13 agosto 2018

Leopardi: la ragione pura, priva di distrazione e di dimenticanza, porta alla pazzia

«E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione. Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo [...].
E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la piú ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia piú vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri (#104, gennaio 1820)

12 agosto 2018

Pessoa: Demogorgone (quale carezza orribile e fredda mi sfiora gli occhi chiusi?)

“Nella via piena di sole vago case immote e gente che cammina.
Mi fredda una tristezza colma di paura.
Sento dentro un avvenimento al di là delle facciate e dei movimenti.

No, no, questo no!
Tutto salvo sapere cos’è il Mistero!
Superficie dell’Universo, o Palpebre Calate, non vi sollevate mai!
Lo sguardo della Verità Finale non dev’essere sopportabile!

Lasciatemi vivere senza sapere nulla, e morire senza venire a sapere nulla!
La ragione che ci sia essere, che ci siano esseri, che ci sia tutto,
deve portare una follia più grande degli spazi tra le anime e le stelle.

No, no, la verità no! Lasciatemi queste case e questa gente...
Quale carezza orribile e fredda mi sfiora gli occhi chiusi?
Non li voglio aprire da vivo! O verità, dimenticati di me!”


– Fernando Pessoa, DEMOGORGONE

10 agosto 2018

Pessoa: Il tedio

«In me il tedio è frequente, ma, che io sappia, non obbedisce a regole di apparizione. Mi succede di passare senza tedio una stanca domenica; posso esserne coperto all’improvviso, come da una nuvola, mentre lavoro alacremente. Non riesco a metterlo in rapporto con la salute o con la mancanza di salute; non riesco a conoscerlo come un prodotto di cause che appartengono al lato conosciuto di me stesso.
Dire che è un’angustia metafisica travestita, che è una grande delusione incognita, che è una poesia sorda dell’anima che si affaccia annoiata dalla finestra della vita: dire questo, o una cosa analoga, può colorare il tedio, come un bambino colora un disegno sorpassando e cancellandone i contorni, ma mi porta soltanto un suono di parole che risuona nei sotterranei del pensiero.
Il tedio... Pensare senza che si pensi, con la stanchezza di pensare; sentire senza che si senta, con l’angoscia del sentire; non volere senza che non si voglia, con la nausea di non volere: tutto questo sta nel tedio senza che ciò sia il tedio, e del tedio è soltanto una parafrasi o una traslazione. Consiste in una sensazione diretta, come se sopra il fossato del castello dell’anima si alzasse il ponte levatoio e fra il castello e le terre circostanti restasse il poterle guardare senza poterle percorrere. È un isolamento di noi in noi stessi, ma un isolamento dove ciò che separa è stagnante come lo siamo noi: acqua sporca che circonda la nostra impossibilità di capire.
Il tedio... Soffrire senza sofferenza, volere senza volontà, pensare senza raziocinio... [...]
Il tedio... Eppure io sono un uomo che lavora. Assolvo a quello che i moralisti chiamerebbero il dovere sociale. Assolvo a questo dovere, o a questo fato, senza grande applicazione o negligenza. Eppure, sia mentre lavoro che mentre riposo (riposo che, secondo gli stessi moralisti, mi spetta e deve aggradarmi) il mio spirito trabocca di un fiele di inerzia, e sono stanco, non del lavoro o del riposo, ma di me.
Perché di me, visto che non pensavo a me? Di cosa altro mai, visto che non pensavo a niente? È forse il mistero dell’universo che lambisce il mio ozio o il mio libro della contabilità? È il dolore universale di vivere che si concretizza all’improvviso nella mia anima medianica? Ma perché nobilitare tanto una persona che come me non conosce neppure se stessa? È una sensazione di vuoto, una fame senza appetito, nobile quanto i riflessi dei nervi dello stomaco, causati dalle troppe sigarette o dalla cattiva digestione.
»

– Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, 1.12.1931
(tr. it. di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Feltrinelli)

24 luglio 2018

Cioran: l’astrazione, le sonorità senza contenuto, prolisse e ridondanti, che ci impediscono di sprofondare

