6 luglio 2018

Cioran: sottomettersi alla farsa eterna, oppure accettare tutte le conseguenze di una condizione separata

«Prosperano nella filosofia soltanto coloro che si fermano al momento giusto, che accettano la limitazione e l’agio di uno stadio ragionevole dell’inquietudine. Ogni problema, quando lo svisceri, conduce alla bancarotta e lascia l’intelletto allo scoperto: non più domande, non più risposte in uno spazio senza orizzonte. Gli interrogativi si rivoltano contro chi li ha concepiti: egli diviene loro vittima. Tutto gli è ostile: la propria solitudine, la propria audacia, l’assoluto opaco, gli dèi inverificabili e il nulla palese. Guai a colui che, giunto a un dato momento dell’essenziale, non si arresta! La storia mostra come i pensatori che sono saliti in cima alla scala delle domande e che hanno posato il piede sull’ultimo gradino, quello dell’assurdo, non hanno lasciato in eredità ai posteri nient’altro che un esempio di sterilità, mentre i loro confratelli che si sono fermati a metà strada hanno fecondato il corso dello spirito. [...] Coloro che non restano all’interno della realtà che coltivano, coloro che trascendono il mestiere di esistere, debbono o venire a patti con l’inessenziale, fare marcia indietro e sottomettersi alla farsa eterna, oppure accettare tutte le conseguenze di una condizione separata, la quale è superfetazione o tragedia, a seconda che la si guardi o la si viva

– E.M. Cioran, Sommario di decomposizione (tr. it. di M. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, 1996, pp.106-108)

5 luglio 2018

Göbekli Tepe: in principio era il sogno (rassegna)

- theguardian.com/commentisfree/2018/jul/04/the-guardian-view-on-world-heritage-in-the-beginning-was-the-dream

Guardian: The Guardian view on world heritage: in the beginning was the dream (editoriale)

L'editoriale del Guardian in occasione dell'ingresso di Göbekli Tepe nella lista dei siti Unesco.


«[...] [questi megaliti], pietre scolpite che pesavano fino a 20 tonnellate, [sono stati] collocati lì a partire da 11.000 anni fa, prima dell'invenzione dell'agricoltura o della scoperta del metallo. Nessuno sembra effettivamente aver vissuto sul sito. Questo è, per quanto ne sappiamo, il primo complesso di templi mai costruito sul pianeta. Molto prima delle città. I suoi costruttori sapevano come piantare pietre e scolpirle, ma non sapevano ancora coltivare la terra per il cibo. Eppure, in qualche modo, devono aver avuto l'organizzazione sociale necessaria per riunirsi in gruppi più grandi di qualsiasi banda di cacciatori-raccoglitori e coordinare i loro lavori per mesi o anni.
Ciò in cui credevano e il motivo per cui lo hanno fatto rimane un mistero, mistero che solleva una questione fondamentale. Sono state le città a creare gli dèi o sono stati gli dèi a creare le città?
Una teoria sostiene che lo sviluppo di religioni e sistemi di credenze elaborati è arrivato in seguito allo sviluppo di società complesse, in cui l'agricoltura forniva un surplus di cibo. Esistevano insediamenti relativamente grandi in altre parti del Medio Oriente in quel periodo, resi possibili dall'immensa fertilità della terra prima che gli umani e le loro capre prendessero il sopravvento; ma nessuno sembra aver vissuto a Göbekli Tepe. Non è stato costruito per nessun scopo pratico.
Deve essere stata l'espressione di un grande sogno condiviso. In questo senso, è una città costruita dagli dèi, anche se gli dèi esistevano solo nelle menti dei loro adoratori e non avevano alcuna forma che ora potremmo riconoscere.»
(trad. mia)

Leggi anche qui sulla scoperta di un sito archeologico sommerso nel Canale di Sicilia di 9500 anni fa.

