21 giugno 2018

Petrarca: vagabondare con l’anima per tutti i tempi, per tutti i luoghi... e spinger l’animo tra le cose celesti

«[...] vivere come vuoi, andare dove vuoi, stare dove vuoi, riposare di primavera sopra un giaciglio di fiori purpurei, d’autunno tra mucchi di foglie cadute; ingannare l’inverno con lo starsene al sole, l’estate con l’ombra e non sentire né l’una né l’altra stagione se non fin dove tu vuoi? Ma in ogni stagione essere padrone di te, e, dovunque ti trovi, vivere con te stesso, lontano dai mali, lontano dall’esempio dei cattivi, senza essere spinto, urtato, influenzato, incalzato; senza essere trascinato a un banchetto mentre preferiresti aver fame, costretto a parlare mentre brameresti star zitto, o salutato in un momento inopportuno, o afferrato e trattenuto agli angoli delle strade e, secondo i dettami di un’educazione grossolana e sciocca, messo tutto il giorno in berlina a osservare chi ti passa dinanzi: chi ti guarda ammirandoti come una rarità, chi arresta il passo quando t’incontra, chi incurvandosi si accosta al compagno e gli sussurra non so che nell’orecchio sommessamente, oppure chiede di te a quelli in cui s’imbatte; chi ti spinge tra la folla dandoti fastidio, o ti cede il passo dandoti ancor più fastidio; chi ti porge la mano, chi se la porta al capo; chi si appresta a farti un lungo discorso quando c’è poco tempo, chi ammicca senza parlare e passa avanti stringendo le labbra. Quanto valuti, infine, non invecchiare tra i fastidi, non premere sempre ed esser premuto fra uno stuolo di salutatori, non aver mozzo il respiro, né sudare in pieno inverno colpito da tristi esalazioni; non disimparare l’umanità in mezzo agli uomini e, infastidito, prendere in odio ogni cosa, gli uomini, gli affari, coloro che ami, te stesso? non dimenticare le cose che ti stanno a cuore per dedicarti a molte che non ti fanno piacere?
[...] Far andare indietro la memoria, vagabondare con l’anima per tutti i tempi, per tutti i luoghi; fermarsi qua e là, e parlare con tutti quelli che furono uomini illustri; dimenticare così gli autori di tutti i mali che ci sono accanto, talvolta anche noi stessi, e spinger l’animo tra le cose celesti innalzandolo al di sopra di sé; meditare su ciò che lì accade, accendere con la meditazione il desiderio, ed esortare per converso te stesso, accostando al tuo cuore già in fiamme le fiaccole, per così dire, delle parole ardenti. È questo un frutto – e non è l’ultimo – della vita solitaria: chi non l’ha gustato non l’intende.
Frattanto [...] dedicarsi alla lettura e alla scrittura, alternando l’una come riposo dell’altra, leggere ciò che scrissero gli antichi, scrivere ciò che leggeranno i posteri, a questi almeno, se a quelli non possiamo, mostrare la gratitudine dell’animo nostro per il dono delle lettere ricevuto dagli antichi; e verso gli antichi stessi non essere ingrati nei limiti che ci sono consentiti, ma render noti i loro nomi se sconosciuti, farli ritornare in onore se caduti in dimenticanza, trarli fuori dalle macerie del tempo, tramandarli alle generazioni dei pronipoti come degni di rispetto, averli nel cuore, averli sulle labbra come una dolce cosa; in tutti i modi insomma, amandoli, ricordandoli, esaltandoli, render loro un tributo di riconoscenza, se non proporzionato, certo dovuto ai loro meriti.
»

– Francesco Petrarca, De vita solitaria, tr. it. di A. Bufano, in Francesco Petrarca, Prose, Ricciardi, 1955