«Se, per caso o per miracolo, le parole svanissero, sprofonderemmo in un’angoscia e in un’ebetudine intollerabili. Questo mutismo improvviso ci esporrebbe al supplizio più crudele. È l’uso del concetto che ci rende padroni dei nostri terrori. Noi diciamo: la Morte- e questa astrazione ci dispensa dal percepirne l’immensità e l’orrore. Battezzando le cose e gli eventi, eludiamo l’Inesplicabile: l’attività dello spirito è un imbroglio salutare, un gioco di prestigio; ci permette di circolare dentro una realtà addolcita, confortante e inesatta. Imparare a maneggiare i concetti- disimparare a guardare le cose... La riflessione nacque in un giorno di fuga; la pompa verbale ne fu la conseguenza. Ma quando si ritorna a sé si è soli- senza la compagnia delle parole- si riscopre l’universo privo di qualificazioni, l’oggetto puro, l’evento nudo: dove attingere l’audacia di affrontarli? Non si specula più sulla Morte, si è la morte; anziché decorare la vita e assegnarle degli scopi, le si toglie ogni ornamento e la si riduce al suo giusto significato: un eufemismo del Male. Le grandi parole: destino, sfortuna, sventura, si spogliano del loro splendore, ed è allora che si scorge la creatura alle prese con organi deboli, schiacciata da una materia prostrata e attonita. Togliete all’uomo la menzogna dell’Infelicità, dategli il potere di guardare dietro questo vocabolo: non potrebbe sopportare nemmeno per un istante la sua infelicità. Sono l’astrazione, le sonorità senza contenuto, prolisse e ridondanti, che gli hanno impedito di sprofondare.
[...]
È fin troppo naturale pensare che l’uomo, stanco delle parole, stremato dal ripetersi insulso dei tempi, sbattezzerà le cose e getterà i loro nomi, insieme al proprio, in un grande autodafé in cui le speranze saranno inghiottite. Stiamo tutti correndo verso questo modello finale, verso l’uomo muto e nudo...»

– E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, tr. it. di M. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, 1996, pp.156-157

22 luglio 2018

Spinoza: La libertà dalle passioni e l'inganno della speranza (rassegna)

- www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20180708/

Corriere della Sera La Lettura: L’inganno della speranza (conversazione tra Donatella Di Cesare e Steven Nadler)

«La soddisfazione immediata dei propri bisogni, la gratificazione di sé e della propria immagine — nulla è più lontano dall’Etica. Per Spinoza siamo egoisticamente motivati quando assecondiamo il nostro persistere nel mondo. Ma questo conato, una sorta di inerzia esistenziale, non deve essere confuso con il godimento narcisistico che va di moda oggi. La vita giusta è per Spinoza quella che scruta il sé, che mira alla conoscenza dell’anima — il che vuol dire in fondo anche conoscere gli altri e rispettarli. In breve: Spinoza vuole mostrare che il nostro bene risiede in un’esistenza interamente dedita alla ragione, non già incatenata alle passioni, né votata ai beni transitori.
[...]
Spinoza crede che speranza e paura non siano emozioni o affetti positivi. Al contrario! E questo perché sono rivolte a ciò che è imprevedibile, che si sottrae a ogni controllo. Quando noi speriamo, guardiamo a qualcosa che potrebbe procurarci gioia, ma la cui presenza è incerta. Viceversa la paura nasce quando temiamo ciò che potrebbe provocare tristezza, ma la cui presenza è altrettanto incerta. Insomma speranze e timori fluttuano e noi siamo in balia di questi flutti, trascinati qui e là. Inoltre si tratta in entrambi i casi di emozioni che i leader delle religioni organizzate possono usare per manipolare le nostre vite o sottometterci a una specie di servitù. Finché crediamo a un Dio che si deve temere e ubbidire, finché crediamo all’immortalità dell’anima, a una vita oltre la morte, in cui saremo ricompensati o puniti in eterno, non potremo non essere alla mercé di passioni irrazionali. Così finiamo per vivere la nostra vita non realizzando quel che crediamo sia razionalmente giusto, bensì quel che, nella nostra superstizione, presumiamo possa procurarci il favore divino. Gran parte del lavoro di Spinoza è volto a rivelare gli effetti deleteri esercitati dalle passioni e dalle false credenze che le alimentano. Per esempio non si dà, per Spinoza, immortalità dell’anima; non c’è una vita oltre, né un mondo nell’aldilà. Quando sei morto, sei morto. Speranze e paure rivolte a quell’oltre sono senza fondamento.
In tal senso l’Etica non è solo un’opera morale, ma anche politica e religiosa. Perciò è strettamente connessa al Trattato teologico-politico. Smascherando le passioni, e il modo in cui possiamo esserne schiavi, Spinoza ha come obiettivo la libertà. Vuole indicare la via per liberarci da quella dipendenza che è anche sottomissione e tirannia. Il che ha evidentemente conseguenze anche sulla vita sociale e politica.