Leopardi: l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora

«Che cosa è in Recanati di bello? che l'uomo si curi di vedere o d'imparare? niente. Ora Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo, tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere, la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire, in questa caverna vivrò e morrò dove sono nato? Le pare che questi desideri si possano frenare? che siano ingiusti soverchi sterminati? che sia pazzia il non contentarsi di non veder nulla, il non contentarsi di Recanati? L'aria di questa città l'è stato mal detto che sia salubre. È mutabilissima, umida, salmastra, crudele ai nervi e per la sua sottigliezza niente buona a certe complessioni. A tutto questo aggiunga l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora, e collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce. So ben io qual è, e l'ho provata, ma ora non la provo più, quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria, la quale, se m'è permesso di dir così, è come il crepuscolo, dove questa è notte fittissima e orribile, è veleno, come Ella dice, che distrugge le forze del corpo e dello spirito. Ora come andarne libero non facendo altro che pensare e vivendo di pensieri senza una distrazione al mondo? e come far che cessi l'effetto se dura la causa? Che parla Ella di divertimenti? Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia. So che la noia può farmi manco male che la fatica, e però spesso mi piglio la noia, ma questa mi cresce, com'è naturale, la malinconia, e quando io ho avuto la disgrazia di conversare con questa gente, che succede di raro, torno pieno di tristissimi pensieri agli studi miei, o mi vo covando in mente e ruminando quella nerissima materia. Non m'è possibile rimediare a questo nè fare che la mia salute debolissima non si rovini, senza uscire di un luogo che ha dato origine al mal e lo fomenta e l'accresce ogni dì più, e a chi pensa non concede nessun ricreamento. Veggo ben io che per poter continuare gli studi bisogna interromperli tratto tratto e darsi un poco a quelle cose che chiamano mondane, ma per far questo io voglio un mondo che m'alletti e mi sorrida, un mondo che splenda (sia pure di luce falsa) ed abbia tanta forza da farmi dimenticare per qualche momento quello che soprattutto mi sta a cuore, non un mondo che mi faccia dare indietro a prima giunta, e mi sconvolga lo stomaco e mi muova la rabbia e m'attristi e mi forzi di ricorrere per consolarmi a quello da cui volea fuggire. Ma già Ella sa benissimo che io ho ragione, e me lo mostra la sua seconda lettera, nella quale di proprio moto mi esortava a fare un giro per l'Italia, benchè poi (e so ben io perchè) con lodevolissima intenzione della quale le sono sinceramente grato, abbia voluto parlarmi in altra guisa. Laonde ho cianciato tanto per mostrarle che io ho per certissimo quello che Ella ha per certissimo.»

– Giacomo Leopardi, lettera a Pietro Giordani, 
Recanati, 30 Aprile 1817

30 giugno 2018

Montaigne: quell’apparenza di raziocinio che ognuno fabbrica in sé

«Quel venerabile senato dell’Areopago giudicava di notte, per paura che la vista delle parti in causa corrompesse la sua giustizia. Perfino l’aria e la serenità del cielo causano in noi dei cambiamenti [...].
Non sono soltanto le febbri, i beveraggi e i gravi accidenti che sconvolgono il nostro giudizio: le minime cose lo fanno girare. E non c’è dubbio, ancorché non ce ne accorgiamo, che se la febbre continua può abbattere la nostra anima, la febbre terzana vi apporta qualche alterazione, secondo il suo grado e la sua forza. Se I’apoplessia estingue e spegne del tutto la luce della nostra intelligenza, non c’è dubbio che il raffreddore la offusca. E quindi si può cogliere appena un’ora sola nella vita in cui il nostro giudizio si trovi nel suo debito assetto, essendo il nostro corpo soggetto a tanti continui mutamenti e corredato di tante molle che, a sentire i medici, è davvero difficile che non ce ne sia sempre qualcuna che tiri di traverso.
Del resto, questa malattia non si scopre tanto facilmente, se non è proprio gravissima e irrimediabile: poiché la ragione va sempre storta e zoppicante e sciancata, e con la menzogna e con la verità. Così è difficile scoprire il suo errore e traviamento. Chiamo sempre ragione quell’apparenza di raziocinio che ognuno fabbrica in sé; questa ragione, della cui specie ce ne possono essere cento contrarie riguardo a uno stesso oggetto, è uno strumento di piombo e di cera, allungabile, pieghevole e adattabile per ogni verso e ad ogni misura: non resta che l’abilità di saperlo modellare.»

