Visualizzazione post con etichetta diseguaglianza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diseguaglianza. Mostra tutti i post

28 gennaio 2018

La grande diseguaglianza della società servile (rassegna)

- ilmanifesto.it/la-grande-diseguaglianza-della-societa-servile/

il Manifesto: La grande diseguaglianza della società servile (di Marco Revelli)


«non si limita a dirlo con l’aridità delle statistiche, confronta anche le vite dei protagonisti: quella, per esempio, di Amancio Ortega (il quarto nella classifica dei più ricchi), padrone di Zara, i cui profitti sono stati pari a un miliardo e 300 milioni di dollari, e quella di Anju che in Bangladesh cuce vestiti per lui, 12 ore al giorno, per 900 dollari all’anno (quasi 1 milione e mezzo di volte in meno) e che spesso deve saltare il pasto.

È questa la forza del rapporto Oxfam di quest’anno: che non si limita a guardare il mondo sul suo lato “in alto” – a descriverne il luminoso polo della ricchezza -, ma di misurarlo anche “in basso”. Di rivelarci la condizione miserabile e oscura del mondo del lavoro, dove uno su tre è un working poor, un lavoratore povero, in particolar modo una lavoratrice povera. E dove in 40 milioni lavorano in “condizione di schiavitù” o di “lavoro forzato” (secondo l’ILO “i lavoratori forzati hanno prodotto alcuni dei cibi che mangiamo e gli abiti che indossiamo, e hanno pulito gli edifici in cui molti di noi vivono o lavorano”).

Il sistema economico globale, plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella maga-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità.

In realtà nessuno dei suggerimenti che il Rapporto avanza figura nell’agenda (quella vera, non gli specchietti per le allodole) dei governi di ogni colore e continente»

5 dicembre 2017

L’origine della diseguaglianza (rassegna)

- http://temi.repubblica.it/micromega-online/l-origine-della-diseguaglianza-da-rousseau-al-paleolitico/

Micromega-online: L’origine della diseguaglianza. Da Rousseau al Paleolitico (di Cristina Cecchi)

«È contro la legge di natura, comunque vogliamo definirla, [...] che un pugno d’uomini rigurgiti di cose superflue, mentre la moltitudine affamata manca del necessario.»

[...]
«Ma furono i Sumeri (circa 3000-2000 a.C.) – i Sumeri, che da bambini ci insegnavano ad ammirare perché hanno inventato la scrittura, fermando l’infanzia onirica del mondo e dando avvio alla memoria dell’umanità: la storia è davvero la storia degli oppressori – il popolo che in età antica portò al massimo grado di raffinatezza il leviatano della diseguaglianza. I Sumeri per primi privatizzarono la terra; l’aristocrazia ereditaria – i cui figli nutrivano le fila di regnanti, funzionari d’alto livello, sacerdoti e giudici della corte suprema – aveva grandi possedimenti, terre lavorate per loro da gente comune e da schiavi; non c’erano quasi più terre che non fossero private. Il territorio venne diviso in province amministrative, ciascuna con un governatore, una capitale e una gerarchia di città, grandi villaggi e piccoli villaggi. Si perse l’egualitarismo tra unità territoriali – l’eguaglianza non è solo tra umano e umano, ma anche tra unità territoriale e unità territoriale – e vennero l’urbanizzazione e la divisione del lavoro modernamente intese.
[...]
Beninteso: non sono l’agricoltura e la vita stanziale – quindi un passaggio evolutivo di per sé neutro dal punto di vista della diseguaglianza – ad aver incrementato il livello di diseguaglianza nell’umanità e ad aver dato il la a tutti gli sviluppi successivi. L’agricoltura e la possibilità di accumulare sono stati solo il mezzo che (quel che Rousseau chiamava) l’amor proprio di alcuni – agenti umani che si sono battuti per avere maggiori privilegi rispetto ad altri che invece resistevano a questo processo – ha potuto sfruttare per ottenere privilegio sociale, dal quale poi è derivato il resto. E il resto è storia: può essere modificato.»

