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3 giugno 2020

Lenau: Sera d'autunno (il rauco appello del folle sogno d'un'eterna vita)

Spira gelido il vento, i rami spoglia,
E par che gridi dentro alla foresta

La buona notte della terra ai figli.
Manda sul colle il raggio suo la luna,
E sulla valle dove il bosco mormora
Corron le grigie nuvole. Il ruscello
Scende portando con sommesso pianto
Le foglie dei morenti alberi.
Mai
Io non udii ruscel più dolcemente
Piangere. Al lido sorge il mesto salice
Col ricadente fragile suo crine;
Io ripensando ad un estinto amico
Guardo il ruscel che mormora correndo
Non ci vedremo più.
Ma l'aria a un tratto
Di voci odo suonar. Son le selvagge
Oche fuggenti innanzi all'invernale
Orror: con ala rapida sen vanno,
Lasciando dietro a sé l'autunno e sui
Colli il morire e lo sfiorire. Or dove
Son esse? Come pronte anzi alla chiara
Luna passar celandosi allo sguardo!
Ma quel grido presago è ancor nell'aria
E al cuore un senso di tristezza infonde.
Con cicaleccio frettoloso al Sud
Traggon gli augei, ma pur ricuopre l'ala
Della Morte anche il Sud. Negli inquieti
Sogni all'Eterno la Natura aspira
Via da' regni di morte: il rauco appello
Dei pellegrini alati il grido sembra
Del folle sogno d'un'eterna vita.

Più non li sento, e' son di qua già lunge:
Comincia il canto funebre del dubbio
Nel petto mio: la vita è illusione,
Fata Morgana solo: orma bugiarda
Dell'Eterno; ma allor perchè si piange,
Se apparenza è la vita, al suo finire?
È apparenza anche il pianto?
In tal maniera
Corrono i pensier miei, sbrigliati come
Sopra la valle i nuvoli d'autunno.


– Nikolaus Lenau, Sera d'autunno (Ein Herbstabend)


[da "Lenau e Leopardi, studio psicologico-estetico con un saggio di versioni poetiche dal Lenau", di Alfredo Faggi, Alberto Reber ed., 1898, Palermo, pp. 61-62]

12 agosto 2018

Pessoa: Demogorgone (quale carezza orribile e fredda mi sfiora gli occhi chiusi?)

“Nella via piena di sole vago case immote e gente che cammina.
Mi fredda una tristezza colma di paura.
Sento dentro un avvenimento al di là delle facciate e dei movimenti.

No, no, questo no!
Tutto salvo sapere cos’è il Mistero!
Superficie dell’Universo, o Palpebre Calate, non vi sollevate mai!
Lo sguardo della Verità Finale non dev’essere sopportabile!

Lasciatemi vivere senza sapere nulla, e morire senza venire a sapere nulla!
La ragione che ci sia essere, che ci siano esseri, che ci sia tutto,
deve portare una follia più grande degli spazi tra le anime e le stelle.

No, no, la verità no! Lasciatemi queste case e questa gente...
Quale carezza orribile e fredda mi sfiora gli occhi chiusi?
Non li voglio aprire da vivo! O verità, dimenticati di me!”


– Fernando Pessoa, DEMOGORGONE

8 luglio 2018

Szymborska: Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi dove da tempo potevano incrociarsi?

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno «scusi» nella ressa?
un «ha sbagliato numero» nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

— Wisława Szymborska, "Amore a prima vista" (tr. it. di Pietro Marchesani)

11 dicembre 2017

Lorenzo de' Medici: O brievi e chiare notti, o lunghi e negri giorni

O brievi e chiare notti, o lunghi e negri
giorni, o ombre lucenti, o luce obscura,
luce che lume agli occhi aperti fura,
ombra che i chiusi di chiar lume allegri!
O sonno obscur, che e pensier' ciechi et egri
converti in vision di luce pura,
o imagin del morir, qual mentre dura
veggo, odo e sento, e’ miei disir’ ho integri!
O mia troppa dolcezza, di te stessa
mortal nimica, che al disio davanti
mio ben poni, e poi fuggi, onde io mi doglio!
O infelici sonni delli amanti,
dapoiché, quando ho più quel che più voglio,
lo perdo, e fugge allor che più s’appressa!

– Lorenzo de’ Medici, Canzoniere 159

3 dicembre 2017

Asclepiade: nell’aldilà, o verginella, ossa saremo e inutile cenere

Risparmi la verginità.
E a che pro? Sotterra
non troverai, fanciulla, uno che t’ami.
Sono qui tutte tra i vivi
le gioie d’Afrodite.
Nell’aldilà, o verginella,
ossa saremo e inutile cenere.

