29 aprile 2019

Wittgenstein: In filosofia non gettiamo le fondamenta, ma mettiamo in ordine una stanza (rassegna)

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Corriere Della Sera La Lettura: La crisi dell’Europa è del linguaggio (di Donatella Di Cesare, 7 aprile 2019)

"Ludwig, in famiglia Luki, pur essendo un Wittgenstein, è tuttavia diverso. Il suicidio lo insegue. Ma lui, paralizzato, bloccato, non riesce a compiere quel gesto. Si arruola volontario per mettersi alla prova e la guerra lo risparmia. Quando fa ritorno è un altro e la Vienna d’un tempo non esiste più. Durante la prigionia ha compreso che il suicidio — come ammetterà in uno scambio con l’amico architetto Paul Engelmann — non è «decente». Si manifesta l’afflato etico del suo pensiero. Non si tratta, però, né di cercare vie di fuga, né tanto meno il conforto di una redenzione. E consapevole di quell’estraneità profonda, quello schermo sottile che sembra separarlo dagli altri. Mentre termina il Tractatus medita sulle scelte che possono rendergli accettabile l’esistenza: cedere il patrimonio ereditato alle sorelle e al fratello; vivere poveramente di un lavoro onesto; farla finita con la filosofia. Quest’ultimo proposito non si realizzerà.
Nella tragica alternativa tra il dovere del genio e la morte, Wittgenstein mette in discussione l’originalità. Proprio in quegli anni Hitler aveva indicato nell’ebreo un «parassita privo delle qualità che contraddistinguono le razze creative», impoetico e senza «fondamenti». Con una mossa a sorpresa Wittgenstein capovolge la violenta diffamazione antisemita. Essere riproduttivi, cioè coniugare vecchio e nuovo, ridire il già detto, aprendo vie trasversali, scorgendo connessioni inedite: è quanto sa fare lo «spirito ebraico».
[...]
La filosofia distrugge i vecchi idoli della metafisica — l’identità, il soggetto, l’interiorità — senza crearne nuovi. Questa è la battaglia contro «l’incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio». Ma ciò non implica né una riforma, né tanto meno la riduzione del linguaggio alla logica, come pretendeva il Circolo di Vienna. Per Wittgenstein tutto si compie nella trama dei giochi linguistici che si giocano ogni giorno. Da qui prende avvio la «terapia» il cui scopo è mettere in guardia da tutta quella metafisica incorporata già nella lingua. Il filosofo tradizionale fa come se il linguaggio fosse un semplice strumento neutro; il filosofo in rivolta, insofferente verso i fraintendimenti contenuti nella lingua quotidiana, mostra «capacità di sofferenza». Ma la via per risolverli, o meglio, dissolverli, passa a sua volta per il linguaggio. «Il filosofo si sforza di trovare la parola liberatrice, quella parola che alla fine ci permette di cogliere ciò che fino allora, inafferrabile, ha sempre oppresso la nostra coscienza».
La terapia — un tema su cui hanno insistito le nuove tendenze interpretative, da Stanley Cavell a Peter Sloterdijk — è sempre anche introspezione. Il disagio, che non è avvertito da tutti, nasce dal disordine. Si manifesta così: «Non mi oriento più». Di qui l’immagine del filosofo che mette a posto una stanza. «In filosofia non gettiamo le fondamenta, ma mettiamo in ordine una stanza». Attenzione, però, l’ordine è uno degli ordini possibili. Come non c’è fondamento, così non c’è ordine definitivo. Altrimenti la filosofia di Wittgenstein non sarebbe diversa da un sistema filosofico. Non si dà la «pace nei pensieri». E Wittgenstein non esita a esprimere il suo disaccordo verso chi intende l’ordine in modo normativo."

4 aprile 2019

Schopenhauer: l’espressione temporale del mio essere sovratemporale

«Quella consapevolezza di un passato infinito; questo stupore su ciò che è l’unico che non posso perdere d’occhio in nessun momento, il presente; entrambe le cose sono illusione, o piuttosto sono l’espressione temporale del mio essere sovratemporale.»