[...]
Per Spinoza la felicità è una sorta di pace dell’anima e di tranquillità anche dinanzi a quel che Amleto chiama "colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna". Il controllo sulle emozioni si acquisisce attraverso la conoscenza, comprendendo che non si può dirigere e governare ciò che è esterno, che è fuori di noi. Vedo in questo atteggiamento di Spinoza senza dubbio una ripresa del distacco stoico. È libero chi realizza quel che crede "davvero importante nella vita", chi non soggiace alle passioni, come l’odio, l’invidia, la gelosia, che lo dispongono contro gli altri, chi — e questo è uno dei punti dell’Etica che preferisco—non va rimuginando sulla morte. Chi è liberato, guidato dalla virtù e dalla ragione, è concentrato sulla vita, sull’espressione della sua potenza, sull’agire che contribuisce alla prosperità umana. Solo così può essere davvero autonomo e attivo.»

6 luglio 2018

Cioran: sottomettersi alla farsa eterna, oppure accettare tutte le conseguenze di una condizione separata

«Prosperano nella filosofia soltanto coloro che si fermano al momento giusto, che accettano la limitazione e l’agio di uno stadio ragionevole dell’inquietudine. Ogni problema, quando lo svisceri, conduce alla bancarotta e lascia l’intelletto allo scoperto: non più domande, non più risposte in uno spazio senza orizzonte. Gli interrogativi si rivoltano contro chi li ha concepiti: egli diviene loro vittima. Tutto gli è ostile: la propria solitudine, la propria audacia, l’assoluto opaco, gli dèi inverificabili e il nulla palese. Guai a colui che, giunto a un dato momento dell’essenziale, non si arresta! La storia mostra come i pensatori che sono saliti in cima alla scala delle domande e che hanno posato il piede sull’ultimo gradino, quello dell’assurdo, non hanno lasciato in eredità ai posteri nient’altro che un esempio di sterilità, mentre i loro confratelli che si sono fermati a metà strada hanno fecondato il corso dello spirito. [...] Coloro che non restano all’interno della realtà che coltivano, coloro che trascendono il mestiere di esistere, debbono o venire a patti con l’inessenziale, fare marcia indietro e sottomettersi alla farsa eterna, oppure accettare tutte le conseguenze di una condizione separata, la quale è superfetazione o tragedia, a seconda che la si guardi o la si viva

– E.M. Cioran, Sommario di decomposizione (tr. it. di M. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, 1996, pp.106-108)

5 luglio 2018

Göbekli Tepe: in principio era il sogno (rassegna)

- theguardian.com/commentisfree/2018/jul/04/the-guardian-view-on-world-heritage-in-the-beginning-was-the-dream

Guardian: The Guardian view on world heritage: in the beginning was the dream (editoriale)

L'editoriale del Guardian in occasione dell'ingresso di Göbekli Tepe nella lista dei siti Unesco.


«[...] [questi megaliti], pietre scolpite che pesavano fino a 20 tonnellate, [sono stati] collocati lì a partire da 11.000 anni fa, prima dell'invenzione dell'agricoltura o della scoperta del metallo. Nessuno sembra effettivamente aver vissuto sul sito. Questo è, per quanto ne sappiamo, il primo complesso di templi mai costruito sul pianeta. Molto prima delle città. I suoi costruttori sapevano come conficcare pietre nel terreno e scolpirle, ma non sapevano ancora coltivare la terra per il cibo. Eppure, in qualche modo, devono aver avuto l'organizzazione sociale necessaria per riunirsi in gruppi più grandi di qualsiasi banda di cacciatori-raccoglitori e coordinare i loro lavori per mesi o anni.
Ciò in cui credevano e il motivo per cui lo hanno fatto rimane un mistero, mistero che solleva una questione fondamentale. Sono state le città a creare gli dèi o sono stati gli dèi a creare le città?
Una teoria sostiene che lo sviluppo di religioni e sistemi di credenze elaborati è arrivato in seguito allo sviluppo di società complesse, in cui l'agricoltura forniva un surplus di cibo. Esistevano insediamenti relativamente grandi in altre parti del Medio Oriente in quel periodo, resi possibili dall'immensa fertilità della terra prima che gli umani e le loro capre prendessero il sopravvento; ma nessuno sembra aver vissuto a Göbekli Tepe. Non è stato costruito per nessun scopo pratico.
Deve essere stata l'espressione di un grande sogno condiviso. In questo senso, è una città costruita dagli dèi, anche se gli dèi esistevano solo nelle menti dei loro adoratori e non avevano alcuna forma che ora potremmo riconoscere.»
(trad. mia)

Leggi anche qui sulla scoperta di un sito archeologico sommerso nel Canale di Sicilia di 9500 anni fa.

