13 settembre 2018

La complessa struttura genetica e sociale dei 'Longobardi' (rassegna)

- www.lescienze.it/news/2018/09/12/news/longobardi_strutturagenetica_socialegruppidistinti

Le Scienze: La complessa struttura genetica e sociale dei Longobardi (12 settembre 2018)

«L'analisi genetica dei resti rinvenuti in due cimiteri longobardi del VI-VII secolo situati a grande distanza tra loro, uno a Szólád, nell'attuale Ungheria, e l'altro nei dintorni della cittadina piemontese di Collegno, ha permesso di chiarire alcuni aspetti dell'organizzazione sociale e degli spostamenti del popolo che governò parte dell'Italia nei due secoli successivi al suo arrivo dalla Pannonia (corrispondente all'attuale Ungheria occidentale e alla bassa Austria) nel 568 d.C. [...]
In entrambi i siti, l'ascendenza, o lignaggio, maggiormente rappresentata aveva un'impronta genetica che riporta soprattutto alle antiche popolazioni dell'Europa centrale e settentrionale (impronta che attualmente non è molto presente né nelle popolazioni dell'Ungheria, né in quelle dell'Italia settentrionale). L'altro lignaggio era invece geneticamente più legato alle antiche popolazioni dell'Europa meridionale. [...]
Uno degli aspetti più singolari evidenziati dalla ricerca è che questa articolata struttura genetica e culturale si ritrova, sostanzialmente uguale, in due località distanti oltre mille chilometri.
La scoperta, concludono i ricercatori, pone nuove domande sulla struttura sia della popolazione longobarda sia, più in generale, di tutte le popolazioni protagoniste delle cosiddette invasioni barbariche, le cui orde forse erano formate da gruppi di persone geneticamente non omogenei.

[o, per riportare il testo originale dallo studio completo su Nature Communications: "Modern European genetic variation is generally highly structured by geography. It is surprising to find significant diversity within small, individual cemeteries. Even amongst the two family groups of primarily central/northern ancestry there is clear evidence of admixture with individuals with more southern ancestry. Whether these people identified as Longobard or any other particular barbarian people is therefore impossible to assess. If we are seeing evidence of movements of barbarians, there is no evidence that these were genetically homogenous groups of people."


David Caramelli, docente di Antropologia all'Università di Firenze e uno dei principali autori della ricerca, commenta [video]:
"I dati ricavati sono compatibili con l’ipotesi della migrazione a lunga distanza dei longobardi dalla Pannonia all’Italia settentrionale nel VI secolo d.C. e comprovano il mescolamento non solo culturale ma anche genetico dei barbari con le popolazioni italiche, a parziale correzione di una lettura storica dell’insediamento longobardo, che sottolineava un netto distacco fra le popolazioni germaniche e quelle locali. Mentre sono ormai numerosi gli studi sul Dna antico dei nostri progenitori preistorici, questa ricerca costituisce il primo studio genomico completo sulle popolazioni barbariche longobarde. Da anni la scuola fiorentina costituisce un punto di riferimento internazionale nell’analisi sul Dna antico”.

Yuval Noah Harari: la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens (rassegna)

- www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bibbia-post-verit-vale-pi-credere-sapere-1569492.html

Il Giornale: Dalla Bibbia alla post-verità vale più il credere del sapere (30 agosto 2018)

Estratto dal nuovo libro dello storico Yuval Noah Harari, "21 lezioni per il XXI secolo".

