15 febbraio 2018

VIDEO: Endrigo: Ma dico ancora parole d'amore


«So che domani come oggi non sarà
E che ogni cosa nasce per morire...»

4 febbraio 2018

Tutti i mori d'Italia (e le piccole Alabama ante litteram) (rassegna)

- ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/21/tutti-i-mori-ditalia52.html

Repubblica: Tutti i mori d'Italia (di Igiaba Scego)

«È chiaro che la presenza africana era legata alla schiavitù. In quei tempi, parliamo del Quattrocento-Cinquecento-Seicento, la schiavitù era reciproca e interessava le due sponde del Mediterraneo. Come ben scrive Salvatore Bono in Schiavi. Una storia mediterranea (XVI- XIX secolo) (Il Mulino) i cristiani venivano imprigionati nelle coste del Nord Africa e i musulmani (e non solo loro) in Europa. Trapani per esempio era un grande mercato di schiavi. E la Sicilia interessata da una vasta coltivazione di canna da zucchero usava nel Quattrocento manodopera schiavile, soprattutto dall'Africa subsahariana, almeno fino a che è durato il monopolio andato in crisi con la "scoperta" dell'America. Una Sicilia, ma anche una Puglia, una Calabria e soprattutto una Napoli (la città con più schiavi in Italia) che erano delle piccole Alabama ante litteram. Ma c'era anche la schiavitù al femminile, una compravendita serrata soprattutto di schiave greche e circasse in zone come la Liguria. La maggior parte del mercato però era costituito soprattutto da turchi e maghrebini che ingrossavano le fila degli uomini atti al remo nelle galere in molte città portuali, Livorno in testa. [...]
Di fatto la presenza degli afrodiscendenti era reale nella penisola. Così reale che alcuni arrivarono anche nel cuore dei Medici. Alessandro de' Medici, destinato a diventare nel Cinquecento duca di Firenze, era di fatto anche lui nero a metà, padre mediceo e madre schiava conosciuta con il nome di Simonetta da Collevecchio. Di lui ci rimangono numerosi ritratti. Dal Pontormo al Bronzino, dal Vasari all'Allori.
Basterebbe solo studiare un po' la storia, in Italia forse più che altrove, per capire che siamo di fatto tutti mescolati e non da oggi. E che nel famoso sangue italiano, quello dello ius sanguinis che qualcuno contrappone allo ius soli, scorre da parecchio tempo sangue africano.»

28 gennaio 2018

La grande diseguaglianza della società servile (rassegna)

- ilmanifesto.it/la-grande-diseguaglianza-della-societa-servile/

il Manifesto: La grande diseguaglianza della società servile (di Marco Revelli)


«non si limita a dirlo con l’aridità delle statistiche, confronta anche le vite dei protagonisti: quella, per esempio, di Amancio Ortega (il quarto nella classifica dei più ricchi), padrone di Zara, i cui profitti sono stati pari a un miliardo e 300 milioni di dollari, e quella di Anju che in Bangladesh cuce vestiti per lui, 12 ore al giorno, per 900 dollari all’anno (quasi 1 milione e mezzo di volte in meno) e che spesso deve saltare il pasto.

È questa la forza del rapporto Oxfam di quest’anno: che non si limita a guardare il mondo sul suo lato “in alto” – a descriverne il luminoso polo della ricchezza -, ma di misurarlo anche “in basso”. Di rivelarci la condizione miserabile e oscura del mondo del lavoro, dove uno su tre è un working poor, un lavoratore povero, in particolar modo una lavoratrice povera. E dove in 40 milioni lavorano in “condizione di schiavitù” o di “lavoro forzato” (secondo l’ILO “i lavoratori forzati hanno prodotto alcuni dei cibi che mangiamo e gli abiti che indossiamo, e hanno pulito gli edifici in cui molti di noi vivono o lavorano”).

Il sistema economico globale, plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella maga-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità.

In realtà nessuno dei suggerimenti che il Rapporto avanza figura nell’agenda (quella vera, non gli specchietti per le allodole) dei governi di ogni colore e continente»

La leggenda nera del Sessantotto (rassegna)

- ilmanifesto.it/la-leggenda-nera-del-sessantotto/

il Manifesto: La leggenda nera del Sessantotto (di Marco Bascetta)