~

Rovescia neve e grandine, manda le tenebre,
abbrucia, scaglia fulmini, sopra la terra
nuvole spingi tutte di fuoco.
Quando mi uccidi potrò desistere.
Finché lasci ch’io viva
anche se più imperversi,
esulterò nell’orgia.
Un dio di te più forte mi trascina:
anche di te, che un giorno gli obbedivi
filtrando tra pareti di metallo,
cambiato, o Giove, in polvere d’oro.



– Asclepiade, Epigrammi (tr. it. di Alceste Engelini)

16 ottobre 2017

Leopardi (Le ricordanze): Ma rapida passasti, e come un sogno fu la tua vita


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l'aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
[...] E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
questa mia vita dolorosa e nuda
volentier con la morte avrei cangiato.

[...] Ahi, ma qualvolta
a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo;
indi riguardo il viver mio sì vile
e sì dolente, e che la morte è quello
che di cotanta speme oggi m'avanza;
sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
sarammi allato, e sarà giunto il fine
della sventura mia; quando la terra
mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
fuggirà l'avvenir; di voi per certo
risovverrammi; e quell'imago ancora
sospirar mi farà, farammi acerbo
l'esser vissuto indarno, e la dolcezza
del dì fatal tempererà d'affanno. [...]


O Nerina! e di te forse non odo
questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
questa Terra natal: quella finestra,
ond'eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
è deserta. Ove sei, che più non odo
la tua voce sonar, siccome un giorno,
quando soleva ogni lontano accento
del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
il passar per la terra oggi è sortito,
e l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
fu la tua vita.

– Giacomo Leopardi, Le ricordanze, 1829

24 settembre 2017

Petrarca: Di tempo in tempo mi si fa men dura

Di tempo in tempo mi si fa men dura
l’angelica figura e ’l dolce riso,
et l’aria del bel viso
e degli occhi leggiadri meno oscura.
[...]
né però trovo anchor guerra finita,
né tranquillo ogni stato del cor mio,
ché piú m’arde ’l desio,
quanto piú la speranza m’assicura.


– Petrarca, Sonetto 149

22 settembre 2017

Petrarca: Se 'l dolce sguardo di costei m'ancide

Se 'l dolce sguardo di costei m'ancide,
et le soavi parolette accorte
et s'Amor sopra me la fa sí forte
sol quando parla, over quando sorride,

lasso, che fia, se forse ella divide,
o per mia colpa o per malvagia sorte
gli occhi suoi da Mercé, sí che di morte
là dove or m'assicura, allor mi sfide?

Però s'i' tremo, et vo col cor gelato
qualor veggio cangiata sua figura,
questo temer d'antiche prove è nato.

Femina è cosa mobil per natura:
ond'io so ben ch'un amoroso stato
in cor di donna picciol tempo dura.

– Petrarca, Sonetto 183

10 settembre 2017

Lovecraft: Nemesis

“Oltre le cupe soglie del sopore
vigilate dai ghoul,
oltre i notturni abissi della luna,
ho vissuto esistenze senza numero,
ho sondato ogni cosa col mio sguardo;
e grido disperato ad ogni aurora perché divento folle dal terrore.

Ruotavo con la Terra al suo mattino,
quando il cielo era un turbine di fiamma;
ho visto il cosmo oscuro spalancarsi
là dove neri mondi vagan senza scopo,
vagano nell’orrore inavvertiti, senza fama né nome né coscienza.

Ho aleggiato su mari sconfinati,
sotto sinistri cieli grigio-piombo
lacerati da folgori improvvise,
fra tuoni come grida di terrore,
con gemiti di dèmoni invisibili emersi dalle acque di smeraldo.

Come un daino ho sostato sotto gli archi
delle grandi foreste primordiali,
ove s’avverte la Presenza Immonda
in luoghi dagli spettri anche evitati,
e alla Cosa che Avvinghia son sfuggito, a Colei che sogghigna dietro i rami.

Sui monti crivellati di caverne
che si levano squallidi dal piano
ho bevuto acque infette dalle rane,
che filtran dagli stagni e dagli scoli;
ed in fonti sulfuree maledette ho visto cose che non oso dire.

Ho visto un gran palazzo cinto d’edera,
nelle sue sale vuote sono entrato,
dove la luna alta sulle valli
proietta strane ombre sulle mura:
apparenze deformi ed intrecciate, il cui ricordo non oso richiamare.

