso ha eventualmente specializzato nella designazione di cose diverse).»
24 luglio 2018
Cioran: l’astrazione, le sonorità senza contenuto, prolisse e ridondanti, che ci impediscono di sprofondare
«Se, per caso o per miracolo, le parole svanissero, sprofonderemmo in un’angoscia e in un’ebetudine intollerabili. Questo mutismo improvviso ci esporrebbe al supplizio più crudele. È l’uso del concetto che ci rende padroni dei nostri terrori. Noi diciamo: la Morte- e questa astrazione ci dispensa dal percepirne l’immensità e l’orrore. Battezzando le cose e gli eventi, eludiamo l’Inesplicabile: l’attività dello spirito è un imbroglio salutare, un gioco di prestigio; ci permette di circolare dentro una realtà addolcita, confortante e inesatta. Imparare a maneggiare i concetti- disimparare a guardare le cose... La riflessione nacque in un giorno di fuga; la pompa verbale ne fu la conseguenza. Ma quando si ritorna a sé si è soli- senza la compagnia delle parole- si riscopre l’universo privo di qualificazioni, l’oggetto puro, l’evento nudo: dove attingere l’audacia di affrontarli? Non si specula più sulla Morte, si è la morte; anziché decorare la vita e assegnarle degli scopi, le si toglie ogni ornamento e la si riduce al suo giusto significato: un eufemismo del Male. Le grandi parole: destino, sfortuna, sventura, si spogliano del loro splendore, ed è allora che si scorge la creatura alle prese con organi deboli, schiacciata da una materia prostrata e attonita. Togliete all’uomo la menzogna dell’Infelicità, dategli il potere di guardare dietro questo vocabolo: non potrebbe sopportare nemmeno per un istante la sua infelicità. Sono l’astrazione, le sonorità senza contenuto, prolisse e ridondanti, che gli hanno impedito di sprofondare.
[...]
È fin troppo naturale pensare che l’uomo, stanco delle parole, stremato dal ripetersi insulso dei tempi, sbattezzerà le cose e getterà i loro nomi, insieme al proprio, in un grande autodafé in cui le speranze saranno inghiottite. Stiamo tutti correndo verso questo modello finale, verso l’uomo muto e nudo...»
– E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, tr. it. di M. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, 1996, pp.156-157
[...]
È fin troppo naturale pensare che l’uomo, stanco delle parole, stremato dal ripetersi insulso dei tempi, sbattezzerà le cose e getterà i loro nomi, insieme al proprio, in un grande autodafé in cui le speranze saranno inghiottite. Stiamo tutti correndo verso questo modello finale, verso l’uomo muto e nudo...»
– E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, tr. it. di M. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, 1996, pp.156-157
11 maggio 2018
Gli antichi popoli delle steppe e la diffusione delle lingue (rassegna)
- www.lescienze.it/news/2018/05/10/news/antiche_migrazioni_europa_steppe_asia_popolaz
Le Scienze: Gli antichi popoli delle steppe e la diffusione delle lingue (di redazione)
«Da anni i paleoantropologi si interrogano sulle ragioni del successo delle lingue indoeuropee, chiedendosi se la loro diffusione in tutta l'Europa sia avvenuta attraverso lo spostamento di popolazioni oppure per contagio culturale. L'ipotesi prevalente è che il fattore chiave della diffusione siano state la domesticazione del cavallo e l'invenzione del carro, entrambe realizzate circa 3000 anni fa dalla cultura Yamnaya, composta da popolazioni di pastori che vivevano in Europa orientale e in Asia occidentale.
Secondo alcuni ricercatori nella sua espansione verso est questa popolazione si sarebbe mescolata con quelle locali diffondendo così fino nell'Asia centrale e meridionale la lingua proto-indoeuropea, che si sarebbe poi differenziata, oltre che nelle lingue europee occidentali, nel russo, nel persiano e nell'hindi.
Come si legge nell'articolo pubblicato su "Science", Damgaard, Willerslev e colleghi hanno sequenziato il genoma estratto dai resti di 74 individui vissuti tra 3500 e 1500 anni fa circa nella regione compresa fra l'Anatolia e l'Asia centrale e quello di reperti relativi ai cavalli usati da quelle antiche popolazioni per poi confrontarli con quelli ottenuti da attuali abitanti di quelle regioni e dei cavalli odierni. L'analisi dei dati ha mostrato che già 5500 anni fa erano presenti cavalli domestici in una popolazione di pastori insediata prevalentemente nella regione dell'attuale Kazakistan, i Botai, discendenti direttamente dalle tribù di cacciatori del Paleolitico.