– Arthur Schopenhauer, "I manoscritti giovanili. 1804-1818" (a cura di S. Barbera, Adelphi, Milano, 1996, n. 22, p. 20)

17 marzo 2019

Greta Thunberg: Parlo solo quando penso sia necessario (rassegna)

- www.ted.com/talks/greta_thunberg_the_disarming_case_to_act_right_now_on_climate

Mutismo selettivo... musica per le nostre povere orecchie stremate dalle chiacchiere.
Sì, affinché la civiltà umana sopravviva occorre una vera e propria mutazione del funzionamento dei nostri cervelli.


«Per me, tutto ciò non aveva senso. Era assurdo. E così, all'età di 11 anni, mi ammalai. Caddi in depressione, smisi di parlare e persino di mangiare. In due mesi, persi circa 10 chili. In seguito, mi furono diagnosticate la sindrome di Asperger, l'OCD e il mutismo selettivo. Il che significa che parlo solo quando penso sia necessario, e ora è uno di quei momenti.
[...] Non siamo molto bravi a mentire, e di norma non desideriamo partecipare a quelle trame sociali a cui il resto di voi sembra appassionarsi tanto.
Sotto molti profili, trovo, siamo noi autistici quelli normali, e che il resto del mondo sia piuttosto bizzarro, specialmente quando di tratta della crisi di sostenibilità, con tutti che parlano del cambiamento climatico come di una minaccia esistenziale, il problema più importante di tutti, e malgrado ciò vanno avanti come se niente fosse. [...] O progrediamo, come civiltà, oppure no.»

10 marzo 2019

Freud: la vita è una corsa rovinosa verso la morte, essa vuole godere sino a morire (rassegna)

- rep.repubblica.it/2019/02/25/continuiamo_a_farci_del_male_e_freud_scopri_il_nemico_int

Repubblica: Continuiamo a farci del male. E Freud scoprì il nemico interno (di Massimo Recalcati, 25 febbraio 2019)

«È il fenomeno della coazione a ripetere che manifesta l'esistenza della pulsione di morte. L'etica della psicoanalisi appare totalmente irriducibile a quella greca: la conoscenza del Bene non comporta affatto la realizzazione del Bene. Il soggetto può conoscere il proprio bene ma sentirsi irresistibilmente attratto a compiere il proprio male. È lo scandalo assoluto della pulsione di morte: la vita è una corsa rovinosa verso la morte. Essa vuole godere sino a morire, sino alla distruzione della vita stessa.»

12 ottobre 2018

Il Papa e l'aborto delle facoltà razionali

Le parole del Papa sull'aborto ("è come affittare un sicario"), come tante altre su argomenti che fanno meno clamore e che si fa finta di non sentire, arrivano come un'ennesima sveglia per tutti coloro che anche da posizioni progressiste si ostinano ad esprimere ammirazione per il personaggio.
Il fatto è che la religione, in questa recente stagione in cui i nuovi mezzi di comunicazione hanno portato più che mai alla ribalta le fake news, i complottismi, le pseudoscienze, l'idiozia in generale, rischia al confronto di sembrare qualcosa per menti raffinate (nei suoi aspetti teologici e filosofici, più che quelli legati alla superstizione popolare) o, quantomeno, tanto percepiamo grave la situazione dell'intelletto collettivo che si può cadere nella tentazione di rivalutarla come male minore rispetto ai tanti altri.
Invece non dobbiamo mai dimenticarci che la religione è la prima è più grande fake news di tutte, e il pensiero religioso è uno dei principali agenti che spianano la strada all'irrazionalità e al cattivo uso delle facoltà cognitive.
E no, ribadiamolo fino allo sfinimento, un feto non equivale a un essere umano, e un embrione ancor di meno; soltanto chi ragiona con i dogmi, e con le credenze metafisiche, può sostenere tale equivalenza.
E no, la vita non è un dono, ma è un accidente del caso; e non è detto che valga la pena di essere vissuta a tutti i costi e in tutte le condizioni.
E no, il denaro, il potere, il successo non sono "idoli" più di quanto non lo siano l'amore, l'altruismo, l'attaccamento alla vita; sono tutte illusioni che ci aiutano a vivere, a trovare delle ragioni per passare il tempo; e la vera via per il rispetto del prossimo passa per il riconoscimento di queste illusioni (l'esistenza dell'anima, il valore intrinseco della vita, l'amore disinteressato), perché siamo tutti nella stessa barca, gettati in questa esistenza, e non possiamo che aiutarci tutti a vicenda per fare in modo di generare meno sofferenza possibile, ma finché permetteremo alle fake news del pensiero campato per aria di dirottare le nostre facoltà cognitive ci renderemo impossibile riuscire in questo compito.