"Per concludere questa provvisoria ricognizione delle politiche e delle ideologie che continuano a fare della resa dei conti con il Sessantotto buona parte della loro ragion d’essere, non si può certo tralasciare la riscoperta dei «valori tradizionali» nella chiave di un conformismo xenofobo e identitario che rovescia nel suo contrario quella scoperta dell’Altro che negli anni ’60 e ’70 aveva rappresentato un principio critico nei confronti dell’autocelebrazione dell’Occidente e delle sue politiche di rapina mascherate da progresso.
La persistenza dello spettro sessantottino è una delle diverse spie che meglio rivelano la natura del capitalismo contemporaneo.
Il neoliberismo, infatti, a differenza del suo antenato liberale, si manifesta nella forma della controrivoluzione. Caratteristica di una controrivoluzione non è tanto il ripristino delle condizioni che precedevano l’insorgenza rivoluzionaria (a prescindere dal suo grado di radicalità o di successo) quanto la neutralizzazione o la messa sotto controllo dei possibili fattori di cambiamento, in un processo articolato di delegittimazione delle soggettività ribelli. Una controrivoluzione, in altre parole, non restaura un assetto ma un corso della storia ritenuto alterato e deviato dall’illusoria ricerca di un’alternativa. E imputa a quella ricerca effetti grotteschi o disastrosi. È dunque la facoltà stessa di ricercare che essa intende abrogare. Non è un caso che un controsenso come il «non ci sono alternative», sia diventato la colonna sonora preferita dall’establishment.

Sia chiaro, la controrivoluzione neoliberista si è trovata a fare i conti con una storia ben più lunga e potente della stagione a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, che tuttavia ha rappresentato l’ultimo momento in cui un diverso corso (diverso anche dal socialismo d’anteguerra e dalla sua discendenza) fu spasmodicamente sperimentato. Per questa ragione l’«odio per il ’68» occupa un posto così importante nel discorso pubblico e influenza ancora a distanza di mezzo secolo le riforme politiche destinate a garantire l’ordine del mercato e l’autorità dello stato che gli fa da cornice. Del 1968 si può insomma pensare tutto quello che si vuole, dilettarsi a celebrarne le virtù modernizzatrici o stigmatizzarne le distruttive illusioni, a patto di non perdere di vista gli effetti di quella demonizzazione implicita che ne sottende financo la celebrazione.
Ogni politica di «legge e ordine» ha assoluto bisogno di un tempo del caos con il quale misurarsi, del ricordo di un mondo turbolento e minaccioso che faccia risaltare la pacificazione che essa promette sorvolando sugli inconvenienti che comporta. Alla stagione dei movimenti è toccato in sorte questo compito. Il «libro nero» del Sessantotto ci rivela ciò che oggi i poteri costituiti aborriscono e temono. È la ragione per cui vale la pena di sfogliarlo tra un decennale e l’altro."

Le nazioni non esistono (rassegna)

- ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/14/le-nazioni-non-esistono62.html

Repubblica: Le nazioni non esistono (di Roberto Esposito)

«La verità è che non sappiamo bene come definire il racconto nazionalista in rapporto alla realtà delle nazioni. Del resto non si può dire che vi sia stato un pensiero veramente all'altezza della questione. Elusa dal marxismo, perché refrattaria al suo impianto economicistico, essa non è nelle corde neanche della tradizione liberale, poco incline a trattare di organismi statali e dei loro derivati. Così non abbiamo avuto né un Hobbes, né un Tocqueville né un Weber sul nazionalismo, restando per lo più ancorati a un punto di vista tolemaico, senza mai approdare a una prospettiva copernicana in relazione a un problema decisivo della politica moderna.»

Nel mito di Edipo una tragedia che parla soprattutto della giustizia (rassegna)

- www.corriere.it/gli-allegati-di-corriere/18_gennaio_08/collana-corriere-miti-greci-edicola

Corriere della Sera: Nel mito di Edipo una tragedia che parla soprattutto della giustizia (di Eva Cantarella)

«Sono radicalmente diversi i due Edipi sofoclei. Per capirne la ragione bisogna pensare al momento in cui andarono in scena: un momento in cui era ancora forte lo scontro tra la nuova civiltà giuridica, per la quale si rispondeva solo degli atti compiuti volontariamente, e l’antica cultura della vendetta, per la quale l’atteggiamento soggettivo dell’agente non aveva alcuna rilevanza: contavano solo i fatti. La tragedia di Edipo rifletteva le contraddizioni di un momento storico in cui Atene discuteva con il suo passato. [...]
Ma la storia di Edipo raccontata da Sofocle non è l’unica che la mitologia greca ha tramandato, e non è quella originaria.
In Omero Giocasta (chiamata Epicaste) si uccide, ma Edipo non si acceca né va in esilio. Egli continua a vivere e muore nella sua città, rimanendone il re: in Omero, come ha scritto lo storico francese Jean-Pierre Vernant, troviamo "un Edipo senza complesso", per il quale l’incesto non era un tabù. Del resto, la Teogonia di Esiodo non è forse un susseguirsi di incesti, che non sembrano creare alcun problema? L’incesto è aggiunto alla storia di Edipo da Sofocle, e da lui usato con indiscutibile efficacia come materiale tragico. L’interpretazione freudiana, basata esclusivamente sull’Edipo sofocleo, non tenendo conto della complessità dei miti, può portare fuori strada chi cerca di capire quello dello sfortunatissimo re di Tebe.»