– Montaigne, Saggi (II, XII), tr. it. di Fausta Garavini, Bompiani

21 giugno 2018

Petrarca: vagabondare con l’anima per tutti i tempi, per tutti i luoghi... e spinger l’animo tra le cose celesti

«[...] vivere come vuoi, andare dove vuoi, stare dove vuoi, riposare di primavera sopra un giaciglio di fiori purpurei, d’autunno tra mucchi di foglie cadute; ingannare l’inverno con lo starsene al sole, l’estate con l’ombra e non sentire né l’una né l’altra stagione se non fin dove tu vuoi? Ma in ogni stagione essere padrone di te, e, dovunque ti trovi, vivere con te stesso, lontano dai mali, lontano dall’esempio dei cattivi, senza essere spinto, urtato, influenzato, incalzato; senza essere trascinato a un banchetto mentre preferiresti aver fame, costretto a parlare mentre brameresti star zitto, o salutato in un momento inopportuno, o afferrato e trattenuto agli angoli delle strade e, secondo i dettami di un’educazione grossolana e sciocca, messo tutto il giorno in berlina a osservare chi ti passa dinanzi: chi ti guarda ammirandoti come una rarità, chi arresta il passo quando t’incontra, chi incurvandosi si accosta al compagno e gli sussurra non so che nell’orecchio sommessamente, oppure chiede di te a quelli in cui s’imbatte; chi ti spinge tra la folla dandoti fastidio, o ti cede il passo dandoti ancor più fastidio; chi ti porge la mano, chi se la porta al capo; chi si appresta a farti un lungo discorso quando c’è poco tempo, chi ammicca senza parlare e passa avanti stringendo le labbra. Quanto valuti, infine, non invecchiare tra i fastidi, non premere sempre ed esser premuto fra uno stuolo di salutatori, non aver mozzo il respiro, né sudare in pieno inverno colpito da tristi esalazioni; non disimparare l’umanità in mezzo agli uomini e, infastidito, prendere in odio ogni cosa, gli uomini, gli affari, coloro che ami, te stesso? non dimenticare le cose che ti stanno a cuore per dedicarti a molte che non ti fanno piacere?
[...] Far andare indietro la memoria, vagabondare con l’anima per tutti i tempi, per tutti i luoghi; fermarsi qua e là, e parlare con tutti quelli che furono uomini illustri; dimenticare così gli autori di tutti i mali che ci sono accanto, talvolta anche noi stessi, e spinger l’animo tra le cose celesti innalzandolo al di sopra di sé; meditare su ciò che lì accade, accendere con la meditazione il desiderio, ed esortare per converso te stesso, accostando al tuo cuore già in fiamme le fiaccole, per così dire, delle parole ardenti. È questo un frutto – e non è l’ultimo – della vita solitaria: chi non l’ha gustato non l’intende.
Frattanto [...] dedicarsi alla lettura e alla scrittura, alternando l’una come riposo dell’altra, leggere ciò che scrissero gli antichi, scrivere ciò che leggeranno i posteri, a questi almeno, se a quelli non possiamo, mostrare la gratitudine dell’animo nostro per il dono delle lettere ricevuto dagli antichi; e verso gli antichi stessi non essere ingrati nei limiti che ci sono consentiti, ma render noti i loro nomi se sconosciuti, farli ritornare in onore se caduti in dimenticanza, trarli fuori dalle macerie del tempo, tramandarli alle generazioni dei pronipoti come degni di rispetto, averli nel cuore, averli sulle labbra come una dolce cosa; in tutti i modi insomma, amandoli, ricordandoli, esaltandoli, render loro un tributo di riconoscenza, se non proporzionato, certo dovuto ai loro meriti.
»

– Francesco Petrarca, De vita solitaria, tr. it. di A. Bufano, in Francesco Petrarca, Prose, Ricciardi, 1955


Confrontare con Seneca, qui.