20 giugno 2018

Luigi Ghirri: mi sembra che dietro a quello che vedo ci sia un altro paesaggio

«Stranamente mi sembra di vivere, più che in un film o nel già vissuto e già visto, in una sorta di parodia della storia; sembra che tutto sia già successo, che nulla possa succedere o che, invece, la sorpresa o l'evento siano dietro ad ogni porta chiusa lungo gli interminabili corridoi bianchi o nei volti degli altri ospiti dell'albergo.
[...]
Mi sembra che dietro a quello che vedo ci sia un altro paesaggio, che è il vero paesaggio, ma non so dire quale o immaginarmelo. Dagli altoparlanti, l'autoradio ha cominciato a suonare la colonna sonora di Blade Runner, la musica è in strana sintonia con quello che vedo. Sembra che la musica stia celebrando un rito liturgico per il paesaggio, e la montagna sventrata che appare sulla destra illuminata dalle ultime luci del giorno non appare come è, cioè grottescamente fantascientifica, ma di una normalità inquietante.
[...]
Dopo, fino a Bologna il viaggio è un movimento nel tunnel della notte che nemmeno le luci delle auto e le oasi luminose delle aree di servizio sembrano rischiarare. Al parcheggio delle auto davanti all'aeroporto di Bologna, dove avevo lasciato la mia macchina, si accede, dopo il pagamento del pedaggio, ad una guardiola dove l'inserviente sembra non avvertire minimamente nessun turbamento, come fosse in uno stato di totale pacificazione con questo paesaggio di asfalto al neon. Lungo la strada verso casa, penso che la distanza che separa le nostre visioni da quelle da fantascienza sia ridottissima, come non sia più possibile nessuna narrazione fantascientifica perché tutte le differenze si sono assottigliate a tal punto da essere irrilevanti. Anzi, mi sembra che tutta la fantascienza si sia avverata, e le grandi, piccole mutazioni fuori e dentro di noi siano già avvenute e tutto questo è all'insaputa di tutti.»

– Luigi Ghirri, da Ritorno da Sorrento, in Paesaggio italiano, Electa/Gingko, Quaderni di Lotus, 1989

15 giugno 2018

Lovecraft: contro la religione (rassegna)

- temi.repubblica.it/micromega-online/contro-la-religione-gli-scritti-atei-di-hp-lovecraft

Micromega-online: Contro la religione. Gli scritti atei di H.P. Lovecraft (di redazione)

«Nella sua amara insistenza sull’immensità del cosmo e sul ruolo insignificante ricoperto in esso dall’umanità Lovecraft può ricordare al lettore italiano il pessimismo di Giacomo Leopardi nelle Operette Morali. [...]
Sebbene, da un certo punto di vista, Lovecraft sovverta la straordinaria intuizione di Poe, secondo cui l’orrore non ha una consistenza esterna, materiale, non proviene dalla Germania, ma si annida nell’animo umano, ciò che lo accomuna al suo predecessore è una prospettiva paradossalmente laica e razionalista, che tende a escludere il sovrannaturale e lascia aperta la strada alla possibilità dell’osservazione diretta, della misurazione empirica dell’ignoto e del mostruoso.» [Carlo Pagetti]

«Oggi la religione sopravvive tra la maggioranza meno analitica delle persone meramente perché hanno una mancanza di informazioni scientifiche e perché il loro apparato emotivo è stato permanentemente pregiudicato o storpiato dalla propaganda religiosa che era stata ficcata loro in testa durante l’infanzia, prima che la loro mente e le loro emozioni si fossero sviluppate oltre lo stato infantile di debole e non critica ricettività.
È veramente un crimine contro un bambino il cercare di influenzare in qualsiasi modo la sua credenza intellettuale.
»


«Se vogliamo veramente radunare tutti per un singolo scopo, dobbiamo formulare un obiettivo che abbia una possibilità dimostrabile di dare all’intera umanità condizioni migliori nell’unica vita che si è certi di avere. Non credo che l’ideologia sovietica abbracci il miglior obiettivo possibile, e odierei vedere tale ideologia instaurata nel mondo occidentale. Ma perlomeno è un obiettivo reale, qualcosa a cui gli uomini possono intelligentemente essere fedeli. In questo momento il mondo occidentale non possiede qualcosa del genere, sebbene il movimento nazista pensi di averne trovato uno. Viviamo in un’era di inequivocabile decadenza, l’ultima fase di un modo di vita fondato su condizioni e credenze per sempre scomparse per quanto riguarda il ciclo della civilizzazione.
Troveremo mai un sostituto, un ordine sociale praticabile che possa risolvere immediatamente i problemi economici e sociali del presente, e preservare (cosa che il sistema sovietico non riesce a fare) ciò che è ancora sano e infinitamente di valore nel retaggio culturale del passato? Non lo so, ma se dovessimo riuscirci avremmo qualcosa attorno a cui possono accorrere i nostri figli esattamente come i nostri padri si radunavano attorno agli ideali del passato.
»

9 giugno 2018

"2001": la demistificazione del razionalismo (rassegna)

- www.doppiozero.com/materiali/2001-50-anni-70-millimetri

Doppiozero: “2001”: 50 anni, 70 millimetri (di Simone Spoladori)