Gianni D'Anna, 11 ottobre 2018

2 ottobre 2018

Reddito di cittadinanza, disprezzo delle parole, e conservatorismo senza uscita

Reddito di cittadinanza, finché era sulla bocca di pochi, è sempre stato sinonimo di reddito di base incondizionato (o UBI, dall'inglese universal basic income). Lo scopo del basic income, in un'epoca in cui il lavoro sempre più scarseggia e diminuisce di qualità, è (guarda un po') separare il reddito dal lavoro.
Questo perché (tralasciando i benefici economici che pure sono ipotizzabili) in un mondo in cui si è sempre più attenti ai diritti umani e al benessere di tutti gli individui, sembra doveroso liberare le persone dal ricatto "o accetti di fare qualsiasi lavoro senza avere troppe pretese o crepi di fame".
Ora, lo scintillante nuovo significato che l'attuale governo ha dato al concetto è evidentemente tutt'altro. E benché siamo abituati al disprezzo delle parole e del reale significato delle cose, l'abitudine non ci deve far desistere dall'esprimere tutto il nostro sconcerto anche in questo caso. E questo scempio è tanto più odioso tanto più si pensa a come il travisamento sia avvenuto per piegarsi alla più mediocre demagogia: perché "non diamo dei soldi per stare sul divano".
È qui che l'anima conservatrice, anche di quella parte del governo che taluni speravano dotata di qualche afflato progressista (anche se "destra e sinistra sono concetti superati", ci mancherebbe), è venuta fuori, senza alcuna possibilità di speranza.
E no, la "pretesa", come dovrebbe essere ovvio, non è ricevere dei soldi per stare sul divano, ma è di non finire a vivere sulla strada e senza cibo nell'attesa che il neoliberismo produca lavoro per tutti, non si sa come; forse trovando un altro pianeta dopo che, a breve, avremo finito di consumare l'unico di cui disponiamo; o forse facendoci diventare tutti fattorini comandati da un'app.
E, in tutto questo, l'opposizione parla di misura "assistenzialista"; invece di rilanciare con un vero reddito di cittadinanza, invece di proporre una nuova visione in cui il neoliberismo venga frenato e corretto, va ancora più a destra (e non ce ne stupiamo).


Gianni D'Anna, 2 ottobre 2018

13 settembre 2018

La complessa struttura genetica e sociale dei 'Longobardi' (rassegna)

- www.lescienze.it/news/2018/09/12/news/longobardi_strutturagenetica_socialegruppidistinti

Le Scienze: La complessa struttura genetica e sociale dei Longobardi (12 settembre 2018)

«L'analisi genetica dei resti rinvenuti in due cimiteri longobardi del VI-VII secolo situati a grande distanza tra loro, uno a Szólád, nell'attuale Ungheria, e l'altro nei dintorni della cittadina piemontese di Collegno, ha permesso di chiarire alcuni aspetti dell'organizzazione sociale e degli spostamenti del popolo che governò parte dell'Italia nei due secoli successivi al suo arrivo dalla Pannonia (corrispondente all'attuale Ungheria occidentale e alla bassa Austria) nel 568 d.C. [...]
In entrambi i siti, l'ascendenza, o lignaggio, maggiormente rappresentata aveva un'impronta genetica che riporta soprattutto alle antiche popolazioni dell'Europa centrale e settentrionale (impronta che attualmente non è molto presente né nelle popolazioni dell'Ungheria, né in quelle dell'Italia settentrionale). L'altro lignaggio era invece geneticamente più legato alle antiche popolazioni dell'Europa meridionale. [...]
Uno degli aspetti più singolari evidenziati dalla ricerca è che questa articolata struttura genetica e culturale si ritrova, sostanzialmente uguale, in due località distanti oltre mille chilometri.
La scoperta, concludono i ricercatori, pone nuove domande sulla struttura sia della popolazione longobarda sia, più in generale, di tutte le popolazioni protagoniste delle cosiddette invasioni barbariche, le cui orde forse erano formate da gruppi di persone geneticamente non omogenei.