20 giugno 2018

Luigi Ghirri: mi sembra che dietro a quello che vedo ci sia un altro paesaggio

«Stranamente mi sembra di vivere, più che in un film o nel già vissuto e già visto, in una sorta di parodia della storia; sembra che tutto sia già successo, che nulla possa succedere o che, invece, la sorpresa o l'evento siano dietro ad ogni porta chiusa lungo gli interminabili corridoi bianchi o nei volti degli altri ospiti dell'albergo.
[...]
Mi sembra che dietro a quello che vedo ci sia un altro paesaggio, che è il vero paesaggio, ma non so dire quale o immaginarmelo. Dagli altoparlanti, l'autoradio ha cominciato a suonare la colonna sonora di Blade Runner, la musica è in strana sintonia con quello che vedo. Sembra che la musica stia celebrando un rito liturgico per il paesaggio, e la montagna sventrata che appare sulla destra illuminata dalle ultime luci del giorno non appare come è, cioè grottescamente fantascientifica, ma di una normalità inquietante.
[...]
Dopo, fino a Bologna il viaggio è un movimento nel tunnel della notte che nemmeno le luci delle auto e le oasi luminose delle aree di servizio sembrano rischiarare. Al parcheggio delle auto davanti all'aeroporto di Bologna, dove avevo lasciato la mia macchina, si accede, dopo il pagamento del pedaggio, ad una guardiola dove l'inserviente sembra non avvertire minimamente nessun turbamento, come fosse in uno stato di totale pacificazione con questo paesaggio di asfalto al neon. Lungo la strada verso casa, penso che la distanza che separa le nostre visioni da quelle da fantascienza sia ridottissima, come non sia più possibile nessuna narrazione fantascientifica perché tutte le differenze si sono assottigliate a tal punto da essere irrilevanti. Anzi, mi sembra che tutta la fantascienza si sia avverata, e le grandi, piccole mutazioni fuori e dentro di noi siano già avvenute e tutto questo è all'insaputa di tutti.»

– Luigi Ghirri, da Ritorno da Sorrento, in Paesaggio italiano, Electa/Gingko, Quaderni di Lotus, 1989

15 giugno 2018

Lovecraft: contro la religione (rassegna)

- temi.repubblica.it/micromega-online/contro-la-religione-gli-scritti-atei-di-hp-lovecraft

Micromega-online: Contro la religione. Gli scritti atei di H.P. Lovecraft (di redazione)

«Nella sua amara insistenza sull’immensità del cosmo e sul ruolo insignificante ricoperto in esso dall’umanità Lovecraft può ricordare al lettore italiano il pessimismo di Giacomo Leopardi nelle Operette Morali. [...]
Sebbene, da un certo punto di vista, Lovecraft sovverta la straordinaria intuizione di Poe, secondo cui l’orrore non ha una consistenza esterna, materiale, non proviene dalla Germania, ma si annida nell’animo umano, ciò che lo accomuna al suo predecessore è una prospettiva paradossalmente laica e razionalista, che tende a escludere il sovrannaturale e lascia aperta la strada alla possibilità dell’osservazione diretta, della misurazione empirica dell’ignoto e del mostruoso.» [Carlo Pagetti]

«Oggi la religione sopravvive tra la maggioranza meno analitica delle persone meramente perché hanno una mancanza di informazioni scientifiche e perché il loro apparato emotivo è stato permanentemente pregiudicato o storpiato dalla propaganda religiosa che era stata ficcata loro in testa durante l’infanzia, prima che la loro mente e le loro emozioni si fossero sviluppate oltre lo stato infantile di debole e non critica ricettività.
È veramente un crimine contro un bambino il cercare di influenzare in qualsiasi modo la sua credenza intellettuale.
»


