14 aprile 2018

Leopardi: Che vuol dir questa solitudine immensa?

«E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa?»

– Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, 1831

12 marzo 2018

Leon Battista Alberti: Quasi nascendo moriamo

“Né so per che cagione molti tanto desiderino perseverare in vita, quasi come abbino pattuito quiete con tutte le avversità.
Versi di Giuvenale, ottimo poeta satiro:

Pena fu data a chi molto ci vive,
che iterata sempre clade in casa,
con molti pianti e perpetuo merore
s’invecchi adolorato in veste nera.


Onde comune proverbio si dice: «Chi più ci vive più ci piange». E publico vediamo colla età surgono infinite lassitudini a nostre membra, infiniti dispiaceri, né troverai vivuto alcuno più dì a cui non sia domestica alcuna e quasi assidua infermità e dolore. Poi non posso non biasimare chi se dica non potere fare che non tema uscir di vita. E chi sarà che dubiti a ciascuno de’ mortali, naturale sua innata necessità, destinatoli stare el suo ultimo dì? Glaucopis dea, presso ad Omero, negava li dii a qual vuoi loro amico potere distorli che non caggia in eterno sonno e morte. Socrate a chi gli anunziava ch’e’ suoi cittadini deliberorono che morisse, rispuose: «E la natura più fa avea deliberato che neanche loro sempre vivessono». E chi non vede che da el primo dì che noi usciamo in vita, come dicea Manilio Probo, quel poeta astronomico, quasi nascendo moriamo ["Nascentes morimur" (IV, 6), nota mia]. E dal nostro primo principio in vita pende il nostro fine in morte. Ma el vivere nostro è egli altro che un morirsi a poco a poco?
Sono versi di Lucrezio poeta vetustissimo:

Già poi che ’l tempo con sue forze in noi
straccò e’ nervi e allassò le membra,
claudica el piede e l’ingegno e la lingua,
persin che manca ogni cosa in un tempo.


E apresso a Plauto poeta comico dicea Lisimaco, subito che l’uomo fie vecchio già più né sente né sa. E quell’altro vecchio plautino dicea la vecchiezza essere pur mala mercantia qual seco porta più cose pessime. Qualunque cosa ebbe principio, provano e’ filosofi, arà suo fine naturale, quale necessità certo si richiede a nostra vita. E dobbiamo stimarla sì come necessaria, così ancora né dura essere né inutile.”

– Leon Battista Alberti, "Theogenius" (Libro II), XV sec. (in "Opere volgari", Laterza, 1966)

4 marzo 2018

VIDEO: Daniel Johnston: Life in vain


And I'm at the end of my rope
It's so tough just to be alive
When I feel like the living dead

I don't know where is up or down
And there ain't any love left around
Everybody wearin' a frown
Waitin' for Santa to come to town
You're giving it up so plain, you're living your lives in vain
And where are you going to?

1 marzo 2018

Nietzsche: La confraternita della morte

«Il pensiero della morte. — Mi dà una felicità malinconica vivere in mezzo a questo intrico di stradine, di bisogni e di voci. Quanto godimento, quanta impazienza e brama, quanta vita assetata ed ebbrezza di vita viene qui in luce ogni giorno! E tuttavia su tutti questi esseri chiassosi, vivi e assetati di vita scenderà presto tanto silenzio! Come dietro ognuno sta la sua ombra, la sua oscura compagna di viaggio! È sempre come nell’ultimo momento prima della partenza di una nave carica di emigranti: si ha da dirsi reciprocamente più cose che mai, l’ora incalza, l’Oceano e il suo desolato silenzio attendono con impazienza dietro tutto quel frastuono — così bramosi, così sicuri della loro preda. E tutti, tutti credono che tutto quanto è stato finora sia niente o poco, che il prossimo futuro sia tutto; e quindi questa fretta, queste grida, questo soverchiarsi e sopraffarsi! Ognuno vuol essere il primo in questo futuro, — e invece la morte e il silenzio della morte sono la sola cosa sicura e a tutti comune di questo futuro! Com’è strano che quest’unica sicurezza e comunanza non possa quasi nulla sugli uomini ed essi siano lontanissimi dal sentirsi come la confraternita della morte! Mi rende felice vedere che gli uomini non vogliono affatto pensare il pensiero della morte! Io vorrei fare qualcosa per rendere loro il pensiero della vita cento volte più degno di essere pensato

– Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 278 (tr. it. di Sossio Giametta)




~


«The Thought of Death. It gives me a melancholy happiness to live in the midst of this confusion of streets, of necessities, of voices: how much enjoyment, impatience and desire, how much thirsty life and drunkenness of life comes to light here every moment! And yet it will soon be so still for all these shouting, lively, life-loving people! How everyone's shadow, his gloomy travelling-companion stands behind him! It is always as in the last moment before the departure of an emigrant-ship: people have more than ever to say to one another, the hour presses, the ocean with its lonely silence waits impatiently behind all the noise - so greedy, so certain of its prey! And all, all, suppose that the past has been nothing, or a small matter, that the near future is everything: hence this haste, this crying, this self-deafening and self-overreaching! Everyone wants to be foremost in this future, - and yet death and the stillness of death are the only things certain and common to all in this future! How strange that this sole thing that is certain and common to all, exercises almost no influence on men, and that they are the furthest from regarding themselves as the brotherhood of death! It makes me happy to see that men do not want to think at all of the idea of death! I would fain do something to make the idea of life even a hundred times more worthy of their attention.»