9 aprile 2013

Margaret Thatcher e la "rivincita" contro l'Illuminismo (rassegna)

- temi.repubblica.it/micromega-online/margaret-thatcher-la-donna-che-sfascio-una-civilta

Micromega-online: Margaret Thatcher, la donna che sfasciò una civiltà (di Pierfranco Pellizzetti, da MicroMega 2/2012)

«Il vero mutamento epocale sarebbe la presa di coscienza generale dei guai procurati alle nostre società dal thatcherismo; in sintonia con il reaganismo: la devastante ondata di idiozia prodotta dalla presa del potere da parte di mezze calzette politiche con le loro ideologie da quattro soldi»

«Il ciarpame di luoghi comuni degli avventori al pub, asceso a pensiero egemone, spirito del tempo; quel populismo middle class fino ad allora tenuto a bada dalla cultura operaia»

«Qualcuno ha parlato di “rivincita degli austriaci”, ovviamente contro John M. Keynes; al cui nome è legato il più grande esperimento di ingegneria costruttivistica coronato da successo della storia umana. In effetti, la vera rivincita conseguita da questi signori è quella contro il pensiero fondativo della saggezza dell’Occidente: l’Illuminismo, nelle sue varie riproposizioni storiche, inteso come governo del “ramo storto dell’umanità” secondo kantiano “uso pubblico della ragione”. Di fatto la (contro)rivoluzione (neo)liberista ha spalancato il vaso di Pandora del nuovo Oscurantismo, con il seguito delle disuguaglianze, fanatismi bellicisti e xenofobie varie che, mentre prospettavano “scontri di civiltà”, hanno determinato la crisi della (nostra) Civiltà»

2 aprile 2013

Comunismo, stato sociale... Abbiamo bisogno di nuove idee coraggiose (rassegna)

- www.theguardian.com/commentisfree/2013/apr/01/alternative-to-war-on-britains-poor

Guardian: Communism, welfare state – what's the next big idea? (di George Monbiot)

«Questo governo, la cui cattiva gestione dell'economia ha costretto tanti tra le braccia dello Stato, incolpa i malati, i disoccupati, i sottopagati di una crisi causata dalla elite spietata, e li punisce di conseguenza.

Quello cui stiamo assistendo è una guerra economica da parte dei ricchi contro i poveri.

Perché la maggioranza onesta accetta di essere governata da una minoranza brutale e antisociale? Parte del motivo è che la minoranza controlla la storia. Una larga porzione del popolo (tra cui molti di coloro che dipendono da essa) è stata convinta che la maggior parte dei destinatari della previdenza sociale sono truffatori dissoluti e irresponsabili. Nonostante tutto quello che è successo negli ultimi due anni, Rupert Murdoch, Lord Rothermere e gli altri baroni dei media sembrano ancora farla da padrone nel paese. La loro propaganda incessante, che fa uso di casi eccezionali e scioccanti per caratterizzare un'intera classe sociale, permane altamente efficace. Il "divide et impera" domina come non mai.

Ma ho cominciato a credere che ci sia sotto anche qualcosa di più profondo: e cioè che nella gran parte della popolazione permanga ancora l'eredità della schiavitù. Anche in una democrazia nominale come il Regno Unito, la maggioranza delle persone si trovava più o meno in schiavitù fino a poco più di un secolo fa: con salari da fame, licenziabili a volontà, minacciate di punizioni estreme se dissentivano, e prive di diritto di voto. Vivevano nella paura dell'autorità, e la paura è perdurata, tramandata attraverso le cinque o sei generazioni che sono passate e rinforzata da una insicurezza ora rinnovata, da una disuguaglianza che cresce a dismisura, e da politiche partigiane.

Qualsiasi movimento che cerchi di sfidare il potere delle elite ha bisogno di chiedersi che cosa serva per scuotere la gente fuori da questo stato. E la risposta sembra inevitabile: la speranza. Coloro che governano per conto dei miliardari possono essere minacciati solo quando confrontati con la forza di una idea di cambiamento.

La settimana scorsa ho fatto un piccolo sondaggio online, chiedendo alle persone di nominare delle idee portatrici di cambiamento. Le due più spesso menzionate sono state: imposta sul valore fondiario e reddito di cittadinanza.

Queste idee richiedono coraggio: il coraggio di affrontare il governo, l'opposizione, i plutocrati, i media, i sospetti di un elettorato diffidente. Ma senza proposte di questa portata la politica progressista è morta.»


(trad. mia)