[o, per riportare il testo originale dallo studio completo su Nature Communications: "Modern European genetic variation is generally highly structured by geography. It is surprising to find significant diversity within small, individual cemeteries. Even amongst the two family groups of primarily central/northern ancestry there is clear evidence of admixture with individuals with more southern ancestry. Whether these people identified as Longobard or any other particular barbarian people is therefore impossible to assess. If we are seeing evidence of movements of barbarians, there is no evidence that these were genetically homogenous groups of people."


David Caramelli, docente di Antropologia all'Università di Firenze e uno dei principali autori della ricerca, commenta [video]:
"I dati ricavati sono compatibili con l’ipotesi della migrazione a lunga distanza dei longobardi dalla Pannonia all’Italia settentrionale nel VI secolo d.C. e comprovano il mescolamento non solo culturale ma anche genetico dei barbari con le popolazioni italiche, a parziale correzione di una lettura storica dell’insediamento longobardo, che sottolineava un netto distacco fra le popolazioni germaniche e quelle locali. Mentre sono ormai numerosi gli studi sul Dna antico dei nostri progenitori preistorici, questa ricerca costituisce il primo studio genomico completo sulle popolazioni barbariche longobarde. Da anni la scuola fiorentina costituisce un punto di riferimento internazionale nell’analisi sul Dna antico”.

Yuval Noah Harari: la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens (rassegna)

- www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bibbia-post-verit-vale-pi-credere-sapere-1569492.html

Il Giornale: Dalla Bibbia alla post-verità vale più il credere del sapere (30 agosto 2018)

Estratto dal nuovo libro dello storico Yuval Noah Harari, "21 lezioni per il XXI secolo".

«In effetti, come specie, abbiamo sempre vissuto nell'era della post-verità. Homo sapiens è una specie post-verità, il cui potere dipende dal creare narrazioni e dal credervi. Fin dall'Età della pietra, i miti avevano lo scopo di unire collettività umane e dunque svolgevano una funzione che potremmo chiamare di "autoconforto" reciproco. Infatti, Homo sapiens conquistò questo pianeta soprattutto grazie all'abilità peculiare degli esseri umani di creare e diffondere narrazioni. Noi siamo gli unici mammiferi che possono cooperare con numerosi stranieri perché solo noi possiamo inventare storie, diffonderle, e convincere milioni di altri a credervi. Finché crediamo tutti alle stesse storie, obbediamo alle stesse leggi e possiamo cooperare in modo efficace.
Quindi se criticate Facebook, Trump o Putin per aver inaugurato una nuova terribile era di post-verità, ricordatevi che secoli fa milioni di cristiani si sono infilati da soli in una bolla mitologica autovalidata, senza mai azzardarsi a mettere in dubbio la veridicità fattuale della Bibbia, mentre milioni di musulmani giuravano fede assoluta al Corano. Per millenni, gran parte di ciò che è stato tramandato come "informazioni" e "fatti" nelle nostre società erano storie su miracoli, angeli, demoni e streghe, grazie a coraggiosi inviati che hanno dato ampia copertura direttamente dagli anfratti più profondi del mondo sotterraneo. Non abbiamo alcuna evidenza scientifica che Eva sia stata tentata dal Serpente, che le anime di tutti gli infedeli brucino all'inferno dopo la morte, o che al creatore dell'universo non sia di gradimento il matrimonio tra un bramino e un intoccabile - eppure miliardi di individui hanno creduto in queste storie per migliaia di anni. Alcune notizie false durano per sempre. [...] Quando un migliaio di individui crede a una qualche storia inventata per un mese - questa è una notizia falsa. Quando un miliardo di individui vi crede per un migliaio di anni - questa è una religione [...]. Vi prego di notare, comunque, che non sto negando l'efficacia o la potenziale benevolenza della religione. È esattamente l'opposto. Nel bene e nel male, il narrare storie rappresenta uno dei più efficaci strumenti della cassetta degli attrezzi dell'umanità. Riuscendo a far convivere gli uomini, i credi religiosi rendono possibile la loro cooperazione su larga scala. Ispirano gli individui a costruire ospedali, scuole e ponti, oltre che a organizzare eserciti e ad edificare prigioni. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, ma la cattedrale di Chartres è tuttora stupenda. Gran parte della Bibbia è costituita da storie inventate, ma può ancora donare gioia a miliardi di persone e può ancora stimolare gli individui a essere compassionevoli, coraggiosi e creativi - proprio come altre grandi opere di finzione [...]. La verità è che la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens.»