«In effetti, come specie, abbiamo sempre vissuto nell'era della post-verità. Homo sapiens è una specie post-verità, il cui potere dipende dal creare narrazioni e dal credervi. Fin dall'Età della pietra, i miti avevano lo scopo di unire collettività umane e dunque svolgevano una funzione che potremmo chiamare di "autoconforto" reciproco. Infatti, Homo sapiens conquistò questo pianeta soprattutto grazie all'abilità peculiare degli esseri umani di creare e diffondere narrazioni. Noi siamo gli unici mammiferi che possono cooperare con numerosi stranieri perché solo noi possiamo inventare storie, diffonderle, e convincere milioni di altri a credervi. Finché crediamo tutti alle stesse storie, obbediamo alle stesse leggi e possiamo cooperare in modo efficace.
Quindi se criticate Facebook, Trump o Putin per aver inaugurato una nuova terribile era di post-verità, ricordatevi che secoli fa milioni di cristiani si sono infilati da soli in una bolla mitologica autovalidata, senza mai azzardarsi a mettere in dubbio la veridicità fattuale della Bibbia, mentre milioni di musulmani giuravano fede assoluta al Corano. Per millenni, gran parte di ciò che è stato tramandato come "informazioni" e "fatti" nelle nostre società erano storie su miracoli, angeli, demoni e streghe, grazie a coraggiosi inviati che hanno dato ampia copertura direttamente dagli anfratti più profondi del mondo sotterraneo. Non abbiamo alcuna evidenza scientifica che Eva sia stata tentata dal Serpente, che le anime di tutti gli infedeli brucino all'inferno dopo la morte, o che al creatore dell'universo non sia di gradimento il matrimonio tra un bramino e un intoccabile - eppure miliardi di individui hanno creduto in queste storie per migliaia di anni. Alcune notizie false durano per sempre. [...] Quando un migliaio di individui crede a una qualche storia inventata per un mese - questa è una notizia falsa. Quando un miliardo di individui vi crede per un migliaio di anni - questa è una religione [...]. Vi prego di notare, comunque, che non sto negando l'efficacia o la potenziale benevolenza della religione. È esattamente l'opposto. Nel bene e nel male, il narrare storie rappresenta uno dei più efficaci strumenti della cassetta degli attrezzi dell'umanità. Riuscendo a far convivere gli uomini, i credi religiosi rendono possibile la loro cooperazione su larga scala. Ispirano gli individui a costruire ospedali, scuole e ponti, oltre che a organizzare eserciti e ad edificare prigioni. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, ma la cattedrale di Chartres è tuttora stupenda. Gran parte della Bibbia è costituita da storie inventate, ma può ancora donare gioia a miliardi di persone e può ancora stimolare gli individui a essere compassionevoli, coraggiosi e creativi - proprio come altre grandi opere di finzione [...]. La verità è che la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens.»

12 settembre 2018

L'andazzo dei diminutivi (rassegna)

- temi.repubblica.it/micromega-online/lingua-che-cambia-l%E2%80%99andazzo-del-vezzo/

Micromega-online: La lingua che cambia: l’andazzo del vezzo (di Nunzio La Fauci, 4 settembre 2018)

«È certo discutibile la celebre e provocatoria conclusione di Barthes che vuole la lingua “fascista”. Lo è meno l’osservazione che la fonda: è certo infatti che la lingua imponga più di quanto non impedisca di dire. Ed è sopra tale esigenza intrinseca di conformità comunicativa, priva per se stessa di implicazioni politiche, che il conformismo trova modo di crescere pericolosamente, ove non tenuto sotto controllo, anzitutto da ciascuno/a in se stesso/a. Non c’è infatti deriva sociolinguistica che non abbia una radice psicolinguistica o, come capita sia stato detto tra gli studiosi, non c’è fatto di “langue” che non prenda origine da una circostanza della “parole”.
Si è provato in esordio a ricordare i termini della questione dei vezzeggiativi e a rendere le forme di un tempo più evidenti di come non siano magari state o non siano nella memoria di chi ha ormai una certa età. Il vecchio sistema vigeva da secoli e si realizzava variamente. Per esemplificare, qui se ne è messo sotto gli occhi di chi legge solo uno, molto diffuso e rilevante. L’ipocoristico (così, in linguistica, si designa tecnicamente il vezzeggiativo) vi si produceva in funzione della sillaba accentata. Esso andava da lì in avanti, verso la fine del nome nella sua forma paradigmatica: “(Eleo)Nora”, “(Vinc)Enzo”, “(Do)Menico”, “(An)Tonio”, “(Gae)Tano”, “(Con)Cettina”, “(Ales)Sandro”, “(Elisa)Betta”, “(Gio)Vanni,” “(Ma)Tilde”, “(Lo)Renzo”, “(Cate)Rina”, “(Fran)Cesco”, “(Or)Lando”, “(Ro)Berto”, “(Rin)Aldo”, “(Ro)Sar(i)o”, “(Petro)Nilla” e così via.
Ai vecchi modi di produzione, ormai da parecchio tempo se ne è sovrapposto uno nuovo. L’enfasi sta sul principio del nome, sia o non sia accentata la sua prima sillaba. Se non lo è, l’accento vi si ritrae. Segue la seconda sillaba o un suo vestigio. La vocale vi si può infatti ridurre a una “i”: “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”, “Edo(ardo)”, “Marghi/e(rita)”, “Rob-i(-erto/a)”, “Vale(ntino/a o rio/a)”, “Franc-i(-esco/a)”, “Ferdi(nando/a)”, “Sabri(na)”, “Dani(ele)”, “Caro(-lina)”, “Simo(ne/a)”, “Samu(ele)”, “Tizi(ano/a)”, “Giuli(o/a o ano/a)”. Perfino “Àndri/e(a)”. Molti altri potrebbe aggiungerne chi legge, del resto. Il panorama onomastico italiano sta cambiando. Rischia quindi di cambiare la nazione linguistica italiana.
[...]
Comunque sia andata, il successo del nuovo sistema onomastico e il deperire dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nell’ormai consolidata novità un sospetto di volgarità. Non c’è mutamento che non sia (etimologicamente) volgare e la volgarità è la condizione stessa del suo eventuale trionfo. La tendenza in effetti attraversa oggi ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: è un vezzo che interessa l’intera area italofona, insomma, diffondendovi quel vago tanfo di stupidità e d’infantilismo che si correla naturalmente con il debordare di un modo vezzeggiativo. “Vezzeggiare” è del resto verbo denominale da “vezzo”. E “vezzo”, come ‘abitudine’, è ciò che la trasmissione popolare ha fatto del latino “vĭtiu(m)” (“vizio” ne è invece il germoglio dotto: l’italiano è pieno di doppioni siffatti, che l’uso ha eventualmente specializzato nella designazione di cose diverse).»