 Friedrich Nietzsche, The gay science, aphorism 278

26 febbraio 2018

VIDEO: Endrigo: Quando c'era il mare


Ti porterò alle spiagge d’oro
Ti parlerò di quando c’era il mare
Tu riderai, amica mia, e ancora e ancora giocherai con me

Ti metterò fiori nei capelli
Ti stancherò di vino e di carezze
Tu dormirai, dolore mio, e finalmente ti amerò

Ti comprerò specchietti colorati
Ti guarderai e troverai soltanto me
Amore mio, ti ucciderò ma piano piano non te ne accorgerai

Io, io ti inventerò la scusa per restare sempre qui
Ti fermerò chiusa dentro me, libera e felice ma chiusa dentro me

17 febbraio 2018

VIDEO: Il gattopardo (Visconti, 1963): Finale


«O stella, o fedele stella, quando ti deciderai a darmi un appuntamento meno effimero, lontano da tutto, nella tua regione di perenne certezza?»

15 febbraio 2018

VIDEO: Endrigo: Ma dico ancora parole d'amore


«So che domani come oggi non sarà
E che ogni cosa nasce per morire...»

4 febbraio 2018

Tutti i mori d'Italia (e le piccole Alabama ante litteram) (rassegna)

- ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/21/tutti-i-mori-ditalia52.html

Repubblica: Tutti i mori d'Italia (di Igiaba Scego)

«È chiaro che la presenza africana era legata alla schiavitù. In quei tempi, parliamo del Quattrocento-Cinquecento-Seicento, la schiavitù era reciproca e interessava le due sponde del Mediterraneo. Come ben scrive Salvatore Bono in Schiavi. Una storia mediterranea (XVI- XIX secolo) (Il Mulino) i cristiani venivano imprigionati nelle coste del Nord Africa e i musulmani (e non solo loro) in Europa. Trapani per esempio era un grande mercato di schiavi. E la Sicilia interessata da una vasta coltivazione di canna da zucchero usava nel Quattrocento manodopera schiavile, soprattutto dall'Africa subsahariana, almeno fino a che è durato il monopolio andato in crisi con la "scoperta" dell'America. Una Sicilia, ma anche una Puglia, una Calabria e soprattutto una Napoli (la città con più schiavi in Italia) che erano delle piccole Alabama ante litteram. Ma c'era anche la schiavitù al femminile, una compravendita serrata soprattutto di schiave greche e circasse in zone come la Liguria. La maggior parte del mercato però era costituito soprattutto da turchi e maghrebini che ingrossavano le fila degli uomini atti al remo nelle galere in molte città portuali, Livorno in testa. [...]
Di fatto la presenza degli afrodiscendenti era reale nella penisola. Così reale che alcuni arrivarono anche nel cuore dei Medici. Alessandro de' Medici, destinato a diventare nel Cinquecento duca di Firenze, era di fatto anche lui nero a metà, padre mediceo e madre schiava conosciuta con il nome di Simonetta da Collevecchio. Di lui ci rimangono numerosi ritratti. Dal Pontormo al Bronzino, dal Vasari all'Allori.
Basterebbe solo studiare un po' la storia, in Italia forse più che altrove, per capire che siamo di fatto tutti mescolati e non da oggi. E che nel famoso sangue italiano, quello dello ius sanguinis che qualcuno contrappone allo ius soli, scorre da parecchio tempo sangue africano.»

28 gennaio 2018

La grande diseguaglianza della società servile (rassegna)

- ilmanifesto.it/la-grande-diseguaglianza-della-societa-servile/

il Manifesto: La grande diseguaglianza della società servile (di Marco Revelli)


«non si limita a dirlo con l’aridità delle statistiche, confronta anche le vite dei protagonisti: quella, per esempio, di Amancio Ortega (il quarto nella classifica dei più ricchi), padrone di Zara, i cui profitti sono stati pari a un miliardo e 300 milioni di dollari, e quella di Anju che in Bangladesh cuce vestiti per lui, 12 ore al giorno, per 900 dollari all’anno (quasi 1 milione e mezzo di volte in meno) e che spesso deve saltare il pasto.

È questa la forza del rapporto Oxfam di quest’anno: che non si limita a guardare il mondo sul suo lato “in alto” – a descriverne il luminoso polo della ricchezza -, ma di misurarlo anche “in basso”. Di rivelarci la condizione miserabile e oscura del mondo del lavoro, dove uno su tre è un working poor, un lavoratore povero, in particolar modo una lavoratrice povera. E dove in 40 milioni lavorano in “condizione di schiavitù” o di “lavoro forzato” (secondo l’ILO “i lavoratori forzati hanno prodotto alcuni dei cibi che mangiamo e gli abiti che indossiamo, e hanno pulito gli edifici in cui molti di noi vivono o lavorano”).

Il sistema economico globale, plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella maga-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità.

In realtà nessuno dei suggerimenti che il Rapporto avanza figura nell’agenda (quella vera, non gli specchietti per le allodole) dei governi di ogni colore e continente»