Leopardi: l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora

«Che cosa è in Recanati di bello? che l'uomo si curi di vedere o d'imparare? niente. Ora Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo, tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere, la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire, in questa caverna vivrò e morrò dove sono nato? Le pare che questi desideri si possano frenare? che siano ingiusti soverchi sterminati? che sia pazzia il non contentarsi di non veder nulla, il non contentarsi di Recanati? L'aria di questa città l'è stato mal detto che sia salubre. È mutabilissima, umida, salmastra, crudele ai nervi e per la sua sottigliezza niente buona a certe complessioni. A tutto questo aggiunga l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora, e collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce. So ben io qual è, e l'ho provata, ma ora non la provo più, quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria, la quale, se m'è permesso di dir così, è come il crepuscolo, dove questa è notte fittissima e orribile, è veleno, come Ella dice, che distrugge le forze del corpo e dello spirito. Ora come andarne libero non facendo altro che pensare e vivendo di pensieri senza una distrazione al mondo? e come far che cessi l'effetto se dura la causa? Che parla Ella di divertimenti? Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia. So che la noia può farmi manco male che la fatica, e però spesso mi piglio la noia, ma questa mi cresce, com'è naturale, la malinconia, e quando io ho avuto la disgrazia di conversare con questa gente, che succede di raro, torno pieno di tristissimi pensieri agli studi miei, o mi vo covando in mente e ruminando quella nerissima materia. Non m'è possibile rimediare a questo nè fare che la mia salute debolissima non si rovini, senza uscire di un luogo che ha dato origine al mal e lo fomenta e l'accresce ogni dì più, e a chi pensa non concede nessun ricreamento. Veggo ben io che per poter continuare gli studi bisogna interromperli tratto tratto e darsi un poco a quelle cose che chiamano mondane, ma per far questo io voglio un mondo che m'alletti e mi sorrida, un mondo che splenda (sia pure di luce falsa) ed abbia tanta forza da farmi dimenticare per qualche momento quello che soprattutto mi sta a cuore, non un mondo che mi faccia dare indietro a prima giunta, e mi sconvolga lo stomaco e mi muova la rabbia e m'attristi e mi forzi di ricorrere per consolarmi a quello da cui volea fuggire. Ma già Ella sa benissimo che io ho ragione, e me lo mostra la sua seconda lettera, nella quale di proprio moto mi esortava a fare un giro per l'Italia, benchè poi (e so ben io perchè) con lodevolissima intenzione della quale le sono sinceramente grato, abbia voluto parlarmi in altra guisa. Laonde ho cianciato tanto per mostrarle che io ho per certissimo quello che Ella ha per certissimo.»

– Giacomo Leopardi, lettera a Pietro Giordani, 
Recanati, 30 Aprile 1817

30 giugno 2018

Montaigne: quell’apparenza di raziocinio che ognuno fabbrica in sé

«Quel venerabile senato dell’Areopago giudicava di notte, per paura che la vista delle parti in causa corrompesse la sua giustizia. Perfino l’aria e la serenità del cielo causano in noi dei cambiamenti [...].
Non sono soltanto le febbri, i beveraggi e i gravi accidenti che sconvolgono il nostro giudizio: le minime cose lo fanno girare. E non c’è dubbio, ancorché non ce ne accorgiamo, che se la febbre continua può abbattere la nostra anima, la febbre terzana vi apporta qualche alterazione, secondo il suo grado e la sua forza. Se I’apoplessia estingue e spegne del tutto la luce della nostra intelligenza, non c’è dubbio che il raffreddore la offusca. E quindi si può cogliere appena un’ora sola nella vita in cui il nostro giudizio si trovi nel suo debito assetto, essendo il nostro corpo soggetto a tanti continui mutamenti e corredato di tante molle che, a sentire i medici, è davvero difficile che non ce ne sia sempre qualcuna che tiri di traverso.
Del resto, questa malattia non si scopre tanto facilmente, se non è proprio gravissima e irrimediabile: poiché la ragione va sempre storta e zoppicante e sciancata, e con la menzogna e con la verità. Così è difficile scoprire il suo errore e traviamento. Chiamo sempre ragione quell’apparenza di raziocinio che ognuno fabbrica in sé; questa ragione, della cui specie ce ne possono essere cento contrarie riguardo a uno stesso oggetto, è uno strumento di piombo e di cera, allungabile, pieghevole e adattabile per ogni verso e ad ogni misura: non resta che l’abilità di saperlo modellare.»

– Montaigne, Saggi (II, XII), tr. it. di Fausta Garavini, Bompiani