«Il paradosso di questi sei film, di 2001 in modo particolare [...] è che, benché prodotti in un regime di morbosa supervisione di ogni singolo aspetto, raccontano, come dice Ruggero Eugeni, proprio la “crisi del controllo”, la messa in scacco del primato della ragione nella società Occidentale. Attraverso il più cerebrale razionalismo, Kubrick mette in scena la demistificazione del razionalismo [...].
Un grande film sulla ragione, il racconto di un Nostos sottolineato sin dal riferimento omerico nel titolo. L’uomo realizzatosi nella storia “torna” all’origine della sua evoluzione, nel mito dell’eterno ritorno.»

«L’uomo kubrickiano, soggetto della storia, come dice Eugeni, non è un angelo caduto bensì una bestia elevata sopra le altre, percorsa da istinti animaleschi e irrazionali che più tenta di controllare [...], più si caricano di rabbia esplosiva. Colpisce, a distanza di anni, l’acuta e profonda ironia di Kubrick. Un sorriso beffardo, tutt’altro che bonario accompagna una riflessione che va dalla tibia lanciata dallo scimmione a un ipotetico futuro fatto di violenze sterilizzate. Il progresso è colto nel suo paradossale rapporto con l’aggressività, l’evoluzione è un territorio di nefandezze e di soprusi.»

3 giugno 2018

Il declino del libero arbitrio e la nostra concezione di giustizia (rassegna)

- www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20180513

Corriere della Sera La Lettura: Decidi tu o i tuoi neuroni? Il declino del libero arbitrio (di Patrick Haggard e Sofia Bonicalzi)

«I pionieristici esperimenti di Benjamin Libet negli anni Ottanta e una serie di studi successivi hanno suggerito che le decisioni coscienti di agire sono precedute da processi neurali inconsci che potrebbero rivelarsi determinanti nell’innescare le azioni. [...]
Queste scoperte, le cui conclusioni teoriche restano controverse, tendono a ridimensionare e decostruire l’idea tradizionale per cui la mente causa coscientemente le azioni. In particolare, il mito cartesiano della separazione fra mente e corpo non trova posto in un resoconto scientificamente attendibile di come vengono attuate le azioni volontarie. Tuttavia, le scienze che investigano i processi volizionali non si limitano a decostruire il dualismo, ma affrontano altre domande. Come avvengono le scelte volontarie? E che relazione c’è fra i meccanismi neurali che regolano le scelte e l’esperienza soggettiva delle nostre azioni?
[...] [...]
Recentemente, [...] il lavoro di Aaron Schurger, un neuroscienziato dell’Inserm di Parigi, ha messo in discussione convinzioni radicate su come ragioni e motivazioni contribuiscano alle azioni. Negli esperimenti di Libet, ai partecipanti era chiesto di compiere un’azione volontaria, scegliendo liberamente quando farlo. Modificando lo schema di Libet, Schurger ha mostrato come sia il momento in cui l’azione si verifica, sia il precedente aumento di attività neurale inconscia nei lobi frontali potrebbero essere determinati da fluttuazioni casuali dell’attività elettrica del cervello. Se le azioni volontarie sono il risultato di processi casuali o stocastici, che sembrano avere poco a che fare con scelte consapevoli relative a quando agire, come possiamo definirle "nostre", e dirci responsabili per averle compiute?
I dibattiti neuroscientifici hanno importanti implicazioni normative. Responsabilità morale e punibilità delle azioni sono aspetti essenziali del nostro modo di vivere. La comprensione dei meccanismi che regolano le azioni è decisiva per salvaguardarlo e migliorarlo. Si pensi al fatto che i disturbi dei processi volizionali (cioè relativi all’atto della volontà) sono comuni in diverse patologie neurologiche e psichiatriche. In molti sistemi legali, esse possono giustificare o esonerare da responsabilità e sanzioni. Tuttavia, le azioni di individui adulti sani dipendono nello stesso modo da meccanismi neurali e circuiti cerebrali. Ci si potrebbe chiedere se punire un individuo per le conseguenze di processi neurali meccanicistici (e quindi per il fatto di avere un certo tipo di cervello) corrisponda alle nostra concezione di giustizia. La domanda resta aperta e di difficile soluzione.»