Whitman: questa giornata d'inverno capace di smuovere impalpabili abissi di emozione

«L'attrazione, il fascino del mare e della costa! Come ci si perde nella loro semplicità, vacuità persino! Che cosa c'è in noi, che viene risvegliato da quei suggerimenti diretti e indiretti? Quella distesa d'onde e di rena bianco-grigia, salata, monotona, ottusa - un'assenza così totale d'arte, libri, conversazioni, eleganza - così indescrivibilmente rasserenante persino in questa giornata d'inverno - austera, ma con un che di delicato, così spirituale - capace di smuovere impalpabili abissi di emozione, più sottili di qualsiasi poesia, pittura o musica ch'io abbia mai letto, visto o udito. (Ma a esser sinceri, non sarà proprio perché ho letto quelle poesie e ascoltato quella musica?)»

– Walt Whitman, Giornata d'inverno sulla spiaggia, 1882
 (da "Giorni rappresentativi", tr. it. di Mariolina Meliadò Freeth)

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15 gennaio 2018

Ligotti e Lynch: il senso di sé non è altro che un’illusione (rassegna)

- iltascabile.com/linguaggi/ligotti-lynch/

il Tascabile: Al di là del bene e del male (di Gianluca Didino)

«Un aspetto accomuna due grandi artisti del genere weird come Thomas Ligotti e David Lynch: l’idea che la vita umana è in qualche modo irreale e il libero arbitrio è un’illusione. Si potrebbe senza dubbio dire che proprio questa caratteristica è uno degli aspetti che rendono il loro lavoro disturbante.
[...]
Per Ligotti/Metzinger, il senso di sé non è altro che un’illusione dietro la quale si nasconde il vuoto: al di là della rappresentazione di noi stessi prodotta dalla mente non si trova, letteralmente, nessuno. Da questa prospettiva, gli esseri umani non sono nient’altro che marionette imprigionate nell’illusoria convinzione di essere vive.
[...] L’opera di Ligotti può essere interpretata alla luce del weberiano “disincanto del mondo”, quella tendenza che per il sociologo sassone ha caratterizzato la modernità fin dalle sue origini e il cui progetto la filosofia ultra-pessimista del XXI secolo si propone di portare a compimento. Per Brassier, anche autore della prefazione della prima edizione della Cospirazione, la filosofia dovrebbe smettere di cercare antidoti al nichilismo. Piuttosto, il suo scopo sarebbe quello di celebrarlo come un “traguardo della maturità intellettuale” del pensiero razionalista emerso con l’Illuminismo e abbracciarne le “possibilità speculative” [...].
[...] I film di Lynch possono essere agevolmente letti come messe in scena del pensiero vedico, nelle quali i personaggi attraversano il Saṃsāra alla ricerca di una dimensione più autentica dell’esistenza: Cooper da questo punto di vista è sicuramente un ottimo esempio di discepolo che si immerge nel Male per trovare l’illuminazione. [...] Tuttavia giungere alla conoscenza non è facile, e per farlo bisogna attraversare un mondo materiale profondamente intriso di orrore. Come nella più classica delle cosmogonie gnostiche, a plasmare questo mondo materiale è stato un demiurgo malvagio o, perlomeno, dagli intenti imperscrutabili.
[...] Anche i personaggi di Lynch, come quelli di Ligotti, sono privi di una libertà di scelta: mossi da forze che non comprendono se non in maniera imperfetta e inconscia, vivono, amano, soffrono e muoiono come conseguenza di conflitti giocati in una dimensione che li trascende. Ma – e questo è forse l’aspetto che differenzia maggiormente l’opera dei due autori – in Lynch non c’è traccia di nichilismo propriamente detto. Il carattere “irreale” dei personaggi lynchiani non priva la loro esistenza di dignità.
[...]
A cambiare è l’approccio ai problemi connessi del materialismo e del nichilismo: mentre Lynch li aggira appellandosi a una tradizione mistica che dalla spiritualità orientaleggiante arriva fino alla psicologia junghiana e alla psichedelia anni Sessanta, Ligotti, come fa giustamente notare Brassier, spinge il problema alle proprie estreme conseguenze»

10 gennaio 2018

de Beauvoir: È perché rifiuto le bugie e la fuga dalla realtà che vengo accusata di pessimismo

«La mia inclinazione naturale di certo non mi porta a pensare che il peggio sia sempre inevitabile. Eppure mi impegno a guardare in faccia la realtà e a parlarne senza far finta di niente [...]
Per combattere l'infelicità bisogna prima rivelarla, il che significa che bisogna dissipare le mistificazioni dietro le quali si nasconde in modo che le persone non debbano pensarci. È perché rifiuto le bugie e la fuga dalla realtà che vengo accusata di pessimismo; ma questo rifiuto implica speranza - la speranza che la verità possa essere utile. E questo è un atteggiamento più ottimistico rispetto alla scelta dell'indifferenza, dell'ignoranza o dell'inganno.»

– Simone de Beauvoir, A conti fatti (autobiografia), 1972 (trad. mia dalla versione inglese)


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