5 settembre 2018

Leopardi: Le opere di genio e lo spettacolo della nullità che consola e ingrandisce l'anima

«Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le piú terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita o nelle piú acerbe e mortifere disgrazie [...], servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E cosí quello che veduto nella realtà delle cose accora e uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio [...], apre il cuore e ravviva. Tant’é, siccome l’autore che descriveva e sentiva cosí fortemente il vano delle illusioni, pur conservava un gran fondo d’illusione, e ne dava una gran prova col descrivere cosí studiosamente la loro vanità [...], nello stesso modo il lettore, quantunque disingannato e per se stesso e per la lettura, pur è tratto dall’autore in quello stesso inganno e illusione nascosta ne’ piú intimi recessi dell’animo ch’egli provava. E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio. E lo stesso spettacolo della nullità è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione (gran cosa e certa madre di piacere e di entusiasmo e magistrale effetto della poesia, quando giunge a fare che il lettore acquisti maggior concetto di se e delle sue disgrazie e del suo stesso abbattimento e annichilamento di spirito).»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri (#259/61, ottobre 1820)



Confrontare con Ligotti, qui:

«Questa, quindi, è l'estrema, cioè unica, consolazione: che qualcuno condivida parte del nostro sentire e da quello abbia realizzato un'opera d'arte, e che noi si possegga l'intuizione, la sensibilità e (che ci piaccia o no) quel peculiare insieme di esperienze per apprezzarla. Incredibile da dire, la consolazione dell'orrore nell'arte è che in realtà intensifica il nostro panico, lo amplifica sulla cassa di risonanza dei nostri cuori sventrati dall'orrore, porta il terrore al massimo volume, raggiungendo quella perfetta e assordante ampiezza che ci può far danzare al ritmo della bizzarra musica della nostra stessa sventura.»



O, per dirla con Nietzsche:

«L’arte come la redenzione di chi sa — di colui che vede il carattere terribile ed enigmatico dell’esistenza, di chi vuole vederlo, di chi conosce tragicamente.»

2 settembre 2018

Quando la sponda ricca del Mediterraneo era quella meridionale (rassegna)

- www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=5b66b3ab29f49

Corriere della Sera La Lettura: Quando la sponda ricca del Mediterraneo era quella meridionale (di Amedeo Feniello)