Ho spiato dubbioso nelle case,
da giardini in rovina circondate,
di un villaggio maledetto cinto
da un lugubre terreno sepolcrale:
e dai lunghi filari d’urne bianche ho ascoltato venire voci arcane.

[...] [...]”

– H.P. Lovecraft, Nemesis (traduttore sconosciuto)

16 agosto 2017

Teognide: Bene sommo per chi sulla terra vive è non essere nato

“Bene sommo per chi sulla terra vive è non essere nato,
né i raggi vedere del sole abbagliante,
e, quando si è nati, al più presto varcare le soglie di Ade
e sotto gran massa di terra giacere.”

— Teognide

8 luglio 2017

Szymborska: Ieri mi sono comportata male nel cosmo

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
[...]
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

– Wisława Szymborska, da "Disattenzione" (tr. it. di Pietro Marchesani)

22 giugno 2017

Al-Ma'arri: O i grandi doni della morte!

«Chi mi salverà dal vivere in una città
dove vengo lodato a sproposito?
Ricco, sapiente, devoto: tale è la mia fama;
ma molto è ciò che mi separa da essa.

Ammetto l'ignoranza eppure mi credono saggio;
e non è il nostro un caso incredibile?
Perché davvero tutti siamo buoni a nulla:
non sono io nobile come loro non sono volgo.

La morsa stretta della vita il corpo sopporta appena;
come si può scansare il decadimento ed aggirarlo?
O i grandi doni della morte! Sollievo dopo il tormento,
ella ci porta, e dopo il clamore silenzio.»

— Al-Ma'arri, letterato arabo-siriano, 973-1057 (trad. mia da vers. inglese)

29 dicembre 2016

Archiloco: Cuore, cuore sconvolto da tormenti che non hanno rimedio

Cuore, cuore sconvolto da tormenti
che non hanno rimedio, risollevati,
resisti ai tuoi nemici, protendendo
contro di loro il petto, e resta saldo
nel corpo a corpo. Non mostrarti tronfio
in pubblico se vinci, e non abbatterti,
se vinto, fra i lamenti in casa tua,
ma gioisci alle gioie e ai mali affliggiti
senza strafare, impara a riconoscere
quale alterna vicenda regge gli uomini.

– Archiloco, Frammento 128 W (VII sec. a.C.)

24 agosto 2016

Petrarca: Cosa bella mortal passa, et non dura

Chi vuol veder quantunque pò Natura
e ’l Ciel tra noi, venga a mirar costei,
ch’è sola un sol, non pur a li occhi mei,
ma al mondo cieco, che vertú non cura;

et venga tosto, perché Morte fura
prima i migliori, et lascia star i rei:
questa aspettata al regno delli dèi
cosa bella mortal passa, et non dura.


– Petrarca, Canzoniere, 248

6 aprile 2016

Teognide: Rivolgi a tutti gli amici, o cuore, un animo duttile

“Rivolgi a tutti gli amici, o cuore, un animo duttile,
adeguando il tuo umore a quello di ognuno.
Assumi la natura del polipo dalle molte pieghe,
che sembra a vedersi simile alla pietra cui aderisce.
Una volta, così assentisci; un'altra divieni diverso di pelle:
l'abilità vale più dell'intransigenza.”

— Teognide, frammento, seconda metà VI sec. a.C.

20 febbraio 2016

O. Milosz: Benvenuta sia tu, solitudine, madre mia

«Benvenuta sia tu, che mi vieni incontro
nell'eco dei miei passi, dal fondo del
corridoio buio e freddo dei tempi.
Benvenuta sia tu, solitudine, madre mia.»

– Oscar Milosz, Sinfonia di settembre, 1915

8 febbraio 2016

Poe: Un sogno dentro un sogno

Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te separandomi,
lascia ch’io ti dica
che non sbagli se pensi
che tutti furono un sogno i miei giorni,
e, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient’altro,
è forse per questo meno svanita?
Tutto quel che vediamo, quel che appare
non è che un sogno dentro a un sogno.

Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.
Soltanto pochi! E come sfuggono via,
per le mie dita, e ricadono in mare!
Ed io piango - io piango!
Signore! Mai potrò salvarne
almeno uno dall’onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che appare
non è che un sogno dentro a un sogno?

– Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno (tr. it. di Tommaso Pisanti)

8 agosto 2015

Montale: Accade che le affinità dell’anima

Accade che le affinità dell’anima
non giungano ai gesti e alle parole ma rimangano effuse come un magnetismo.
È raro, ma accade.

– Eugenio Montale

7 agosto 2015

Montale: Non c’è un unico tempo

Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. È quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

– Eugenio Montale

6 agosto 2015

Montale: Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

– Eugenio Montale