Questi cavalli, tuttavia, a differenza di quelli della cultura Yamnaya, non hanno lasciato discendenti giunti fino a noi, mostrando che nelle due popolazioni il processo di domesticazione è avvenuto in modo indipendente. E non è stata trovata traccia neppure di un flusso genico dagli Yamnaya ai Botai, che in un primo momento sarebbero stati letteralmente scavalcati dall'espansione Yamnaya (diretti ancora più a est) verso i monti Altai, per essere poi scacciati da ulteriori migrazioni.
Gli autori mostrano anche che la più antica lingua indoeuropea conosciuta, l'hittita, non è il risultato di una massiccia migrazione dalla steppa eurasiatica: nei resti di antichi hittiti non vi sono tracce di geni derivati dagli Yamnaya, suggerendo che nel loro caso il contagio linguistico sia avvenuto per via culturale.
Quanto alle tracce di DNA euroasiatico trovato nelle popolazioni dell'Asia centrale e meridionale, anche in questo caso quelle attribuibili agli Yamnaya sono molto scarse.»
Le Scienze: Gli antichi popoli delle steppe e la diffusione delle lingue (di redazione)
«Da anni i paleoantropologi si interrogano sulle ragioni del successo delle lingue indoeuropee, chiedendosi se la loro diffusione in tutta l'Europa sia avvenuta attraverso lo spostamento di popolazioni oppure per contagio culturale. L'ipotesi prevalente è che il fattore chiave della diffusione siano state la domesticazione del cavallo e l'invenzione del carro, entrambe realizzate circa 3000 anni fa dalla cultura Yamnaya, composta da popolazioni di pastori che vivevano in Europa orientale e in Asia occidentale.
Secondo alcuni ricercatori nella sua espansione verso est questa popolazione si sarebbe mescolata con quelle locali diffondendo così fino nell'Asia centrale e meridionale la lingua proto-indoeuropea, che si sarebbe poi differenziata, oltre che nelle lingue europee occidentali, nel russo, nel persiano e nell'hindi.
Come si legge nell'articolo pubblicato su "Science", Damgaard, Willerslev e colleghi hanno sequenziato il genoma estratto dai resti di 74 individui vissuti tra 3500 e 1500 anni fa circa nella regione compresa fra l'Anatolia e l'Asia centrale e quello di reperti relativi ai cavalli usati da quelle antiche popolazioni per poi confrontarli con quelli ottenuti da attuali abitanti di quelle regioni e dei cavalli odierni. L'analisi dei dati ha mostrato che già 5500 anni fa erano presenti cavalli domestici in una popolazione di pastori insediata prevalentemente nella regione dell'attuale Kazakistan, i Botai, discendenti direttamente dalle tribù di cacciatori del Paleolitico.
Questi cavalli, tuttavia, a differenza di quelli della cultura Yamnaya, non hanno lasciato discendenti giunti fino a noi, mostrando che nelle due popolazioni il processo di domesticazione è avvenuto in modo indipendente. E non è stata trovata traccia neppure di un flusso genico dagli Yamnaya ai Botai, che in un primo momento sarebbero stati letteralmente scavalcati dall'espansione Yamnaya (diretti ancora più a est) verso i monti Altai, per essere poi scacciati da ulteriori migrazioni.
Gli autori mostrano anche che la più antica lingua indoeuropea conosciuta, l'hittita, non è il risultato di una massiccia migrazione dalla steppa eurasiatica: nei resti di antichi hittiti non vi sono tracce di geni derivati dagli Yamnaya, suggerendo che nel loro caso il contagio linguistico sia avvenuto per via culturale.
Quanto alle tracce di DNA euroasiatico trovato nelle popolazioni dell'Asia centrale e meridionale, anche in questo caso quelle attribuibili agli Yamnaya sono molto scarse.»
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14 agosto 2017
Pessoa: Dire! Saper dire! Tutto questo è quanto vale la vita
«Tutta la letteratura consiste in uno sforzo per rendere la vita reale. Come tutti sanno, anche quando agiscono senza sapere, la vita è assolutamente irreale nella sua realtà diretta; i campi, le città, le idee sono cose assolutamente fittizie, figlie della nostra complessa sensazione di noi stessi. Ogni impressione è intrasmissibile, se non la rendiamo letteraria. I bambini sono molto letterari perché dicono in che modo sentono e non in che modo deve sentire colui che sente secondo un’altra persona. [...]
