«Sapere, capire nel senso più pieno, significa immergersi in un'illuminazione di inanità, un paesaggio invernale della memoria la cui sostanza è tutta ombre e una profonda consapevolezza degli spazi infiniti che ci circondano su tutti i lati. All'interno di questo spazio rimaniamo sospesi solo con l'aiuto di corde che vibrano con le nostre speranze e i nostri orrori, e che ci tengono penzoloni sull'abisso grigio. Come si può difendere tale farsa, condannare ogni tentativo di liberarci da queste corde? La ragione, si deve supporre, è che nulla è più allettante, nulla di più vitale idiozia, del nostro desiderio di avere un nome - anche se è il nome di uno stupido piccolo burattino - e di aggrapparsi a questo nome per tutto il lungo calvario delle nostre vite come se potessimo rimanervi aggrappati per sempre. Se solo potessimo impedire a quelle preziose corde di sfilacciarsi e aggrovigliarsi, se solo potessimo evitare di cadere nel cielo vuoto, continueremmo a spacciare noi stessi sotto i nostri falsi nomi e perpetuare la nostra danza di burattini per tutta l'eternità.»
– Thomas Ligotti, "In a foreign town, in a foreign land", 1997 (trad. mia)
(«To know, to understand in the fullest sense, is to plunge into an enlightenment of inanity, a wintry landscape of memory whose substance is all shadows and a profound awareness of the infinite spaces surrounding us on all sides. Within this space we remain suspended only with the aid of strings that quiver with our hopes and our horrors, and which keep us dangling over the gray void. How is it that we can defend such puppetry, condemning any efforts to strip us of these strings? The reason, one must suppose, is that nothing is more enticing, nothing more vitally idiotic, than our desire to have a name - even if it is the name of a stupid little puppet - and to hold on to this name throughout the long ordeal of our lives as if we could hold on to it forever. If only we could keep those precious strings from growing frayed and tangled, if only we could keep from falling into an empty sky, we might continue to pass ourselves off under our assumed names and perpetuate our puppet's dance throughout all eternity.»)
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6 giugno 2016
Nietzsche: Ma è per l’uomo come per l’albero
«Ma è per l’uomo come per l’albero. Quanto più egli vuole elevarsi in alto e verso la luce, con tanto più forza le sue radici tendono verso terra, in basso, verso le tenebre, l’abisso – verso il male.»
– Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra
– Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra
14 aprile 2014
Il seme della follia (Carpenter, 1994): Rimase in piedi davanti allo strappo, con lo sguardo perduto nell'abisso
«Rimase in piedi davanti allo strappo, con lo sguardo perduto nell'abisso dell'ignoto, nella palude stigia che si estendeva dall'altra parte. I suoi occhi rifiutarono di chiudersi e non gridò. Ma le creature, orrende e abominevoli, gridarono per lui nel momento in cui le vide avvicinarsi, e uscire a frotte da quel pozzo nero di tenebre, col bagliore delle ossa consumate da tanti secoli di maledizione.»
– Il seme della follia, John Carpenter (In the mouth of madness, 1994)
– Il seme della follia, John Carpenter (In the mouth of madness, 1994)
31 gennaio 2012
Vivere consapevolmente di illusioni (rassegna)
Dalla conversazione di Franco Marcoaldi con Stefano Levi Della Torre su Repubblica di ieri (di cui tralascio la parte iniziale dedicata alle critiche contro i postmodernisti, poiché il discorso da farci intorno sarebbe molto lungo), un’acutissima riflessione sulla superba vertigine dell’insondabile e sulla mediocrità dell’approccio religioso, visto che c’è sempre bisogno di ricordarlo.
Repubblica: Vivere consapevolmente di illusioni: ecco la lezione di Leopardi, mistico laico (di Franco Marcoaldi)
«A questo punto, però, voglio ricordare un passo di Leopardi in cui si dice che ci sono dei filosofi talmente illusi da pensare che bisogna distruggere le illusioni. Straordinario, no? Ecco così che le cose si complicano ulteriormente. Perché non c’è niente da fare: anche il nostro desiderio di senso è in qualche modo falsificante. Il bambino, ad esempio, stabilisce che una certa pianta vuole bene a una certa pietra che vuole bene a un certo animale…. Questa teatralizzazione del mondo è fisiologica, attiene alla sopravvivenza umana. Ma appunto, è un’illusione. Del resto, volendo addentrarci ulteriormente nel labirinto: cos’è l’antropologia se non lo studio delle illusioni umane, le quali a loro volta rappresentano una concretissima realtà sociale? Così il circolo ricomincia e ricomincia anche la nostra ricerca della verità.
Per questo lei afferma che non possiamo mai arrivare alle verità ultime, definitive. Kafka affermava che siamo «abbagliati» dalla verità. «Vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro». Ecco perché la verità risulta inafferrabile, insondabile, abissale.
E sono totalmente d’accordo con lui. Tant’è che, da laico, non obietto alla religione di essere troppo metafisica, ma di esserlo troppo poco. Perché pretende di dare un volto definitivo a quell’abisso. I veri, grandi mistici laici del moderno sono proprio Leopardi e Kafka. Perché accettano l’abisso e ci sprofondano dentro. Senza riempire il mistero di parole volte ad addomesticare quell’abisso, per addolcirne l’angoscia. Senza tradurre la vertigine dell’insondabile in liturgie consolatorie. Freud sosteneva che si investono più energie nel ripararsi dagli stimoli che nel riceverli. Ecco, le religioni costruiscono delle formidabili fantasmagorie proprio per incistare lo scandalo del caos, per dare senso alla realtà e al contempo ripararsi da essa.»
«A questo punto, però, voglio ricordare un passo di Leopardi in cui si dice che ci sono dei filosofi talmente illusi da pensare che bisogna distruggere le illusioni. Straordinario, no? Ecco così che le cose si complicano ulteriormente. Perché non c’è niente da fare: anche il nostro desiderio di senso è in qualche modo falsificante. Il bambino, ad esempio, stabilisce che una certa pianta vuole bene a una certa pietra che vuole bene a un certo animale…. Questa teatralizzazione del mondo è fisiologica, attiene alla sopravvivenza umana. Ma appunto, è un’illusione. Del resto, volendo addentrarci ulteriormente nel labirinto: cos’è l’antropologia se non lo studio delle illusioni umane, le quali a loro volta rappresentano una concretissima realtà sociale? Così il circolo ricomincia e ricomincia anche la nostra ricerca della verità.
Per questo lei afferma che non possiamo mai arrivare alle verità ultime, definitive. Kafka affermava che siamo «abbagliati» dalla verità. «Vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro». Ecco perché la verità risulta inafferrabile, insondabile, abissale.
E sono totalmente d’accordo con lui. Tant’è che, da laico, non obietto alla religione di essere troppo metafisica, ma di esserlo troppo poco. Perché pretende di dare un volto definitivo a quell’abisso. I veri, grandi mistici laici del moderno sono proprio Leopardi e Kafka. Perché accettano l’abisso e ci sprofondano dentro. Senza riempire il mistero di parole volte ad addomesticare quell’abisso, per addolcirne l’angoscia. Senza tradurre la vertigine dell’insondabile in liturgie consolatorie. Freud sosteneva che si investono più energie nel ripararsi dagli stimoli che nel riceverli. Ecco, le religioni costruiscono delle formidabili fantasmagorie proprio per incistare lo scandalo del caos, per dare senso alla realtà e al contempo ripararsi da essa.»
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