«Se vogliamo veramente radunare tutti per un singolo scopo, dobbiamo formulare un obiettivo che abbia una possibilità dimostrabile di dare all’intera umanità condizioni migliori nell’unica vita che si è certi di avere. Non credo che l’ideologia sovietica abbracci il miglior obiettivo possibile, e odierei vedere tale ideologia instaurata nel mondo occidentale. Ma perlomeno è un obiettivo reale, qualcosa a cui gli uomini possono intelligentemente essere fedeli. In questo momento il mondo occidentale non possiede qualcosa del genere, sebbene il movimento nazista pensi di averne trovato uno. Viviamo in un’era di inequivocabile decadenza, l’ultima fase di un modo di vita fondato su condizioni e credenze per sempre scomparse per quanto riguarda il ciclo della civilizzazione.
Troveremo mai un sostituto, un ordine sociale praticabile che possa risolvere immediatamente i problemi economici e sociali del presente, e preservare (cosa che il sistema sovietico non riesce a fare) ciò che è ancora sano e infinitamente di valore nel retaggio culturale del passato? Non lo so, ma se dovessimo riuscirci avremmo qualcosa attorno a cui possono accorrere i nostri figli esattamente come i nostri padri si radunavano attorno agli ideali del passato.
»

9 giugno 2018

"2001": la demistificazione del razionalismo (rassegna)

- www.doppiozero.com/materiali/2001-50-anni-70-millimetri

Doppiozero: “2001”: 50 anni, 70 millimetri (di Simone Spoladori)

«Il paradosso di questi sei film, di 2001 in modo particolare [...] è che, benché prodotti in un regime di morbosa supervisione di ogni singolo aspetto, raccontano, come dice Ruggero Eugeni, proprio la “crisi del controllo”, la messa in scacco del primato della ragione nella società Occidentale. Attraverso il più cerebrale razionalismo, Kubrick mette in scena la demistificazione del razionalismo [...].
Un grande film sulla ragione, il racconto di un Nostos sottolineato sin dal riferimento omerico nel titolo. L’uomo realizzatosi nella storia “torna” all’origine della sua evoluzione, nel mito dell’eterno ritorno.»

«L’uomo kubrickiano, soggetto della storia, come dice Eugeni, non è un angelo caduto bensì una bestia elevata sopra le altre, percorsa da istinti animaleschi e irrazionali che più tenta di controllare [...], più si caricano di rabbia esplosiva. Colpisce, a distanza di anni, l’acuta e profonda ironia di Kubrick. Un sorriso beffardo, tutt’altro che bonario accompagna una riflessione che va dalla tibia lanciata dallo scimmione a un ipotetico futuro fatto di violenze sterilizzate. Il progresso è colto nel suo paradossale rapporto con l’aggressività, l’evoluzione è un territorio di nefandezze e di soprusi.»

Cardini: Il sultano e lo zar, e la lunga lotta per il controllo della regione euroasiatica (rassegna)

- ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/06/02/i-fantasmidei-due-imperieredi-di-roma36.html

Repubblica: I fantasmi dei due imperi eredi di Roma (di Silvia Ronchey)

«Nel suo prorompente libro Cardini non solo ricostruisce le origini ma ripercorre con storiografica minuzia le vicissitudini della lunga lotta euroasiatica per il controllo dei grandi spazi ingaggiata tra impero zarista e islam sultaniale per mezzo millennio e protratta ancora oggi nell'esplicito o implicito duello tra Russia e Turchia senza considerare il quale non si decifra lo scenario bellico del nuovo secolo. "Gli eventi degli ultimi anni", scrive Cardini, "ci hanno insegnato che una partita straordinariamente importante si sta giocando in un quadrante compreso tra Mediterraneo Orientale, Mar Rosso, Golfo Persico, area delle sorgenti del Tigri e dell'Eufrate, Iran, repubbliche turco-mongole transcaucasiche ex sovietiche, Russia e Caucaso". Ora, va segnalato che si tratta dello stesso quadrante in cui un grande intellettuale francese, Fernand Braudel, ha individuato l'entità geostorica che ha chiamato Mediterraneo Maggiore: la "zona spaziodinamica, che rievoca un campo di forze magnetico o elettrico", ha scritto Braudel, estesa alle pianure della Sogdiana e della Battriana, al Mar Rosso, al Golfo Persico, all'Oceano Indiano da un lato, al Caucaso, alla Transcaucasia e all'antica Rus' dall'altro, in cui la civiltà mediterranea si è irradiata, dopo esserne stata in precedenza irradiata a sua volta. Una civiltà che, secondo Braudel, si misura da questi irradiamenti, poiché "il destino della civiltà mediterranea è più facile a leggersi nei suoi margini esterni che non al centro".»