26 maggio 2018

Leopardi: L’occhio è la parte principale della bellezza

«Quanto sia vero che la bellezza delle fisonomie dipende dalla loro significazione, osservate. L’occhio è la parte più espressiva del volto e della persona; l’animo si dipinge sempre nell’occhio; una persona d’animo grande ec. ec. [1577] non può mai avere occhi insignificanti; quando anche gli occhi non esprimessero nulla, o fossero poco vivi in qualche persona, se l’animo di costei si coltiva, acquista una certa vita, divien furbo e attivo, ec. ec. l’occhio parimente acquista significazione, e viceversa accade nelle persone d’occhio naturalmente espressivo, ma d’animo torpido ec. per difetto di coltura ec. ec.; nei diversi momenti della vita, secondo le passioni ec. che ci commuovono, l’occhio assume diverse forme, si fa più o men bello ec. ec. Ora l’occhio ch’è la parte più significativa della forma umana, è anche la parte principale della bellezza. (Questo si può dimostrare con molte considerazioni.) Un paio d’occhi vivi ed esprimenti penetrano fino all’anima, e destano un sentimento che non si può esprimere. Questo si chiama effetto della bellezza, e questa si crede dunque assoluta; ma non v’ha niente che fare; egli è effetto della significazione, cosa indipendente dalla sfera del bello, e la bellezza principale dell’occhio, non appartenendo alla convenienza, non entra in quello che il filosofo considera come bello.
[1578] Dipingete un viso senz’occhi, voi non sapete ancora s’egli è bello o brutto, e non vi formate un’idea sufficiente di quella fisonomia (fosse anche un ritratto somigliantissimo). Aggiungeteveli, e quella fisonomia vi par tutt’altra da quella di prima ec. ec. Quest’osservazione si può molto amplificare e distinguere in molte parti.»

– Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, 28 agosto 1821

18 maggio 2018

Nietzsche: Non c'è né spirito, né ragione, né pensiero, né coscienza, né anima, né volontà, né verità

«Non c'è né "spirito", né ragione, né pensiero, né coscienza, né anima, né volontà, né verità: tutte finzioni inutilizzabili. Non si tratta di "soggetto e oggetto", ma di una determinata specie animale che prospera soltanto a condizione di una relativa esattezza e soprattutto di una relativa regolarità delle sue percezioni (in modo da poter capitalizzare l'esperienza)...»

– Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza, a cura di Peter Gast e Elisabeth Förster-Nietzsche
(Libro III, Principio di una nuova posizione di valori, af. 480, Bompiani, 1995, tr. it. di A. Treves e P. Kobau, a cura di M. Ferraris e P. Kobau, p. 270)

25 aprile 2018

Rilke: I versi sono esperienze

«Perché i versi non sono, come tutti ritengono, sentimenti. Di questi si giunge rapidi ad un precoce possesso. I versi, sono esperienze. Per scriverne anche uno soltanto, occorre aver prima veduto molte città, molti uomini, molte cose. Occorre conoscere a fondo gli animali; sentire il volo degli uccelli; sapere i gesti dei piccoli fiori, quando si schiudono all’alba. Occorre poter ripensare a sentieri dispersi in contrade sconosciute, a incontri inattesi; a partenze a lungo presentite imminenti; a lontani tempi d’infanzia ravvolti tutt’ora nel mistero; al padre e alla madre, che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia immensa incompresa da noi perché fatta per altri; alle malattie di puerizia, che così stranamente si manifestavano, con tante e si profonde e gravi metamorfosi; a giorni trascorsi in stanze e silenziose e raccolte; a mattini sulla riva del mare; a tutti gli oceani; a notti di viaggio che scorrevano altissime via, volando sonore con tutte le stelle. E non basta. Occorre poter ricordare molte notti d’amore, sofferte e godute; e l’una, dall’altra, diversa; grida di partorienti; lievi e bianche puerpere che risarcivano in sogno la ferita. Occorre aver assistito moribondi; aver vegliato lunghe ore accanto ai morti, nelle camere ardenti, con le finestre chiuse e i rumori che v’entravano a flutti. E anche ricordare, non basta. Occorre saper dimenticare i ricordi, quando siano numerosi; possedere la grande pazienza di attendere che ritornino. Perché i ricordi, in sé, non sono ancora poesia. Solo quando diventano in noi sangue, sguardo, gesto; quando non hanno più nome e più non si distinguono dall’essere nostro, solo allora può avvenire che in un attimo rarissimo di grazia dal loro folto prorompa e si levi la prima parola di un verso.»

– Rainer Maria Rilke, Quaderni di Malte Laurids Brigge, in Liriche e prose, pp. 630-1


[ᔥ brainpickings]