Dire! Saper dire! Saper esistere attraverso la voce scritta e l’immagine intellettuale! Tutto questo è quanto vale la vita: il resto sono uomini e donne, amori immaginari e vanità fittizie, sotterfugi della digestione e dell’oblio, persone che si dimenano come animaletti quando si alza una pietra, sotto il grande pietrone astratto del cielo azzurro senza senso.»
– Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine (tr. it. di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Feltrinelli)
Dire! Saper dire! Saper esistere attraverso la voce scritta e l’immagine intellettuale! Tutto questo è quanto vale la vita: il resto sono uomini e donne, amori immaginari e vanità fittizie, sotterfugi della digestione e dell’oblio, persone che si dimenano come animaletti quando si alza una pietra, sotto il grande pietrone astratto del cielo azzurro senza senso.»
– Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine (tr. it. di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Feltrinelli)
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12 maggio 2010
Nomignoli dispregiativi contro gli italiani
Particolarmente bizzarri i frutti della serendipità odierna...
1- una piccola raccolta dei più diffusi termini dispregiativi per indicare le persone di discendenza italiana negli Usa (o più in generale in Nordamerica):
dago
ginzo
greaseball
guido
guinea
wop
fonti:
- List_of_ethnic_slurs [wikipedia]
- Pregiudizio_contro_gli_italiani#Termini_dispregiativi... [wikipedia]
- google.com/search?q=italian+descent+site:urbandictionary.com
- The racial slur database
2- e lo stravagante accostamento che ne viene fatto in questa poesia della scrittrice italo-americana, lesbica e femminista, Rachel Guido DeVries:
How to sing to a dago (google books)
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on
I mean I can laugh at myself, greaseball
that I am with a bumpy nose and a mouth
full of garlic. Hardy har har you all know
how the ginzo can laugh up a storm and how she
loves to get laid. Put your tongue inside me,
I'ma putana, give me spaghetti with bacon,
one big wooden spoon and I'll be happy
with my shoes off and no babe in the room.
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on
When I'm quiet I'm thinking, a surprise to you
all, but my voice is like thunder inside of
a storm. I listen to voices that tell me to hush
but I'm hungry for music, in love with all touch.
What I want is more feeling, what I want is too much
for the white girls who tell me Italians are loud
and the others who say they will not take me out.
I might yell in a fury or scream in my joy.
That makes them feel funny, ashamed of their choice.
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on
When you sing to this dago my ears come to life
and it don't matter if the words aren't perfect
or nice. What matters is singing at the top
of your voice and then being ready to listen
to mine. When I lay my mouth to your ear,
my tongue in its shell, I'm singing a love
song and singing it well:
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on"
1- una piccola raccolta dei più diffusi termini dispregiativi per indicare le persone di discendenza italiana negli Usa (o più in generale in Nordamerica):
dago
ginzo
greaseball
guido
guinea
wop
fonti:
- List_of_ethnic_slurs [wikipedia]
- Pregiudizio_contro_gli_italiani#Termini_dispregiativi... [wikipedia]
- google.com/search?q=italian+descent+site:urbandictionary.com
- The racial slur database
2- e lo stravagante accostamento che ne viene fatto in questa poesia della scrittrice italo-americana, lesbica e femminista, Rachel Guido DeVries:
How to sing to a dago (google books)
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on
I mean I can laugh at myself, greaseball
that I am with a bumpy nose and a mouth
full of garlic. Hardy har har you all know
how the ginzo can laugh up a storm and how she
loves to get laid. Put your tongue inside me,
I'ma putana, give me spaghetti with bacon,
one big wooden spoon and I'll be happy
with my shoes off and no babe in the room.
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on
When I'm quiet I'm thinking, a surprise to you
all, but my voice is like thunder inside of
a storm. I listen to voices that tell me to hush
but I'm hungry for music, in love with all touch.
What I want is more feeling, what I want is too much
for the white girls who tell me Italians are loud
and the others who say they will not take me out.
I might yell in a fury or scream in my joy.
That makes them feel funny, ashamed of their choice.
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on
When you sing to this dago my ears come to life
and it don't matter if the words aren't perfect
or nice. What matters is singing at the top
of your voice and then being ready to listen
to mine. When I lay my mouth to your ear,
my tongue in its shell, I'm singing a love
song and singing it well:
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea,
Wop wop wop, wop wop a guinea guinea
all day, all day, as the dagos on"
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