«A cavallo dell’anno Mille, le differenze tra Nord e Sud erano abissali. Basta leggere un curioso episodio, avvenuto nella prima metà del X secolo. Un gruppo di viaggiatori musulmani compie una lunga spedizione in terra cristiana. Vogliono andare a Roma, spinti dai racconti sulle ricchezze della città. Fanno un giro tortuoso, via terra. Da Tessalonica, nell’allora Impero bizantino, passano nei Balcani. Da qui a Venezia e poi a Pavia, la capitale del Regno d’Italia. Attraversano la Pianura padana e si trovano in un incubo: lo spettacolo indecente di tende e capanne, abitate da una massa derelitta e macilenta.
Uno shock, per gente di città, come erano i nostri viaggiatori. Ai quali resta un’idea: che, in questa zona d’Italia, si viva ancora come i barbari.
[...]
Dietro questi ritratti c’è, naturalmente, molto di ideologico. In particolare, l’idea di superiorità religiosa e culturale. Che derivava però da un dato di fatto: i musulmani che visitavano l’Occidente venivano davvero da un diverso pianeta, più avanzato per condizioni e abitudini sociali. Uomini che appartenevano a una civiltà dell’acqua, dell’Hammam (le terme), delle fontane, della pulizia, dei profumi. Con livelli di cultura e di istruzione progrediti, che, proprio in questi secoli, esprimono quello che Frederick Starr ha di recente definito un «illuminismo perduto», quando tra il Mediterraneo e l’Asia centrale musulmana fioriscono commerci, arti, centri religiosi e di istruzione. E tutti i campi della conoscenza — dall’astronomia alla matematica, dalla filosofia alla medicina — conobbero sviluppi con pochi eguali nella storia dell’umanità.
[...]
Dal Mille in poi, però, nel malandato Occidente successe qualcosa. Innanzitutto, durante il periodo 950-1300 la popolazione europea si moltiplicò, più o meno, per tre. Rinacquero tantissime città e il loro numero, in alcune zone, come l’Italia centro-settentrionale e le Fiandre, crebbe considerevolmente. I commerci e i mercati tornarono a vivere e la nuova figura del mercante si impose per la sua ideologia improntata all’intraprendenza. Si cominciarono a produrre merci, soprattutto nel settore tessile e metallurgico. Aumentò la specializzazione artigianale, a dismisura, con una complessità inimmaginabile nella diversificazione della forza lavoro. Avvenne una rivoluzione tecnica che interessò le campagne, la nascente industria, il mondo della navigazione.
Però, tanti aspetti di questo processo restano quasi incomprensibili. Come, ad esempio, in quale momento sia cominciata l’espansione demografica; oppure quando gli scambi di merci a lunga distanza siano diventati così importanti da condizionare il complessivo mondo economico europeo. In ogni caso, le variabili in campo furono davvero tante, che toccarono ogni aspetto della società del tempo.
[...]

Ma se c’è un fattore che fece davvero la differenza in questa rinascita occidentale fu, per me, la curiosità. Sembra sorprendente che in un’epoca di rinnovata aggressività, fatta di Reconquista e di crociate, emerga pure qualcosa di nuovo. Si comincia a intuire appunto come anche il dialogo con l’altro – il diverso, il concorrente, il nemico religioso – possa risultare per molti aspetti fruttuoso. Per prime, mettono in campo questa strategia le nostre città marinare, da Amalfi a Genova, da Pisa a Venezia. Lo fanno alternando l’uso della forza. Ma tante volte, specialmente all’inizio, esse si adattano al mercato musulmano, vendendo ad esempio merci di contrabbando, armi, schiavi. Poi gli occidentali riescono a fare di meglio: apprendono da chi ne sa di più, imitano gli altri e trasformano le conoscenze acquisite in proprio bagaglio culturale. Lo fa Leonardo Fibonacci, che impara i numeri "alla maniera degli Hindi", ma esporta queste conoscenze in Occidente, con un sovrappiù di nozioni che elabora nel suo Liber abaci. Lo fa Gherardo da Cremona, monaco che emigra in Spagna e mette su, a partire circa dal 1150, nella multietnica Toledo, sotto l’egida di re Alfonso VI di Castiglia, un atelier di traduzione nel quale impegna intellettuali arabi, ebrei e cristiani per restituire all’Europa le parole di Aristotele e di Tolomeo. Ci riescono con successo i fiorentini, che per primi riportano monete d’oro in Occidente, dopo lunghi secoli di buio monetario, seguendo ciò che avevano fatto per secoli bizantini e musulmani. Oppure, per gareggiare nella produzione di tessuti, si ingegnano (come fanno oggi i cinesi) a imitare i modelli fiamminghi di Bruges, Anversa o Gand, creando nuovi prodotti che conquisteranno il Mediterraneo e faranno grande l’economia cittadina.
Tre secoli di crescita, dal Mille al Milletrecento circa, che diminuirono la distanza col resto del mondo e tra Nord e Sud. Fu questo il Medioevo della rinascenza europea.»