12 settembre 2018

L'andazzo dei diminutivi (rassegna)

- temi.repubblica.it/micromega-online/lingua-che-cambia-l%E2%80%99andazzo-del-vezzo/

Micromega-online: La lingua che cambia: l’andazzo del vezzo (di Nunzio La Fauci, 4 settembre 2018)

«È certo discutibile la celebre e provocatoria conclusione di Barthes che vuole la lingua “fascista”. Lo è meno l’osservazione che la fonda: è certo infatti che la lingua imponga più di quanto non impedisca di dire. Ed è sopra tale esigenza intrinseca di conformità comunicativa, priva per se stessa di implicazioni politiche, che il conformismo trova modo di crescere pericolosamente, ove non tenuto sotto controllo, anzitutto da ciascuno/a in se stesso/a. Non c’è infatti deriva sociolinguistica che non abbia una radice psicolinguistica o, come capita sia stato detto tra gli studiosi, non c’è fatto di “langue” che non prenda origine da una circostanza della “parole”.
Si è provato in esordio a ricordare i termini della questione dei vezzeggiativi e a rendere le forme di un tempo più evidenti di come non siano magari state o non siano nella memoria di chi ha ormai una certa età. Il vecchio sistema vigeva da secoli e si realizzava variamente. Per esemplificare, qui se ne è messo sotto gli occhi di chi legge solo uno, molto diffuso e rilevante. L’ipocoristico (così, in linguistica, si designa tecnicamente il vezzeggiativo) vi si produceva in funzione della sillaba accentata. Esso andava da lì in avanti, verso la fine del nome nella sua forma paradigmatica: “(Eleo)Nora”, “(Vinc)Enzo”, “(Do)Menico”, “(An)Tonio”, “(Gae)Tano”, “(Con)Cettina”, “(Ales)Sandro”, “(Elisa)Betta”, “(Gio)Vanni,” “(Ma)Tilde”, “(Lo)Renzo”, “(Cate)Rina”, “(Fran)Cesco”, “(Or)Lando”, “(Ro)Berto”, “(Rin)Aldo”, “(Ro)Sar(i)o”, “(Petro)Nilla” e così via.
Ai vecchi modi di produzione, ormai da parecchio tempo se ne è sovrapposto uno nuovo. L’enfasi sta sul principio del nome, sia o non sia accentata la sua prima sillaba. Se non lo è, l’accento vi si ritrae. Segue la seconda sillaba o un suo vestigio. La vocale vi si può infatti ridurre a una “i”: “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”, “Edo(ardo)”, “Marghi/e(rita)”, “Rob-i(-erto/a)”, “Vale(ntino/a o rio/a)”, “Franc-i(-esco/a)”, “Ferdi(nando/a)”, “Sabri(na)”, “Dani(ele)”, “Caro(-lina)”, “Simo(ne/a)”, “Samu(ele)”, “Tizi(ano/a)”, “Giuli(o/a o ano/a)”. Perfino “Àndri/e(a)”. Molti altri potrebbe aggiungerne chi legge, del resto. Il panorama onomastico italiano sta cambiando. Rischia quindi di cambiare la nazione linguistica italiana.
[...]
Comunque sia andata, il successo del nuovo sistema onomastico e il deperire dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nell’ormai consolidata novità un sospetto di volgarità. Non c’è mutamento che non sia (etimologicamente) volgare e la volgarità è la condizione stessa del suo eventuale trionfo. La tendenza in effetti attraversa oggi ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: è un vezzo che interessa l’intera area italofona, insomma, diffondendovi quel vago tanfo di stupidità e d’infantilismo che si correla naturalmente con il debordare di un modo vezzeggiativo. “Vezzeggiare” è del resto verbo denominale da “vezzo”. E “vezzo”, come ‘abitudine’, è ciò che la trasmissione popolare ha fatto del latino “vĭtiu(m)” (“vizio” ne è invece il germoglio dotto: l’italiano è pieno di doppioni siffatti, che l’uso ha eventualmente specializzato nella designazione di cose diverse).»