24 agosto 2018

Hannah Arendt e i populismi del terzo millennio (rassegna)

- www.lastampa.it/2018/08/23/cultura/hannah-arendt-cos-descrisse-nel-i-populismi-del-terzo-millennio

La Stampa: Così Hannah Arendt descrisse (nel '51) i populismi del Terzo millennio (di Christian Rocca)

«[i movimenti totalitari europei] reclutarono i loro membri da questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che in maggioranza furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda e un atteggiamento d’indifferenza per gli argomenti degli avversari. [...]
[questi movimenti] misero in luce quel che nessun organo dell’opinione pubblica aveva saputo rilevare, che la costituzione democratica si basava sulla tacita approvazione e tolleranza dei settori della popolazione politicamente grigi e inattivi non meno che sulle istituzioni pubbliche articolate e organizzate. [...]
In un mondo in continuo mutamento, e sempre più incomprensibile, le masse erano giunte al punto di credere tutto e niente, da pensare che tutto era possibile e niente era vero. [...] la propaganda di massa scoprì che il suo pubblico era pronto in ogni momento a credere al peggio, per quanto assurdo, senza ribellarsi se lo si ingannava, convinto com’era che qualsiasi affermazione fosse in ogni caso una menzogna. I capi totalitari basarono quindi la loro agitazione sul presupposto psicologicamente esatto che in tali condizioni la gente poteva essere indotta ad accettare le frottole più fantastiche e il giorno dopo, di fronte alla prova inconfutabile della loro falsità, dichiarare di aver sempre saputo che si trattava di una menzogna e di ammirare chi aveva mentito per la sua superiore abilità tattica.»

23 agosto 2018

Cioran: lo scettico coerente, ostinato, questo morto-vivente

«Poiché il dubbio si rivela incompatibile con la vita, lo scettico coerente, ostinato, questo morto-vivente, termina la sua carriera con una disfatta che non ha equivalenti in nessun’altra avventura intellettuale. Furente per aver cercato la singolarità e per esservisi compiaciuto, egli aspirerà all’ombra, all’anonimato: e tutto questo, paradosso dei più sconcertanti, proprio nel momento in cui non sente più alcuna affinità con niente e nessuno. Modellarsi sulla massa è tutto ciò che auspica a questo punto del suo tracollo in cui riduca la saggezza al conformismo e la salvezza all’illusione consapevole, all’illusione postulata, in altre parole all’accettazione delle apparenze in quanto tali. Ma egli scorda che le apparenze non sono una risorsa se non quando si è tanto obnubilati da equipararle a delle realtà, quando si beneficia dell’illusione ingenua, dell’illusione che ignora se stessa, di quella appunto che è appannaggio degli altri e di cui lui è il solo a non possedere il segreto. Invece di rassegnarsi, si metterà – proprio lui, il nemico dell’impostura in filosofia – a barare nella vita, persuaso che a forza di dissimulazioni e di frodi riuscirà a non distinguersi dal resto dei mortali, che cercherà inutilmente di imitare, visto che ogni atto esige da lui una lotta contro i mille motivi che ha per non compierlo. Il suo gesto più infimo sarà preparato, sarà il risultato di una tensione e di una strategia, come se dovesse prendere d’assalto ciascun istante, non potendo calarvisi naturalmente. [...] Distaccato dalle proprie imprese e dai propri misfatti, è arrivato alla liberazione, ma a una liberazione senza salvezza, preludio all’esperienza integrale della vacuità, a cui è molto vicino quando, dopo aver dubitato dei propri dubbi, finisce col dubitare di sé, con lo sminuirsi e con l’odiarsi, col non credere più nella propria missione di distruttore. Una volta reciso l’ultimo legame, quello che lo teneva attaccato a se stesso, e senza il quale perfino l’autodistruzione è impossibile, egli cercherà rifugio nel vuoto primordiale, nel più profondo delle origini, prima di quella contesa fra la materia e il germe che si prolunga attraverso la serie degli esseri, dall’insetto al più tribolato dei mammiferi.»

– E.M. Cioran, La caduta nel tempo (tr. it. di T. Turolla, Adelphi, 1995, pp.53-55)

20 agosto 2018

Leopardi: L’esistenza non è per l’esistente

«L’uomo (e cosí gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Né esso, né la vita, né oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica. L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, né il bene dell’esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per l’esistenza, tutto per l’esistenza, questa è il suo puro fine reale. Gli esistenti esistono perché si esista, l’individuo esistente nasce ed esiste perché si continui ad esistere e l’esistenza si conservi in lui e dopo di lui. Tutto ciò è manifesto dal vedere che il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione né la felicità degl’individui; la qual felicità non esiste neppur punto al mondo, né per gl’individui né per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in ultimo grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, 11 marzo 1826

13 agosto 2018

Leopardi: la ragione pura, priva di distrazione e di dimenticanza, porta alla pazzia

«E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione. Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo [...].
E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la piú ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia piú vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri (#104, gennaio 1820)